domenica 27 novembre 2011

Responsabilità comune per sfide difficili

LA POLITICA IMPEGNATA
PER GOVERNARE LA CRISI
“Il nostro Paese - afferma Giorgio Napolitano il 24 novembre 2011 – è chiamato ad affrontare difficili sfide che impongono una comune assunzione di responsabilità. Occorre una più forte coesione sociale, indispensabile per attuare le riforme strutturali necessarie per la crescita del Paese e per offrire nuove e più sicure prospettive alle giovani generazioni”.
Per il Presidente della Repubblica, “c’è necessità del ricostituirsi di un cemento nazionale unitario che consenta la massima mobilitazione di grandi energie di cui potenzialmente l’Italia dispone, allo scopo di superare questa fase molto critica per l’Europa e, specificamente, per l’Italia”.
“L’Italia ha ancora il tempo per salvarsi – ha sostenuto Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria – ma deve fare in fretta, molto in fretta perché il tempo sta scadendo”.
Le banche, dopo il declassamento dell’Italia da parte delle “agenzie di rating”, hanno iniziato a ridurre i finanziamenti. Senza denaro liquido non c'è lavoro per le imprese e per i loro dipendenti.
“È indispensabile l’impegno comune – ha sostenuto Napolitano - per far fronte alla difficile situazione economica e finanziaria”. Per il Presidente, la parola unità “si sposa con pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà. Sentirsi Italiani significa riconoscere come problemi di tutti quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà”.
“Siamo ad un punto di disfunzione democratica pericolosissima – ha affermato Marco Vitale al Centro Congressi della Fiera di Verona – dobbiamo ricostruire la democrazia del nostro Paese e mondialmente dobbiamo ricostruire il pensiero economico”. L’economista ha incitato i giovani a impegnarsi per una "Democrazia Sostanziale Coerente" in grado di consentire “un paziente lavoro coerente” da parte della società politica per “traghettare l’Italia fuori da questa situazione attraverso dismissioni, sviluppo del reddito e la diminuzione della macchina politica che è la più costosa del mondo”.
La prospettiva di coloro che credono nei principi della persona umana, della famiglia e della sussidiarietà è quella personalistica comunitaria. Si tratta di riconoscere l’importanza della libertà di scelta di ogni uomo e donna con l’organizzazione dal basso della società civile, cioè favorire la libertà delle persone che vogliono realizzare il bene comune.

Il compito della giustizia è quello di eliminare gli ostacoli alle pacifiche relazioni tra le persone, eliminando le ingiustizie sociali che creano odio e risentimenti tra chi gode di benefici e chi non dispone nemmeno dell’essenziale per vivere. I politici devono conoscere ed applicare con responsabilità l’aspetto politico della giustizia sociale, dell’amicizia e del rispetto della persona.
Impoverimento delle famiglie, crescente disaffezione verso la politica, peggioramento di alcune prospettive di stabilità per il lavoro dei giovani, aumento della ricchezza per pochi e indebitamento crescente per molti. "Chi governa - ha detto il cardinale Tettamanzi - dovrebbe avere il coraggio di impostare le manovre economiche assicurando speranza ai giovani”.
Si tratta per gli esperti dell’economia di dare spazio alla sussidiarietà, generare nuove imprese, attrarre nuovi investimenti, dare un valore positivo a chi fa impresa, riportare al centro il lavoro con un mercato inclusivo per i giovani, le donne e gli immigrati.
L'applicazione del principio di sussidiarietà significa che lo Stato non deve togliere alla famiglia quei compiti che essa può svolgere da sola o associata con altre famiglie e deve garantirle il suo sostegno, assicurando l’aiuto di cui ha bisogno per assumere le sue responsabilità. La solidità del nucleo familiare è risorsa per la qualità della convivenza sociale.
Occorre vincere la globalizzazione con un governo della globalizzazione economica e finanziaria, cioè attuare una economia sociale di mercato e promuovendo la solidarietà e la sussidiarietà.
Gli Italiani sono sottoposti ad una pressione fiscale del 34% se si tengono conto le imposte sugli immobili e quelle sul lavoro. L'Italia è al terzo posto come Paese più tartassato d'Europa. Bisogna considerare la pressione fiscale nella sua interezza. Si parla di reintrodurre l'Ici sulla prima casa che va a colpire le famiglie italiane. Bisogna tener conto delle giovani coppie che hanno aspettato tanti anni per sposarsi ed ora stanno pagando un mutuo, alcuni con l'aiuto dei genitori pensionati, e soprattutto considerare le famiglie numerose che devono crescere, i pensionati che hanno lavorato tutta la vita per comprarsi una casa. Non si possono chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori, ai giovani e a coloro che hanno già dato. L'Ici sulla prima casa è una stangata ingiusta per gli Italiani che non riesono ad arrivare alla fine del mese perchè hanno uno stipendio o una pensione inadeguati a far fronte ai continui rincari dei generi di prima necessità. No alòla reintroduzione dell'Ici sulla prima casa. No a nuove tasse alle imprese.

La politica economica non deve essere basata su continue tasse. Nella riforma tributaria bisogna porre al centro la famiglia con il quoziente familiare da applicare nelle politiche sociali. Sì al risanamento finanziario e alla crescita tenedo conto che bisogna dare risposte ai giovani ed eliminare la disoccupazione per garantire "l'equilibrio democratico e la convivenza civile".

