giovedì 21 giugno 2012

TERRA DI MOREA

Capitolo primo
Il guardiano della porta

La principessa Cleofe guarda dal loggiato del suo palazzo la carovana di ser Nicolò che sale la collina per un sentiero lastricato. Il mercante, diretto alla dimora del signore di Mistrà, porta tessuti pregiati e spezie, provenienti da Monemvasia, approdo sicuro sulla costa del mar Egeo dove le galee della Repubblica di San Marco scaricano le merci, imbarcate nei porti del Mediterraneo o del Ponto Eusino.La signora da più di due anni è la sposa di Teodoro, figlio di Manuele II Paleologo che dal 1391 è basileus di Costantinopoli e dell’Impero romano d’Oriente. Nell’estate del 1420, all’età di quindici anni, la nobildonna, figlia di Malatesta dei Malatesti, signore di Pesaro, e di Elisabetta da Varano, si è imbarca su una galea veneziana per raggiungere la città di Costantinopoli, perché promessa sposa al figlio del basileus.La residenza emerge tra i palazzi degli arconti e dei nobili della corte di Teodoro, nominato dal padre despota di Morea già all’età di dieci anni per governare il possedimento, riconosciuto dai signori dell’Occidente e dal sultano degli Ottomani.

Il piccolo dominio della famiglia dei Paleologi è nella Laconia, regione del Peloponneso che i Latini chiamano Morea per le piantagioni dei gelsi. La capitale del Despotato è la città di Mistrà, sorta su uno sperone roccioso alle pendici della catena del Taigeto.


Sulla sommità della collina si erge la fortezza, chiamata “Kastron”, e sui fianchi scoscesi è nato l’abitato diviso in tre zone: la città superiore circondata da mura e bastioni che proteggono le residenze costruite intorno al palazzo del principe; un complesso abitativo più basso, circondato da una fortificazione costituita da una muraglia intervallata con torrette che racchiude le case, i monasteri e la cattedrale del metropolita. Un cancello di ferro, chiamato “Porta di Monemvasia” permette il passaggio interno tra i due settori fortificati.


Alla città si accede dalla parte bassa attraverso una porta principale tra alti bastioni, vicino alle mura che proteggono la Chiesa di San Demetrio, sede del metropolita della Morea. Al palazzo del principe si può accedere anche attraverso Il cancello di Nauplia, protetto da due torri quadrate della città alta.Mistrà, sorta come capitale del Principato latino d’Achaia, riconosciuto dal Capo della Chiesa di Roma e dall’imperatore latino di Costantinopoli, ora è il centro più ricco e fiorente dell’impero del basileus che accoglie nobili, mercanti e uomini delle nobili arti che fuggono da Costantinopoli, assediata dalle milizie dei sultano degli Ottomani che risiede in Tracia, nella città di Adrianopoli.


Il Kastron domina sulla vallata percorsa dal fiume Eurota che nelle vicinanze della città lambisce i ruderi dell’antica Sparta degli eroi, cantata da Omero e celebrata nella storia dell’antica Grecia. La fortezza è il simbolo della potenza dei Paleologi nel Peloponneso e dà rifugio ai sudditi del despota in caso di incursioni ottomane o razzie dei mercenari al soldo dei baroni latini e dei Catalani che contrastano le espansioni militari del basileus e dei suoi figli. I contadini tramandano le loro paure generate dai saccheggi e massacri degli Ottomani di Bayezid.


Gli arconti della città si sono arricchiti negli ultimi anni sotto la protezione del loro despota che ha promosso lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento, concedendo un maggior numero delle sue terre ai contadini della vallata per piantare nuovi alberi ed estendendo i pascoli vicino ai boschi. Gli agricoltori e i pastori si sentono più sicuri con i presidi armati nei punti strategici della Laconia e ai confini dei possedimenti latini. La vallata è prospera per le colture del frumento, dell’orzo, dell’avena e del miglio. Le piantagioni di gelsi per l’allevamento del baco da seta permettono agli impresari dei laboratori manifatturieri di ottenere notevoli quantitativi di seta grezza che viene venduta nei mercati delle città portuali. La regione è nota anche per le estensioni di querceti che forniscono legno e ghiande. L’olio e il vino della Laconia sono rinomati e affluiscono ai porti dell’Egeo e dello Ionio.


Mistrà prospera grazie all’afflusso delle merci che provengono dal porto di Monemvasia dove passano tutte le navi che percorrono le rotte commerciali del Mediterraneo orientale dirette a Costantinopoli e agli scali marittimi del Ponto Eusino. Nell’abitato, vicino allo scalo marittimo, ha la sua residenza stabile il podestà di Venezia che garantisce, con lo stendardo del Leone di San Marco, il protettorato della Serenissima sulla città che gode delle franchigie commerciali, già concesse dal basileus Andronico II. Le galee veneziane proteggono le navi commerciali dai pirati e dai corsari del sultano Murad II che tiene sotto assedio la città di Tessalonica, governata dal despota Andronico, figlio del basileus.


Ser Nicolò procede lentamente a piedi per il sentiero, tenendo nelle sua mano le briglie del cavallo che apre la lunga fila di animali da soma, carichi di mercanzie preziose. Le donne e i bambini salutano il mercante che passa sotto le loro finestre mentre sale al Palazzo.


Gli abitanti dei quartieri alti appartengono alle famiglie più ricche della città e attendono con tanta curiosità di vedere le ultime novità di tessuti di lana e di seta prodotti in Occidente. Le nobildonne vogliono conoscere le mode dei Latini, per non sfigurare alla presenza della giovane Cleofe che ama indossate gli abiti leggeri e colorati che si usano a Venezia e nelle corti delle città italiane.


La primavera ha già rivestito di foglie e di fiori variopinti gli alberi da frutto e le aiuole che adornano le case degli abitanti della città bassa. I davanzali delle finestre mostrano l’amore delle donne per i fiori e gli arbusti odorosi del luogo. L’abitato accoglie con allegria lo straniero che viene dal mare con le manifatture di terre lontane.


Il mercante si ferma davanti alla “Porta di Monemvasia” perché il cancello di ferro è chiuso e presidiato con tanti uomini armati. Il capo dei guardiani lo riconosce subito e lo saluta con rispetto: “Ser Nicolò, siete veramente coraggioso a venire a trovare il nostro despota in questo momento. Voi veneziani non vi fermate mai, pur di far arrivare al più presto la mercanzia là dove si è sicuri di ottenere un giusto e proficuo guadagno”.


“Demetrio, sono lieto di vederti - risponde il mercante – e sono curioso di sapere il motivo di questa precauzione nel mezzo di una città che dispone di poderose mura e torri perimetrali nella parte bassa, presidiate da uomini pronti a respingere qualsiasi assalto nemico”. La porta principale, vicino alla chiesa di San Demetrio, permette di entrare liberamente anche agli stranieri. Nessuno mi ha chiesto il lasciapassare né il motivo del mio ingresso”.


“Il nostro principe Teodoro – dice il capo dei guardiani – è partito da vari giorni con al seguito i suoi arconti più giovani per ostacolare l’avanzata dei Turchi sull’Istmo di Corinto. Ho ricevuto dal capitano del Kastron l’ordine di tenere il cancello chiuso e di far entrare soltanto i residenti dei quartieri alti”.


“La merce che io porto – afferma ser Nicolò – è stata già pagata ed io ho solo l’incarico di consegnarla alla signora Cleofe. Manda subito un cavaliere al castellano e fatti autorizzare per l’ingresso dei cavalli e delle bestie cariche di merci. Sono sicuro di essere atteso dalla principessa perché da lontano ho visto una chioma bionda affacciarsi dai balconi del Palazzo. Ho già servito la nobildonna dei Malatesta che è degna di stare al fianco del suo signore per il vivo interesse all’agire del governatore della città”.


“Paolo, monta in sella – grida il guardiano al suo aiutante – e vai ad avvisare il nostro comandante per l’autorizzazione al transito della carovana. Ser Niccolò è atteso dalla nostra principessa. Tu stesso scorterai il nobile veneziano alla sua residenza per agevolargli il cammino e rispondere ai servi del Palazzo”.