mercoledì 23 novembre 2011

Le famiglie chiedono di non reintrodurre l'Ici









Cari amici,






in un momento di particolari difficoltà economiche, abbiamo intrapreso la strada della responsabilità nel bene del Paese.
In questi giorni il nuovo Esecutivo di tecnici sta pensando alla reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, tassa che il Governo Berlusconi aveva abolito nel primo Consiglio dei Ministri del maggio 2008.
Si tratta di una tassa che va colpire direttamente le famiglie, i pensionati e le giovani coppie che
riescono a realizzare il loro progetto di vita tra un milione di difficoltà.
Oggi qualcuno vorrebbe chiedere a queste persone di fare un ulteriore sacrificio per pagare una
tassa che va a colpire indiscriminatamente ricchi e poveri, chi non arriva alla terza settimana del mese come chi vive in una reggia.
Noi pensiamo che sia ingiusto chiedere alle famiglie italiane di stringere ulteriormente la cinghia,
senza aver prima percorso tutte le strade possibili per il recupero di ulteriori fondi.
Siamo sicuri che in questo Paese si faccia davvero il massimo per contrastare l’evasione fiscale?
Non sarebbe più opportuno reperire i fondi necessari con una sana riforma del sistema bancario?
Per una giovane coppia è quasi impossibile ottenere un mutuo, e oltretutto c’è la spesa delle tasse, dei vari interessi, delle spese notarili (che esistono solo in Italia).
Invece di una sana politica familiare che sostenga questa cellula fondamentale della nostra società, stiamo andando nella direzione diametralmente opposta.
Come facciamo a chiedere più tasse a una famiglia numerosa che già vive nella difficoltà di crescere 3 – 4 figli? Stesso discorso vale nei confronti di un precario, di un anziano che vive di pensione o di un lavoratore che riesce con difficoltà ad arrivare a fine mese.
La soluzione per il nostro Paese non è nell’Ici ed è per questo che nei prossimi giorni, insieme al
Popolo della Libertà e ai Cristiano Riformisti chiederemo in una petizione popolare di non tassare le case e le famiglie degli italiani.
La nostra campagna dal titolo ‘un No grande come una casa alla reintroduzione dell'ICI inizierà sabato 26 novembre dalle ore 10 alle ore 20 con un gazebo nel centro storico di Roma, in Via del Corso altezza Piazza San Lorenzo in Lucina - e poi si diffonderà con iniziative simili in tutto il resto del Paese.
Per questo Vi invito a prendere parte alla raccolta firme per la nostra petizione e a replicare e
diffondere l’iniziativa anche nei Vostri quartieri.
Tutto il materiale utile per i banchetti è disponibile in formato digitale sul sito http://www.cristianoriformisti.it/
Sono sicuro che insieme riusciremo a far sentire le nostre ragioni e a difendere la famiglia, il più
grande patrimonio della nostra Italia.
Il Presidente,
On. Avv. Antonio Mazzocchi






sabato 19 novembre 2011

I lavoratori attendono il governo della crisi

SVILUPPO E PRODUZIONE
PER LA CRESCITA DEL PAESE
“Il nostro Paese – ha detto Mario Monti, presidente del Consiglio – è in un momento di particolare difficoltà. L’affidamento ad una sola persona (Corrado Passera) del ministero dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti, corrisponde ad una logica che desidero molto sottolineare dell’azione del governo: mettere al centro le iniziative coordinate per la crescita economica e lo sviluppo”.
“C’è necessità – ha sostenuto Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica – di dare risposte convincenti e tempestive in primo luogo a chi, come i lavoratori meno garantiti e le generazioni più giovani, vede messe in discussione le prospettive del proprio futuro”.
I nostri governanti sono stati “sollecitati” dalla Banca Centrale Europea amisure significative per accrescere il potenziale di crescita”. Mario Draghi, presidente della Bce, ritiene che “la priorità assoluta dell’Italia sia oggi uscire dalla stagnazione riavviando lo sviluppo con misure strutturali, perché si stanno sprecando risorse e si sta mettendo a repentaglio non solo il futuro ma quello del Paese intero”.
“L’Europa – ha affermato Pier Ferdinando Casini – ci chiede riforme strutturali e strumenti che possano invertire la rotta. Bisogna dare ai lavoratori salari più alti e affrontare i mercati con una dose più alta di flessibilità. Monti sa che il problema è la crescita e sa che è da affrontare in modo equilibrato”.
“Dobbiamo prevedere – ha detto Ivan Malavasi, presidente di Rete Imprese Italia – un sistema che premi, stimoli e agevoli l’efficienza produttiva delle imprese”.
L’Ufficio Studi della Confartigianato rileva che sono più di due milioni in Italia i giovani tra i 25 e i 34 anni senza lavoro.
Le statistiche regionali di “Veneto Lavoro” hanno registrato altri 13.600 posti di lavoro dipendente persi a fine settembre 2011 rispetto allo stesso mese del 2010.
Per il 2011 Unioncamere (Camere di commercio d’Italia) prevede in Italia altri 88 mila posti di lavoro in uscita che si aggiungono ai 400 mila persi nel biennio 2009 - 2010.
“Interventi urgenti per far ripartire sviluppo e produzione – ha detto Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, e non nuove tasse sulla prima casa o con un aumento dell’Iva che ha già dimostrato di deprimere i consumi e di far salire l’inflazione”.
No a nuove tasse sulle imprese - ha sostenuto Paolo Galimberti, presidente dei Giovani di Confcommercio – perché sono già troppo alte, sono al 44% e non riusciamo ad attirare capitali, quindi nuova linfa, mentre una strada c’è con la riduzione delle imposte che si ottiene con la lotta ad evasione e all’elusione. No alla reintroduzione dell'Ici, un mattone sui bilanci familiari”.
Il diritto al lavoro è salvaguardato dalle istituzioni e dalle società produttive private?
Nel mondo del lavoro, anche nei settori in forte sviluppo, conta la competizione e la produttività, cioè l’orientamento culturale è favorevole sempre di più all’individualismo e al privatismo, a scapito di coloro che hanno soltanto le proprie braccia per provvedere a se stessi e alle proprie famiglie.
La dignità dei lavoratori e i loro diritti sono compromessi dalla concezione privatistica della responsabilità che porta alla deresponsabilizzazione delle persone e delle istituzioni che determinano il sistema socio-economico del Paese.
Lo Stato è il primo responsabile di tutta la politica del lavoro, cioè è il datore di lavoro indiretto che deve provvedere all’emanazione delle leggi che disciplinano il settore lavorativo.
La giustizia nei rapporti lavoratore - datore di lavoro si attua con un’equa remunerazione. La difesa degli interessi esistenziali dei lavoratori in tutti i settori produttivi è resa possibile soltanto da uno Stato che dispone di istituzioni che considerano la persona umana come soggetto del lavoro e non come “merce” per aumentare la ricchezza del Paese.
Il responsabile del conflitto tra il mondo del lavoro e il mondo dell’impresa commerciale e industriale è lo Stato che non salvaguarda la coesione sociale e permette la nascita di una contraddizione tra sviluppo economico e il fondamento della comunità.
Riuscirà il nuovo capo del governo a frenare le aggressioni delle "MALE BESTIE" di Luigi Sturzo, cioè le prevaricazioni dello statalismo, della partitocrazia e dello sperpero del denaro pubblico?
“Sono convinto - ha sostenuto Pier Ferdinando Casini – che Monti darà risposte chiare e noi dobbiamo aiutarlo a trovare convergenze”.

martedì 15 novembre 2011

Italiani uniti per la promozione della crescita

RESPONSABILITÀ POLITICA

PER SUPERARE LA CRISI

“L'Italia non crescerà - ha detto Giorgio Napolitano – se non tutta insieme, dal Nord al Sud, se non metterà a frutto le risorse e le potenzialità della nostra gente. I giovani hanno bisogno di avere speranza e noi dobbiamo dare questa speranza. La Politica siamo tutti noi”.