“Il mio cavallo è pronto – risponde il giovane – e raggiungerò la porta del castello come un dardo veloce”.


“Le sentinelle poste sulla sommità delle torrette – dice Demetrio - hanno avuto l’ordine di controllare dall’alto la pianura e di avvisare subito il capitano quando scorgono i polveroni innalzati dai cavalli al galoppo. I popolani che passano, per servire nei palazzi dei signori, spesso mi chiedono con ansia: “Il muro di Corinto, fatto costruire dal nostro imperatore, reggerà agli assalti dei guerrieri turchi? Il nostro esercito quanti soldati ha per respingere gli Ottomani? La nostra città è presidiata dai veterani che alloggiano nelle torrette delle fortificazioni con le loro donne ma i più giovani sono partiti al galoppo dietro l’arconte Frangopulo. Chi ci difenderà se i mercenari stranieri, pagati con gli iperperi, fuggono davanti all’irruenza dei guerrieri del sultano?”.


Anche il podestà di Monemvasia mi è sembrato preoccupato - afferma il mercante - per le innumerevoli navi turche che inalberano al largo lo stendardo turco. Il mare Egeo è infestato da pirati e corsari delle città costiere dell’Asia Minore, conquistate dagli Ottomani. Il sultano guida personalmente il suo esercito in battaglia e si avvale di giovani emiri che vogliono mettersi in mostra al cospetto del loro comandante e fare bottino per le loro milizie. I guerrieri turchi fanno paura perché sono smaniosi di distruggere e di impossessarsi delle ricchezze, messe in bella mostra dentro le residenze sontuose dei governanti e dei loro funzionari”.


“La nostra città – sostiene il guardiano - ha affrontato un brutto momento con i soldati del sultano Bayezid che hanno invaso e saccheggiato le terre di Corinto e di Argo. Il despota Teodoro, zio del nostro governatore, è riuscito con il suo esercito, rinforzato da mercenari dell’Epiro e dell’Albania, ad evitare il saccheggio della nostra città. Il nostro basileus ha fatto costruire un grande muro sull’Istmo di Corinto. L’esercito del sultano saccheggia le città dell’Argolide e dell’Arcadia mentre i pirati e i corsari distruggono i castelli dei Latini lungo le coste e si impossessano delle loro terre”.


“Non temere Demetrio – dice ser Nicolò – Mistrà ha Teodoro che la protegge al Nord e le galee veneziane che presidiano i porti dello Ionio e dell’Egeo. Il podestà di Monemvasia e i provveditori di Corone e Modone hanno il compito non solo di rappresentare l’autorità del Comune dei Veneti per l’amministrazione della giustizia ma anche quello di agevolare l’approdo e l’uscita delle navi che devono percorrere le rotte del Mediterraneo, stabilite dai magistrati del Senato di San Marco. Il commercio è la linfa che fa prosperare non solo Venezia ma che fa affluire alla tua città tutte le merci necessarie a mantenere il decoro di una capitale per il dominio del figlio del basileus”.


La nostra città – sostiene il guardiano – accoglie gli uomini del clero e tutti coloro che non sopportano le angustie delle città assediate dal sultano. La porta principale, vicino alla chiesa del metropolita è aperta di giorno a coloro che vogliono trovare una sistemazione ai loro affanni ma anche a coloro che vogliono esprimere la loro arte nei luoghi sacri e nelle residenze dei mercanti e dei banchieri”.