La priorità assoluta dell'Italia – ha sostenuto Mario Draghi - è oggi uscire dalla stagnazione riavviando lo sviluppo con misure strutturali. Si stanno sprecando risorse e stiamo mettendo a repentaglio non solo il futuro ma quello del Paese intero. La bassa crescita dell’Italia degli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle giovani generazioni”.

La disoccupazione e la povertà crescono in modo considerevole e lo squilibrio tra Nord e Sud si accentua sempre di più.

L'imprenditoria italiana chiede la riforma del fisco. “Dobbiamo prevedere – ha sostenuto Ivan Malavasi, presidente di Rete Imprese Italia – un sistema che premi, stimoli e agevoli l’efficienza produttiva delle imprese. Dobbiamo anche poter arrivare, per la singola impresa, a ridurre il carico fiscale sugli incrementi di reddito dichiarati”.

Il bene comune del popolo, inteso come vita buona, cioè conforme alle esigenze e alla dignità della natura umana che esige una vita moralmente giusta e felice, è il fine della politica. Questo bene deve rifluire su ogni membro della comunità civile.

La politica è considerata giusta se realizza il bene comune, cioè se crea prosperità materiale quale presupposto per l’elevazione spirituale dell’esistenza umana. Il bene comune è tale se tutta la comunità è coesa nella giustizia e nell’amicizia civica che sono le forze conservative della società.

L'attività dei rappresentanti del popolo non deve essere fondata sull’avidità, la gelosia, l’egoismo, l’orgoglio e l’astuzia, ma sui bisogni più intimi della vita delle persone e dell’esigenza della pace, dell’energie morali e spirituali dell’uomo.

Il superamento degli egoismi, cioè il trionfo della giustizia sociale, costituisce il fine dell’agire politico che diventa leva che trasforma l’ingiusto in giusto. L'azione coraggiosa del testimone del popolo non è semplice sopportazione, cioè non è calma imperturbabile, ma è provocazione che mira ad eliminare gli ostacoli della vita dei cittadini per la pace e la riconciliazione sociale.

La vita democratica dovrebbe essere un’organizzazione razionale di libertà eticamente e umanamente fondata. L'esigenza di libertà tende a realizzare progressivamente nella vita sociale l’aspirazione dell’uomo a essere trattato nel tutto sociale come una persona e questa aspirazione è un’espressione di un ideale attuabile soltanto con lo sviluppo del diritto, di un senso sacro della giustizia, dell’onore e con lo sviluppo dell’amicizia civica.

La società politica è destinata allo sviluppo delle condizioni di ambiente che portano la moltitudine a un grado di vita materiale, intellettuale e morale conveniente al bene e alla pace del tutto sociale.

Si tratta di realizzare una democrazia nella quale i cittadini non abbiano solo diritto di suffragio, ma si trovino impegnati in modo attivo nella vita politica del Paese. Lo Stato sia strumento a servizio della comunità civile, cioè lo Stato proporzionerà il suo modo di agire in rapporto ai valori della comunità.

Se si vuole proporre un partito per la nazione occorre raggruppare tutti coloro che vorranno dedicarsi a una certa concezione di democrazia da perseguire e dei mezzi idonei per il conseguimento della “vita buona”.

I valori del popolo italiano (dignità della persona umana, famiglia, solidarietà, sussidiarietà), devono penetrare la cultura e promuovere il benessere della comunità civile.

"Occorre aprire una nuova fase – ha detto Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc – perché il Paese non cresce". Bisogna concentrarsi sul dialogo tra i cittadini e i politici, lottando per la giustizia, l’amicizia civica e la fede nell’essere umano che permettono la coesistenza civile e promuovono il benessere per tutti indistintamente.

lunedì 7 novembre 2011

L'Italia chiamata a riconquistare la credibilità internazionale

COESIONE NAZIONALE
PER VINCERE LA CRISI
“Nel quadro della sconvolgente crisi finanziaria che ha investito l’Europa e che incombe sulle nostre economie, per riconquistare la credibilità internazionale - afferma il 5 novembre 2011 Giorgio Napolitano – l’Italia deve ritrovare una forte coesione sociale e nazionale”.
“Prevale il mercato finanziario sulla politica – sostiene Giulio Tremonti, ministro dell’economia - e lo Stato è andato sotto”.
“L’Italia vive un problema di credibilità – afferma Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria – e viviamo un momento molto complicato di rallentamento dell’economia globale. Bisogna trovare la forza di reagire a questa situazione”.
L’ufficio Studi della Confartigianato rileva che sono più di 2 milioni in Italia i giovani tra i 25 e i 34 anni senza lavoro.
I Centri Ascolto delle Caritas registrano che negli ultimi 4 anni i nuovi poveri sono aumentati del 13,8%, percentuale che nel Sud arriva al 74%.
I valori fondamentali della società(la persona umana, la famiglia, la sussidiarietà, la solidarietà) passano in secondo luogo nel sistema Stato - mercato che impone le proprie concezioni individualistiche nell’attuale mondo globalizzato, dove le regole del mercato non tengono conto della dignità della persona umana.
L’esigenza di creare ricchezza e sostenere la competizione nel mondo globalizzato non può tralasciare la preminenza dei valori essenziali e il mantenimento della coesione sociale.
La globalizzazione, che mira soltanto al primato dell’economia e della finanza, scardina l’economia sociale di mercato.
Lo sviluppo economico, derivante dalle idee economicistiche e materialistiche del mercato globale, dissolve i legami sociali, perché si basa sull’opera degli individui lavoratori, considerati semplici mezzi di produttività e non come persone, dotate di ragione e di libertà, cioè soggetti di ogni attività umana.
Gli ordinamenti democratici dello Stato non possono essere soggiogati dal relativismo etico di coloro che non considerano essenziali, per il bene comune della società, i veri valori del popolo italiano che sono la dignità della persona umana che lavora, il mantenimento della sua famiglia, la sussidiarietà nel controllo dell’applicazione delle norme e la solidarietà sociale.
Si tratta per gli esperti di dare spazio alla sussidiarietà, generare nuove imprese, attrarre nuovi investimenti, dare un valore positivo a chi fa impresa, riportare al centro il lavoro con un mercato inclusivo per i giovani, le donne e gli immigrati.
La coesione tra le persone richiede la forza vitale della solidarietà che costituisce l’anima della società.
La realizzazione del compimento della democrazia, nell’ordine sociale e politico, non è pienamente soddisfatta con l’esistenza di uomini e donne che vivono nella precarietà e nell’indigenza, perché l’economia è stata fondata sulla produttività del denaro e l’egoismo di alcuni politici.
“Dobbiamo incominciare a ragionare – sostiene Pier Ferdinando Casini – per unire i “rappresentanti politici”. Abbiamo un terribile problema con l’Europa, che si chiama credibilità. Serve un governo che coinvolga le forze maggiori, quindi anche il Partito Democratico”.
Occorre vincere la globalizzazione attuando un’economia sociale di mercato e promuovendo la solidarietà e la sussidiarietà. Si auspica uno Stato più umano e solidale per una società vitale i cui membri possano vivere nella costruzione e nella condivisione della “vita buona” per tutti.

TERRA DI MOREA Cap.II

La devozione del mercante
Ser Nicolò entra nella parte alta dell’abitato di Mistrà attraverso la Porta di Monemvasia, accompagnato dal comandante della fortezza. Il mercante, passando davanti al convento di San Nicola, si rivolge sorridendo al nobile Andrea: “Prima di bussare alla porta del Palazzo della principessa Cleofe, entriamo nella chiesa del protettore dei naviganti e dei mercanti”.
“La sposa latina di Teodoro – dice il capitano – è molto devota e spesso viene a pregare in questo luogo con le altre nobildonne per invocare il santo che protegge le giovani fanciulle e le donne sposate. La chiesa e il piccolo convento sono stati costruiti dall’arconte che qui vicino ha eretto un grande palazzo. La sua famiglia proviene da Costantinopoli dove Nikolaos, santo vescovo di Myra, è venerato da molti secoli in tante chiese”.
“La città è ricca di nuovi palazzi – dice il mercante - e le case della città bassa spiccano per i colori vivaci degli intonaci. Le donne amano ornare i davanzali delle finestre con i fiori. Le fanciulle camminano per i sentieri con passo veloce e con il sorriso sui loro volti. Tutte sembrano contente e gioiose, come mai tanta devozione per il santo che protegge i mercanti e i viaggiatori?”.
“Mistrà è una città fortificata - afferma il capitano della fortezza - e tutti gli edifici sono stati costruiti sulle pendici di questa collina ai piedi del castello costruito dai Latini per imporre il loro dominio sui sudditi della valle dell’Eurota. Il basileus Michele VIII Paleologo ha imposto il suo imperio sui Latini e nominato un governatore imperiale.
La peste, le guerre civili e le incursioni dei Turchi hanno imposto ai nobili e al popolo di edificare palazzi e abitazioni protette dalle mura e dalle torri.
La costruzione della chiesa di San Nicola è stata una necessità devozionale non solo per le donne maritate, che vedevano i loro mariti partire per affari o per difendere la vallata dalle incursioni dei mercenari dell’Occidente, ma soprattutto per le giovani fanciulle che, prive di dote, non riuscivano a trovare un uomo disposto a sposarle. Le famiglie imperiali dei Cantacuzeni e dei Paleologi hanno scelto il luogo della cappella vicino al Grande Palazzo per agevolare il cammino delle nobildonne della città alta e rendere possibile la loro influenza caritatevole a beneficio delle popolane giovani dei, rimaste senza sostentamento per la morte dei loro genitori”.
“Il signore della Morea - sostiene Nicolò – è ricco e possiede ingenti fortune. Le famiglie povere potrebbero bussare alla porta del Palazzo e chiedere un contributo per le vedove e per le donne da marito”.
“Le opere caritatevoli – risponde l’arconte – sono devolute alla chiesa locale che riceve ingenti donazioni da parte delle famiglie più ricche. I monaci di San Nicola hanno il compito di manifestare la munificenza del despota e dei suoi cortigiani con piccoli sussidi alle famiglie povere che ogni giorno provengono dalle località costiere della Morea, continuamente depredate e saccheggiate dai predoni del mare. La principessa Cleofe si distingue tra le nobildonne per le sue sortite nei quartieri poveri al di fuori delle mura della città. Le sue apparizioni tra i rifugiati, provenienti dalle isole dell’Egeo, si sono fatte sempre più frequenti in questi ultimi giorni durante l’assenza del principe Teodoro.
“Anche noi – dice Nicolò – abbiamo bisogno di ricorrere all’aiuto divino e ci rivolgiamo al santo che protegge i naviganti e i mercanti. I pirati intercettano le navi senza scorta e rendono schiavi marinai e mercanti. La Repubblica di Venezia conserva le ossa di Nicola in una chiesa del Lido di fronte al mare affinché il santo possa proteggere tutti coloro che partono sulle navi e affrontano le tempeste del mare. I naviganti che tornano con le mercanzie sono sotto la sua protezione perché con la loro opera commerciale permettono il sostentamento delle famiglie e il benessere di tutta la città della laguna”.
“San Nicola - sostiene Andrea - è venerato in Occidente e in Oriente e la sua intercessione protegge i devoti dai mali della terra e dai pericoli del mare. Per sopportare la forza distruttrice della natura e la cattiveria dei potenti occorre l’aiuto di colui che in vita fu ascoltato dalla Santa Sapienza per proteggere gli indifesi e i bisognosi dalle forze che piegano le volontà umane e affievoliscono la speranza in una vita buona degna di essere vissuta. Oggi le città sentono la necessità di avere un luogo di culto dove invocare San Nicola per ottenere la grazia di essere ascoltati nei momenti del bisogno e per essere rassicurati dal suo intervento”.
“Il santo di Myra – dice il mercante – ci protegge dai mali che provengono dalla natura e anche dalle cattiverie degli uomini”.
“Questa città - sostiene l’arconte - ha affrontato il grande morbo che, veleggiando dall’Oriente sulle navi, è approdato sulle coste e si è diffuso in tutto la Morea. Le mura e i cancelli sono serviti a controllare gli stranieri e le loro merci. La malattia è più spietata dei nemici che distruggono le città perché quando si avvicina non fa prigionieri e non risparmia le giovani donne e i bambini. I responsabili del governo della città hanno eretto questo tempio per impedire il dilagare della malattia mortale tra le dimore dei timorati di Colui che dà e mantiene la vita a coloro che si rivolgono con fede al santo di Myra”.
“Il Comune dei veneziani - dice Nicolò - custodisce le ossa di San Nicola in un tempio a lui dedicato all’ingresso della laguna per proteggere la città dai contagi malefici che si annidano nelle imbarcazioni che provengono dalle lontane contrade dell’Estremo Oriente. Vicino al porto del Lido, in una piccola isola, i monaci della Vergine di Nazareth accolgono i marinai ammalati che provengono dalle terre contagiate dalle pestilenze mortifere. La città lagunare non ha cancelli o mura ma si affida alla protezione divina”.
“Anche quest’anno – afferma il castellano – si è diffusa la peste nelle contrade della valle, portando alla tomba tanti uomini e donne con una “morte nera”. San Nicola ci protegge e la principessa Cleofe accende un cero davanti all’icona del santo per la protezione del marito. Tutte le nobildonne del Palazzo seguono la moglie di Teodoro per confortarla e concorrere all’atto devozionale nel tempio dedicato al loro santo protettore. Ogni donna nasconde nell’intimo dell’animo il desiderio di rivedere presto il proprio uomo, marito o promesso, che, lontano dalla famiglia, rischia la vita accanto al governatore della Morea”.