"Mistrà si ingrandisce e si abbellisce ogni giorno - dice il mercante - per irradiare nel mondo non solo il pensiero e l’arte degli antichi Greci ma anche per fornire nuove soluzioni alle ricerche degli ingegni e degli uomini di fede. Sulle galee incontro uomini dell’Occidente che vengono qui per frequentare le scuole dei dotti e imparare la lingua degli eroi di Omero. Nei palazzi delle nobili famiglie italiane, i giovani e le fanciulle imparano a leggere i testi degli antichi Romani ma anche a conoscere le parole dei filosofi di Atene e degli eroi di Sparta. Tutto questo è favorito dal commercio che fluisce come il sangue e rinvigorisce non solo i corpi con il vino, l’olio, il miele e le spezie, indispensabili a dar sapore ai cibi, ma che permette agli spiriti geniali di apprendere e di migliorare la vita degli uomini e delle donne con lo scambio delle esperienze e con la diffusione di testi sacri e profani. Uomini appassionati del mondo antico cercano i manoscritti originali delle opere dei Greci o tradotte dai dotti Arabi nelle lingue locali dell’Occidente e dell’Oriente. Le pergamene e i papiri che un tempo si vendevano nelle piazze di Alessandria e dell’antica Atene, oggi sono portati nei conventi dei Latini per essere tradotti e divulgati. Nuove scuole nascono nelle città italiane e rinnovano un pensiero che sovrabbonda di aspirazioni per nuove libertà e nuove conquiste. Gli spiriti si infiammano e le menti partoriscono nuovi modi di vivere la vita quotidiana”.


“Il popolo qui vive in ansia – aferma Demetrio – perché il sultano vuole conquistare la città di Costantino e sostituirsi al nostro imperatore che è stato scelto per governare tutti i credenti e far vivere tutti i popoli sotto giuste leggi”.


“I Veneziani hanno avuto ed hanno il privilegio di utilizzare il mercato del basileus – dice Nicolò – per l’acquisto e la vendita delle manifatture e dei prodotti della Terra che vi arrivano in abbondanza da ogni luogo. La loro città è diventata grande e predomina su tutti i mari. La fonte della ricchezza è il commercio e chi si affida alla contrattazione dei prodotti riparte da Costantinopoli con un guadagno certo che frutta ancora di più quando le mercanzie vengono trasportate in luoghi dove gli uomini e le donne sanno apprezzarle. La nostra arte consiste in questa capacità di saper offrire al richiedente quello che vuole e dove vuole nel momento in cui può offrire un prezzo congruo per ciò che ritiene indispensabile alla suo benessere”.


“Costantinopoli è sotto assedio – afferma il guardiano – e il suo mercato non riesce più a dare prosperità all’imperatore e ai suoi sudditi. Tessalonica, considerata la seconda città più ricca dell’impero non ha la possibilità di pagare chi la possa difendere. Il despotato della Morea che permette a Manuele di mantenere il suo trono perché è una terra che sa dare i suoi frutti se ben coltivata e anche metalli preziosi con cui coniare le monete e pagare i mercenari che rimpinguano le file dell’esercito e permettono di difendere la nostra terra dalle razzie e dalle incursioni ottomane”.


“La Serenissima è consapevole dell’importanza di questa terra per le sue risorse – dice il veneziano – e anche dell’attuale momento critico per l’ingerenza dekl sultano negli affari dei signori e degli arconti di questa regione. Il Senato è disposto a finanziare milizie della Dalmazia e dell’Albania per difendere non solo Costantinopoli e Tessalonica ma anche a proteggere le città costiere della Morea. Venezia è interessata a mantenere la pace nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo per agevolare l’attività commerciale. Gli ambasciatori del Doge hanno invitato il despota, gli arconti e i baroni latini a risolvere le loro questioni di frontiera senza suscitare l’intervento del sultano. Gli Acciaiuoli del Ducato d’ Atene, gli Zaccaria che posseggono le terre del Principato latino d’Achaia come i Tocco della Contea di Cefalonia che vogliono impossessarsi di nuove terre nel Nord sono invitati dagli ambasciatori di San Marco a trovare un giusto compromesso con reciproche concessioni, invocando la mediazione del papa nelle controversie tra loro e i Paleologi”.


“È da un anno – incalza il guardiano – che le nostre donne sono invitate ad accendere i ceri votivi per la liberazione di Costantinopoli dall’assedio delle milizie ottomane. Il nostro metropolita durante il rito domenicale innalza la sua preghiera e sprona i fedeli a digiunare per far scendere la salvezza dell’impero dal Signore che ci ha donato un basileus giusto e devoto. La sua immagine è portata in processione con le sacre icone della Vergine Odighitria che ci indica la salvezza. La speranza è riposta nell’aiuto di un grande esercito che dovrebbe provenire dall’Occidente. Il nostro despota ha sposato una giovane donna che è nipote del papa. Il principe è coraggioso e saprà resistere all’esercito del sultano”.