Entrando nel tempio, ser Nicolò sussurra: “Quanta devozione e tutte queste donne in fila per accendere una candela davanti alla piccola icona. Ci vorrebbe un edificio più grande, degno di un grande santo che da tanti secoli protegge i poveri e i bisognosi. La città è piena di palazzi che danno lustro ai potenti della terra e un taumaturgo, come i vescovo di Myra, dovrebbe avere un edificio più grande con pareti affrescate dagli artisti più rinomati e con marmi pregiati per contenere i devoti del santo”.
“Questa chiesa – risponde sottovoce l’aristocratico cavaliere – appare di piccole dimensioni soltanto ai forestieri. La fede nella intercessione di Nicola si innalza fino al trono della Santa Sapienza che non tiene conto della grandezza delle pietre ma della profondità del sentimento umano che raggiunge l’infinita dimora dell’Eterno. Oggi il tempio sembra modesto ma un giorno diventerà più grande e adornato con affreschi e marmi che rappresenteranno l’attaccamento della città al suo patrono che la protegge nel tempo dalle pestilenze e dagli assalti dei nemici”.
“La vicinanza al palazzo del despota imperiale - sostiene il mercante – dovrebbe indurre il principe a dimostrare la sua magnificenza con un edificio ben decorato e coperto di marmi”.
“Nella nostra città - dice il castellano – i costruttori tengono conto soprattutto della solidità degli edifici per resistere ai terremoti e durare nel tempo. Questa cappella dedicata a San Nicola non è isolata ma è gestita da un ieromonaco della grande chiesa di Santa Sofia, fatta costruire dalla famiglia imperiale dei Cantacuzeni. La piccola costruzione devozionale è parte integrante dell’edificio religioso, frequentato dalla corte dei Paleologi, che si erge più sopra lungo il sentiero che porta al castello. Il tempio è frequentato dal despota Teodoro che ama intrattenersi con i monaci del vicino convento, sottoposti al patrocinio del Santo Patriarca Giuseppe. Il metropolita di San Demetrio lascia piena autonomia ai monaci che curano il servizio divino nella chiesa di Santa Sofia e in questo luogo dedicato al santo di Myra. La chiesa della corte dei Paleologi ha innumerevoli cupole, sorrette da colonne marmoree scolpite, e pareti affrescate che riproducono la Vergine e suo Figlio che tiene in vita tutto il Creato”.
“Vedo l’icona del santo - dice il mercante – che queste donne amano venerare, elevando il loro spirito all’Eterno che dispensa le sue grazie ai devoti che si affidano al loro protettore. Il mio pensiero riporta alla mente i pericoli e le fatiche affrontate per giungere in questo sacro luogo e non posso fare a meno di affidare a San Nicola anche il mio ritorno a Monemvasia. Le anime devote sperano nel ritorno dei loro uomini, partiti in armi per difendere le frontiere minacciate dai Turchi. Io, mercante veneziano, ho un unico desideri che è quello di ritornare incolume alla mia famiglia. Sono stato beneficiato fin qui e spero di essere protetto anche nel ritorno”.
“Non basta accendere una candela e sperare nell’aiuto divino - dice il nobile cavaliere - ma occorre anche stimolare la benevolenza del patrono con un obolo, degno di un mercante veneziano, per soccorrere i bisognosi di questa città che diventano sempre più numerosi con gli sbarchi dei predoni e con i guerrieri turchi che premono alle frontiere della Morea”.
“Il mio guadagno - sostiene ser Nicolò – è frutto di fatiche e di prudenza per trasportare la mercanzia. Pirati e ladri attentano alla mia vita per sottrarmi i beni che mi sono stati affidati per i quali ottengo la giusta commissione che permette a me e alla mia famiglia di vivere degnamente. La fede mi sostiene nel viaggio e mi da sicurezza l’aiuto del patrono dei naviganti. Ritengo doveroso dimostrare la mia gratitudine lasciando una congrua offerta per coloro che non hanno il necessario per una vita buona. Il denaro che si dona per un’opera pia rinvigorisce lo spirito di chi sa elargire con generosità e rischiara l’orizzonte della vita per chi ottiene l’aiuto sperato”.
“Il monaco Matteo - dice l’arconte – raccoglie le offerte destinate alle opere di carità dopo il sacro rito mattutino e si intrattiene per elargire il perdono dell’Onnipotente ai peccatori. Prima di deporre le offerte nel grande cesto, occorre riconoscere le proprie manchevolezze e rappacificarci con Colui che ci dona la vita”.
“Il mio spirito è pronto - sussurra il mercante – per una preghiera di ringraziamento e per manifestare la mia gratitudine al santo”.
Ser Nicolò esce dal sacro luogo con il nobile Andrea e con il religioso.
“Una preghiera di lode sarà innalzata al cielo - dice Matteo al mercante – per la fede e la generosità di coloro che si rivolgono riconoscenti a San Nicola. Questa cappella, dedicata al patrono dei naviganti, è sempre visitata con devozione e spirito di carità non solo da coloro che sperano in un futuro migliore, ma anche da coloro che, per le grazie ricevute, intendono rendere grazie all’Eterno nella chiesa del loro santo patrono. È questo un luogo di preghiera e di fraternità generosa che riavvicina ricchi e poveri, bisognosi di soccorso e beneficiati. La vicinanza del palazzo del principe Teodoro, despota della Morea, permette di far incontrare nella stessa chiesa i fedeli dell’Occidente e dell’Oriente, uomini e donne che seguono il rito latino del patriarca di Roma e coloro che osservano le consuetudini della Grande Chiesa di Costantinopoli”.
“La presenza della principessa Cleofe - sostiene l’arconte – è occasione di condivisione della stessa venerazione a San Nicola. I gesti devozionali per il santo vescovo di Myra manifestano un’unica fede in Colui che è l’unica vera via della vita. Il despota Teodoro ha concesso la celebrazione in questa città dei riti latini per la sua sposa che è nipote del papa. Si sussurra che Il vescovo di Roma vuole eliminare le divisioni che si sono create tra i cristiani per creare un unico baluardo contro lo strapotere del sultano degli Ottomani”.
“Il Patriarca Giuseppe - dice il monaco – ha raccomandato al mio abate di far preparare in questa chiesa un altare per l’officiante di rito latino che sovrintende le pratiche religiose della moglie del despota. Il basileus ha imposto l’osservanza dell’accordo stipulato con papa Martino per il rispetto delle usanze devozionali delle spose latine. La chiesa di San Nicola è vicina alla dimora di Teodoro e permette alla principessa di pregare e seguire il sacramento del pane e del vino”.
“Gli Ottomani minacciano l’esistenza dell’Impero - sostiene l’arconte – e il matrimonio di una nipote del papa con il figlio del basileus è un motivo in più per la creazione di un grande esercito in grado di sconfiggere le milizie del sultano. La famiglia imperiale dei Paleologi si è imparentata con Malatesta dei Malatesta di Pesaro. Il padre della nostra principessa ha anche firmato un contratto matrimoniale con la famiglia Colonna per il figlio Carlo che ha sposato la figlia del fratello di papa Martino V”.
“Il papa ha già eliminato le controversie nell’episcopato latino - sostiene il mercante – ed ha riportato la sua curia dalla Provenza a Roma. I principi tedeschi e spagnoli non sono più costretti ad inviare i loro ambasciatori ad Avignone. I loro vescovi non sopporteranno più le prevaricazioni della corte francese nell’elezione dei pontefici. Il luogo del martirio di San Pietro è ritornato ad essere il centro di tutta la cristianità dell’Occidente. Il merito della riconciliazione è di Martino V. Il papa all’atto della sua elezione ha espresso agli ambasciatori del basileus il fermo proposito di frenare l’avanzata del sultano. Il soccorso dei principi dell’Occidente potrà avvenire dopo il riconoscimento del primato spirituale del Patriarca di Roma”.
“Teodoro è il secondo erede in linea di successione al titolo di basileus - dice il nobile castellano – e questa prospettiva potrebbe indurre il papa ad organizzare subito una difesa delle coste della Morea. I banchieri di Firenze e di Venezia sarebbero ben lieti di finanziare l’allestimento di galee armate con la mediazione del Vescovo di Roma.
Il nostro principe è partito per difendere il muro sull’istmo di Corinto dai cavalieri turchi mentre le coste del Peloponneso sono flagellate dalle razzie dei predoni del mare. Le razzie sulle coste hanno indotto molte famiglie a chiedere aiuto al nostro principe. Interi villaggi scompaiono: case distrutte, chiese incendiate e abitanti fatti schiavi”.
“La cristianità è in pericolo - dice il monaco – e la Morea è l’ultimo lembo di terra dell’Impero dei Romei che ancora conserva intatte le tradizioni cristiane tramandate dai nostri padri. I Turchi hanno occupato tutta la Tracia ed eretto le loro moschee nella città di Adrianopoli che è diventata la capitale di tutto il dominio ottomano.
I territori dei Bulgari e degli Slavi hanno nuovi signori che erigono i loro templi in onore del Profeta Maometto. La religione dei conquistatori è imposta alle genti che per sopravvivere devono attenersi alle loro leggi. L’educazione dei giovani è rispondente ai nuovi bisogni dell’amministrazione ottomana. I fanciulli vedono nelle scuole nuovi maestri con il turbante e la barba. I nobili piegano le loro ginocchia davanti all’arroganza dei capi militari del sultano. Le porte delle antiche chiese rimangono chiuse perché i fedeli hanno paura di opporsi alla nuove pratiche religiose imposte dai nuovi amministratori.
La città di Costantino conserva ancora le sue chiese perché resiste alle armi da fuoco di Murad II. Gli abitanti facoltosi si imbarcano per raggiungere le città dell’Occidente che li accolgono con grandi onori per le loro capacità imprenditoriali o per le loro conoscenze nella fabbricazione di tessuti pregiati e di nuovi impieghi nell’artigianato locale. Mistrà diventa sempre più grande e più bella con l’arrivo delle nuove famiglie che erigono chiese e palazzi sulle pendici della città”.
“La città del basileus - sostiene il mercante – ha mura solide e torri presidiate da uomini ben addestrati e pagati con moneta aurea. La Repubblica di San Marco protegge il suo porto con galee armate che non solo impediscono l’ingresso nel porto delle milizie del sultano ma proteggono anche le rotte marine dagli assalti dei predoni del mare”.
“I Veneziani sanno investire bene i loro ducati – afferma il castellano – e difendono le attività commerciali di Bisanzio perché il suo grande emporio è fonte di ricchezza per la loro città. Il sultano è consapevole che le casse dell’erario imperiale sono sempre vuote e i proventi del commercio sono insufficienti per pagare i mercenari. Molti nobili della città si lasciano adescare dalle promesse dei principi ottomani che vogliono impossessarsi della città. I privilegi concessi agli stranieri e i continui assedi non permettono di vivere con decoro come nel passato. Gli artigiani non hanno più richieste di lavoro e sono costretti a chiudere le loro botteghe. La Grande Chiesa del Patriarca non riceve più donazioni e non riempie le casse con le imposte dei laboratori o con l’affitto degli immobili. L’enorme ricchezza che affluisce in città riempie soltanto i forzieri dei banchieri che investono sul commercio degli stranieri e delle famiglie dell’antica aristocrazia terriera che si è insediata nel quartiere delle Blacherne, sede dell’amministrazione imperiale”.
“Costantinopoli è una città ricca e prosperosa – dice ser Nicolò - dove i nobili veneziani e i principi stranieri fanno costruire sontuosi palazzi, circondati da giardini, lontano dall’antica dimora di Giustiniano. Il nuovo centro della finanza è a ridosso del porto del Corno d’oro nelle vicinanze del palazzo del basileus.
La famiglia dei Paleologhi per governare e resistere ai suoi nemici si è sempre rivolta all’aiuto dell’Occidente. Michele VIII Paleologo ha scacciato da Costantinopoli i cavalieri francesi che avevano costituito l’impero latino e ripristinato la corte del basileus. Il fondatore della nuova dinastia ha riconosciuto il primato del successore di Pietro, come pure Giovanni V, figlio di Anna di Savoia e di Andronico IV Paleologo.
Il papa desidera soltanto l’unione di tutte le chiese ed è pronto a richiamare tutti i principi e regnanti dell’Occidente per una crociata contro l’esercito del sultano. Il suo aiuto è condizionato dal riconoscimento del primato del successore del vescovo di Roma su tutti i vescovi dell’Oriente. L’atto richiede la sottoscrizione di un accordo formale da parte di tutti i rappresentanti dei Patriarchi”.