“Il papa Martino V – dice il mercante – è stato eletto durante il Concilio di Costanza. Al sinodo ecumenico erano presenti anche i rappresentanti del basileus. Sulle galee si sussurra che ci siano stati degli accordi tra i delegati latini e i delegati di Costantinopoli. Il cardinale eletto, appartenente alla famiglia Colonna, aveva promesso agli inviati del basileus di difendere Costantinopoli dalle mire dei sultani turchi. A Venezia si sussurra che ci siano stati degli accordi tra i delegati latini e i delegati di Costantinopoli per far eleggere un papa che possa eliminare non solo le controversie tra i cardinali delle varie nazioni per l’elezione del sommo pontefice ma anche le incomprensioni tra i fedeli di Roma e di Costantinopoli. Manuele si è impegnato a far dimenticare al suo popolo l’antico saccheggio e la profanazione dei luoghi sacri perpetrati dai Crociati in cambio di una nuova Crociati contro gli Ottomani che vogliono impossessarsi della città di Costantino e del centro di tutti i commerci del Mediterraneo. Il matrimonio delle nobildonne latine con i figli dell’imperatore sono la garanzia che la salvezza è vicina”.


“Nell’attesa dell’autorizzazione del castellano – dice il guardiano – mia moglie e i suoi piccoli possono offrire da bere a te e a tutti coloro che ti aiutano nel trasporto della merce diretta alla casa della principessa”.“Ho qui, messo da parte, una pezza di “Fiorenza de garbo” - dice Nicolò – per la tua donna. Mi sento in obbligo per l’acqua offerta ai miei uomini e alle bestie che hanno bisogno di bere per continuare a salire. I raggi del sole e il sentiero ripido impongono una sosta, prima di arrivare alla meta”.


“I miei figli – interviene Maria, moglie dell’uomo – sono stati ammaestrati dal padre a uscire sulla strada quando arrivano i mercanti, per imparare ad osservare e ascoltare gli uomini che vengono dal mare con i prodotti e le manifatture di terre lontane. Si apprendono le buone maniere e il corretto comportamento da tenere in presenza di uomini che conoscono il valore delle cose e lo sanno descrivere con le giuste parole”.“La tua acqua è fresca - dice il veneziano – e mi ristora non sola fisicamente ma mi fa sentire anche più sereno. Il mercante lavora sempre lontano dalla propria famiglia e accoglie con riconoscenza qualsiasi gesto di amicizia che proviene da chi che riconosce l’importanza dell’accoglienza soprattutto per i mercanti che rischiano la loro vita in mare e per le strade, spinti dal desiderio di portare a destinazione ciò che è utile alla vita e al benessere delle persone. Ogni gesto di carità verso lo straniero arricchisce lo spirito di chi sa donare e anche di colui che riceve la cortesia di un gesto di amicizia. Il commercio serve anche a far unire gli spiriti e a trovare una condivisione in ciò che è bello e utile alla vita. Spesso la condivisione di interessi comuni facilita il dialogo e innesca la comprensione reciproca anche quando ci sono pregiudizi e diffidenze imposti dalla comunità sociale in cui si vive”.


“È l’acqua di San Nicola – sussurra la donna – tutti vogliono berla. La fontana è attigua alla chiesa dedicata al santo, costruita sul pendio del colle, sopra il pianoro del Palazzo del despota. Il sentiero lastricato vi passa vicino ed è percorso da tutte le giovani donne del luogo per riempire le giare e per berla in casa. I monaci del luogo accolgono con benevolenza i devoti e raccontano i miracoli del santo. La principessa Cleofe ogni settimana si reca in chiesa per pregare il santo e ad accendere un cero votivo”.


“La fonte è alimentata dalle nevi del Taigeto – sostiene Demetrio - ed è considerata benedetta da San Nicola perché non solo toglie la sete ma dà anche una sensazione di benessere. Il santo ci protegge e ci ristora con la sua acqua. Il nostro principe ha realizzato anche una condotta che dalla chiesa porta l’acqua al cancello di Monemvasia. Mercanti e ufficiali la bevono con piacere e ringraziano il santo che li rinfranca dopo una lunga salita per il pendio del colle. Il ringraziamento devozionale si manifesta con una visita al santuario e una elargizione ai monaci per la richiesta di una grazia o per essere protetti prima di iniziare un viaggio o partire per la guerra”.


“Il nome del santo – sostiene ser Nicolò – è invocato da tutti i mercanti per ottenere la sua protezione nei momenti di pericolo. Anch’io farò il mio dovere di veneziano che si onora di portare il suo nome. Il mio lavoro è quello di navigare e di percorrere le strade con la mercanzia. Il mio maggiore timore è soprattutto quello di perdere la vita in mare o per mano di briganti”.


“Il nostro pericolo – sostiene il guardiano – è oggi rappresentato dai cavalieri del sultano che dalla Tessaglia galoppano verso il territorio di Corinto. Gli Ottomani vogliono punire il nostro despota che vuole fare rispettare la legge del basileus da tutti gli abitanti della Morea. L’antica terra dei Greci appartiene al nostro imperatore e ai suoi arconti. Il diritto di governare spetta al nostro despota”.


“Murad II vuole punire il basileus e i suoi figli – afferma il mercante – perché non hanno appoggiato la sua ascesa al trono e hanno dato asilo ai suoi rivali. Le rivendicazioni territoriali dei Latini che posseggono le terre della Corinzia e dell’Achaia servono al sultano come pretesto per arricchire i suoi emiri e per finanziare il suo esercito”.


“Come si chiama questo emiro – dice Demetrio – che si avvicina a Corinto? Non basta al sultano tenere sotto assedio Costantinopoli e Tessalonica? Gli Ottomani hanno già conquistato le terre dei Bulgari e dei Serbi ed ora vogliono impossessarsi anche della terra che abbiamo ereditato dai nostri padri? La valle dell’Eurota mostra ancora le rovine di Sparta e dalle nostre torri vediamo i campi che i nostri avi hanno coltivato per trarne il giusto sostentamento. La storia tramanda le loro gesta e noi siamo fieri di essere i loro discendenti. Questa è la nostra terra, questa è la nostra patria. Il valore e l’esempio degli antichi eroi ci sostengono e ci fanno riemergere dopo ogni invasione straniera. Il nostro spirito di libertà non muore nel tempo ma si tramanda attraverso le generazioni perché è la nostra anima immortale che vivifica questo territorio”.


“Il pascià della Tessaglia – afferma il mercante – che tutti chiamano Tourakhan ha avuto l’ordine da Murad II di punire Teodoro per la sua sfrontatezza di voler includere nel suo dominio le terre dei duchi latini che pagano il tributo alla corte ottomana di Adrianopoli. I cavalieri turchi seguono il loro condottiero desiderosi di accumulare un grande bottino che viene ripartito tra la corte imperiale ottomana, il forziere del loro governatore e le ricchezze personali dei loro comandanti. Ai guerrieri spetta il ricavato della razzia nelle case degli abitanti delle città e dei villaggi che saccheggiano e bruciano. Tutti quelli che non si sottomettono alle loro credenze sono fatti schiavi e venduti nei mercati sottoposti alla giurisdizione dei governatori turchi”.


“Questo pascià - chiede Demetrio - come è riuscito a diventare così importante per il suo sultano?”.


“Turakhan, figlio di un grande condottiero del sultano Bayezed, il Pasha Yigit Elemosina, è stato addestrato dal padre - sostiene Nicolò - ad essere combattente coraggioso e intransigente durante le conquiste della Bulgaria e della Serbia. Il bey della Tessaglia appartiene a una famiglia di guerrieri che si distinguono nel combattimento per attirare l’attenzione del comandante dell’esercito turco che è il Grande Emiro di Adrianopoli che si fa chiamare il sultano di tutta La Rumelia, il sultano di tutti i sudditi che abitano le terre al Sud del Danubio e sulla sponda occidentale del Ponto Eusino. I popoli che pagavano le tasse al basileus, ora sono diventati obbedienti al sultano e tributari della sua corte”.