“La conversione di Michele VIII e di Giovanni V – sostiene il monaco – è stata soltanto un atto individuale perché il Patriarca di Costantinopoli riconosce il primato dell’apostolo Andrea che fu il primo degli apostoli chiamato a seguire il divino Maestro”.
“Il Vescovo di Roma – afferma il mercante veneziano – è stato riconosciuto successore di Pietro quando Roma era la capitale del mondo ed il suo primato era indiscusso. Le invasioni barbariche hanno offuscato l’antica sede degli imperatori romani e non sono riuscite ad abbattere l’Impero romano d’Oriente. Il basileus ha conservato l’imperium di Cesare Augusto e dei suoi successori. Il Patriarca di Costantinopoli è diventato preminente nella Chiesa perché difeso dalla potestà della sede imperiale. Oggi la potestà imperiale non può più governare i popoli che sono stati soggiogati dal sultano. Il papa ha oggi la facoltà di chiamare tutti i governanti per difendere i popoli cristiani.
I banchieri delle città latine dispongono di immense fortune disponibili per le grandi imprese dei regnanti. All’autorità religiosa del pontefice è strettamente legata la potestà di governo dei principi. Le prerogative spirituali e di governo dei popoli del patriarca di Roma devono essere riconosciute anche dal popolo di Costantinopoli e da tutte le genti guidate dai vescovi dell’Oriente nel cammino della fede.
Se Roma è sede della autorità spirituale su tutti i magisteri ecclesiastici ed è anche riconosciuta come sorgente del potere conferito ai principi di regnare sui popoli, il Patriarca di Costantinopoli deve restituire il primato acquisito con il potere del basileus e riconoscere con il suo popolo il primato del Vescovo di Roma che siede sulla sorgente dell’autorità e della potestà di governare i popoli”.
“Il riconoscimento del primato spirituale - sostiene l’arconte - tra il Vescovo di Roma e il patriarca che celebra i sacri riti nella Grande Chiesa di Costantinopoli dovrebbe essere discusso in un Concilio presieduto dal basileus con la partecipazione di tutti i vescovi dell’Occidente e dell’Oriente. La questione è stata già discussa tra gli inviati del papa e Giovanni VI della famiglia dei Cantacuzeni che si è distinto nel suo attaccamento alla fede per aver accettato di sottoporsi agli obblighi monacali dopo la sua incoronazione sul trono di Bisanzio. Le assemblee dei rappresentanti delle sedi apostoliche e delle sedi dei vescovi, patrocinate dall’imperatore, hanno donato al popolo cristiano le sacre verità nascoste alle menti dei popolani ma evidenti agli spiriti più elevati nelle cose teologiche. Ciò che è giusto va sancito da un concilio e accettato da tutto il popolo della Santa Sapienza”.
“Per i Romei – sostiene il monaco – il basileus ha un ruolo anche ecclesiastico e il suo assenso è indispensabile per la convocazione di un concilio che matta fine alla lunga disputa sorta tra i sostenitori del rito latino e quelli che riconoscono soltanto l’autorità del Patriarca di Costantinopoli”.
“L’esigenza del primato - afferma il nobile veneziano – è diventata di primaria importanza per il Vescovo di Roma che deve sostenere la sua imparzialità tra i principi che aspirano a governare i popoli. Nell’Occidente ci sono nobili dinastie regali che avanzano pretese sulle terre che nel passato facevano parte dell’Impero romano d’Oriente. L’autonomia del soglio di Pietro richiede la supremazia del suo ministero soprattutto nel campo religioso per poter sancire la discendenza divina dell’alta autorità imperiale su tutti i popoli. Costantinopoli è circondata dall’esercito del sultano e il suo basileus no dispone più dell’autonomia per imporre il suo imperium su tutta la cristianità.
È tempo di ricostituire con urgenza il ruolo ecclesiastico del papa per tutta la cristianità. La separazione tra i vescovi dell’Occidente è cessata con il papa Martino e bisogna decidere con urgenza l’unione di tutte le chiese per una grande coalizione di tutti gli eserciti dell’Occidente per fronteggiare i cavalieri ottomani che vincono su tutti i fronti e minacciano le città costiere della Dalmazia e dell’Italia.
I principi bulgari che un tempo erano legati al papa si sono sottomessi e si sono dichiarati vassalli del sultano. Le regioni serbe sono già sotto il dominio ottomano”.
“La supremazia delle galee veneziane - dice il castellano - è riconosciuta nel mare che bagna le coste della Dalmazia e dell’Albania. I Turchi non osano abbordare le navi sulle rotte commerciali controllate dalla Repubblica di San Marco. Le famiglie delle due spose latine hanno concordato il matrimonio con i figli del basileus durante il Concilio dei vescovi che hanno eletto Martino V. Il basileus potrebbe essere incline alla convocazione di un grande sinodo di vescovi per il riconoscimento del prestigio del Patriarca di Roma per ottenere dall’Occidente tutto l’aiuto necessario per riconquistare le regioni conquistate dagli Ottomani e ripristinare il suo imperium sulle popolazioni dei Balcani”.
“Il basileus ha bisogno di un sostegno militare – sostiene il monaco – ma il popolo di Bisanzio, i metropoliti e gli abati dei conventi non tollerano le ingerenze della curia di Roma nelle loro prerogative. I tributi alle chiese e il pagamento del dovuto alle amministrazioni conventuali, durante il dominio dei cavalieri franchi, hanno subito delle tassazioni da parte dei signori feudatari dell’Occidente. Le rendite delle chiese e dei conventi devono beneficiare i residenti e non essere imbarcate per le ricche città dell’Occidente”. I vescovi e i monaci hanno timore di perdere i loro benefici e il loro sostentamento”.
“I tuoi timori sono infondati – sostiene ser Nicolò – perché il basileus rimane il garante del sostentamento del popolo e dei suoi capi religiosi. I possedimenti dei conventi sono frutto di donazioni da parte della famiglia imperiale e degli arconti. Il ricavato delle coltivazioni e gli oboli dei fedeli rimarranno sempre a disposizione delle amministrazioni ecclesiastiche per le necessità delle curie e per le esigenze dei poveri”.
“Il despota della Morea - sostiene l’arconte – è tollerante e permette nella città anche le devozioni e i riti secondo i canoni di Roma per venire incontro ai rifugiati provenienti dai villaggi costieri. L’arcivescovo di Patrasso, sollecitato dal papa ha inviato alcuni sacerdoti per sostenere la fede delle vedove e degli orfani dei villaggi costieri, continuamente depredati dai turchi e dai pirati catalani. La principessa ha accolto sotto la sua protezione gli officianti latini secondo le direttive impartite dal proprio consorte. Teodoro è ben visto dal papa Martino che manda tanti ambasciatori per controllare l’applicazione degli accordi stipulati in occasione del matrimonio di Cleofe.
La nobildonna dei Malatesta non ama esibirsi in gesti eclatanti di carità, ma preferisce ascoltare le necessità dei bisognosi dall’officiante latino che indica alla nobildonna i casi più pietosi per un soccorso o un ricovero nei luoghi di accoglienza adiacenti ai monasteri della città”.
“L’animo generoso della sposa latina – dice il monaco – desta la meraviglia delle donne che fanno parte della corte del despota. Le mogli degli arconti più facoltosi gareggiano per mostrare la loro ardente fede con cospicue donazioni davanti all’icona di San Nicola”.
“La gara di elargizioni caritatevoli tra le donne di Mistrà –sostiene il mercante – è indice di prosperità che appare anche nella costruzione di palazzi e di opere pubbliche. Costantinopoli è soffocata e non riesce a sfamare i più bisognosi, mentre qui le donne competono nelle opere di carità a beneficio soprattutto dei rifugiati e delle vedove.
La collina mostra un fervore di crescita che non si riscontra in altre parti dei territori amministrati dal basilues e dai suoi figli. La famiglia dei Paleologi stanno costruendo una nuova capitale che attira le famiglie nobili fuggite dai territori conquistati dalle milizie ottomane.
Accanto alle mura e alle torri poderose vedo un frenetico lavorio di muratori ed artigiani per innalzare dimore sontuose simili a quelli che i mercanti ricchi fanno costruire nelle città dell’Occidente”.
“Mistrà mostra tutta la sua floridezza – dice l’arconte - perché è in grado di affermarsi militarmente in tutto il Peloponneso, combattendo contro le pretese dei signori latini che, dopo l’instaurazione sul trono di Bisanzio della dinastia dei Paleologi, continuano a spadroneggiare sulle terre degli antichi greci. Banchieri genovesi e fiorentini contendono ai principi angioini il governo delle regioni costiere della Morea con le loro pretese parentali.
I cavalieri franchi, che depredarono Costantinopoli e profanarono la Grande Chiesa di Santa Sofia, sono stati sostituiti da altri baroni e feudatari latini.
I capitani delle roccaforti veneziane lungo le coste fanno sentire la loro supremazia nella regione per acquisire a buon mercato tutto ciò che necessita al loro sostentamento. Le diatribe locali sono sempre all’ordine del giorno e impegnano gli uomini armati del nostro principe per il mantenimento dell’ordine e per la salvaguardia dei confini della Despotìa di Teodoro”.
“Il basileus Manuele e i suoi figli – dice il mercante - hanno consolidato e reso più vasto il loro dominio nel Nord della Morea conquistando baronìe e possedimenti nell’Acaia e nell’Arcadia a danno dei signori latini. I territori della città di Patrasso e quelli dell’entroterra vicino ai porti fortificati di Modone e Corone sono stati posti sotto la sorveglianza delle Repubblica di San Marco per proteggerli dalle incursioni dei pirati e dalle rivendicazioni dei Paleologi.
“Il popolo è fiducioso e invoca San Nicola – sostiene il monaco – per la protezione della città. L’esercito ottomano minaccia di nuovo di invadere la Morea e di distruggere il muro di Corinto con le nuove armi da fuoco. Il sultano non sopporta le conquiste di Teodoro e dei suoi fratelli a danno dei baroni latini che si sono dichiarati suoi vassalli.
La parentela del despota con Martino V preoccupa Murad II che teme l’avanzata di un esercito crociato deciso a sconfiggerlo e a scacciarlo dai Balcani.
Il Patriarca Giuseppe cerca di convincere i metropoliti e gli abati dei conventi a collaborare con il basileus per la necessità impellente di un aiuto dell’Occidente patrocinato dal papa.
La richiesta di soccorrere la fede cristiana in pericolo è ripetuta dai vescovi e dai sacerdoti in tutte le chiese dell’Occidente. I regnanti sono chiamai dal papa per la costituzione di un grande esercito crociato in grado di allontanare il pericolo di un’ulteriore avanzamento degli Ottomani che impongono la conversione delle chiese in moschee nei territori occupati e obbligano le famiglie a cedere i loro figli maschi per farli crescere secondo le tradizioni turche”.
“Il patrocinio del papa – dice ser Nicolò – è subordinato al riconoscimento del suo primato ecclesiale. Il basileus conosce il popolo e le sue tradizioni. Il tempo non ha ancora cancellato i ricordi delle antiche nefandezze dei crociati e ritiene responsabile di quelle atrocità il pontefice che aveva indetto la crociata e non aveva impedito gli atti sacrileghi dei fratelli dell’Occidente. Le convinzioni radicate negli animi e tramandate di generazione in generazione hanno conservano ancora l’astio e l’insofferenza nei confronti del papa. La sua premura per l’unione di tutte le chiese suscita avversione in coloro che hanno rendite legate ai luoghi di culto. Metropoliti e abati non vogliono perdere i loro privilegi”.
“Mistrà – dice il nobile Andrea – non ha questi ricordi perché è una città sorta per il volere di un principe latino e prospera con il commercio e le arti. Il principe Teodoro è molto religioso e spera in un aiuto del papa per sedere sul trono imperiale di Bisanzio. Il despota e le famiglie nobili della sua corte sperano in una unione con l’Occidente che possa tenere lontano il pericolo dei Turchi e nello stesso tempo ricostituire la potestà del basileus su tutte le genti che continuano ad avere fede in Colui che è l’unica vera via di una vita che è degna di essere vissuta nella pace e nella prosperità”.
“Il primato del Patriarca di Roma - dice il nobile veneziano – si deve unire alla potestà imperiale per il governo di tutta la cristianità. Si tratta di far rivivere l’intento di Costantino il Grande, cioè sotto l’unico e vero segno di pace di Cristo si possano governare i popoli che rispettano il diritto romano”.