“Una volta – afferma il vigilante della porta - i nostri arconti mantenevano la pace e la concordia tra le popolazioni del Peloponneso. I crociati dell’Occidente bramosi d’oro e di privilegi hanno attirato su di noi le vendette dei Turchi che dall’Anatolia hanno invaso la Tracia e sottomesso i tutti I Romèi che parlano come gli antichi eroi di Sparta e di Atene. I Mongoli delle steppe hanno spinto sulle nostre coste uomini armati delle tribù turche che cercano nuove terre per le loro famiglie. Il sultano manda i suoi predoni del mare per distruggere le città della costa e per rendere schiavi i suoi abitanti. Anche la nostra terra ha conosciuto le devastazioni dei guerrieri di Bayezid ed ora siamo nell’attesa di vedere le scorribande dei seguaci di questo Turakan”.


“Prima della partenza dal porto - dice il mercante - Il podestà mi ha pregato di viaggiare speditamente e di ritornare subito, perché i magazzini sono pieni di armamenti e di equipaggiamenti per i combattenti che devono essere consegnati all’esercito del despota. Teodoro ha speso ingenti quantità di iperperi per l’assunzione di uomini adatti al combattimento, provenienti dall’Epiro e dall’Albania, per estendere il suo dominio e per arginare le continue razzie dei pirati che sbarcano sulle coste. Il basileus ha imposto da alcuni anni un aumento di tasse per la costruzione del muro sull’istmo di Corinto e per far sentire il suo imperium su tutta la Morea. L’azione del despota è sostenuta anche dal fratello Giovanni VIII che è affiancato al padre Manuele II nel governo di Costantinopoli e nel mantenimento delle rimanenti città presidiate dalle milizie imperiali”.


“Il materiale bellico scaricato a Monemvasia dalle galee di San Marco – sostiene Demetrio – potrebbe essere prelevato direttamente da uomini della nostra città e portato dove è accampato l’esercito di Teodoro. Mistrà ha impresari del luogo ben disposti ad assumere l’impegno di caricare sulle bestie le vettovaglie e le armi e consegnarle nel luogo indicato dal Gran Domestico, responsabile delle operazioni militari del despota”.


“Gli accordi commerciali stipulati a Tessalonica – sostiene Nicolò – prevedono il trasporto e la consegna direttamente sul fronte del combattimento. I rischi del trasporto per mare, lo scarico dalle navi, la conservazione nei magazzini portuali e il trasporto al luogo fissato gravano sul prezzo di acquisto delle merci. I mercanti e gli agenti commissionari provvedono a someggiare la merce e a consegnarla nello stato di massima fruizione per l’acquirente. Le vettovaglie vanno trattate per il trasporto in modo da non subire alterazioni durante il viaggio. L’equipaggiamento e l’armamento viene protetto con teli di canapa e con oli protettivi per i materiali ferrosi. Un esercito che dispone di alimenti nutrienti e ben conservati, vestiario adatto al clima della stagione in corso e ben armato con nuovo materiale bellico può resistere anche ai veterani turchi che hanno invaso la Macedonia e la Tessaglia. Le nostre navi garantiscono il trasporto delle merci nei porti stabiliti e protetti dal vessillo di San Marco. Il governo veneto ha fatto costruire solidi bastioni e fortificazioni lungo le rotte marine per fornire riparo sicuro alle imbarcazioni commerciali e all’immagazzinamento delle merci. Monemvasia è il porto di questa città e la sua difesa è assicurata da un presidio veneziano sotto la giurisdizione di un podestà che si avvale anche di un ufficiale che provvede all’arruolamento, all’addestramento e amministrazione di uomini adatti alla sicurezza del borgo e del porto”.


“Ci vuole una grande esperienza – dice il guardiano – per l’attività commerciale e i Veneziani sono rinomati nella Morea e nelle isole dell’Egeo per il loro predominio in tutto il Mediterraneo”.“Vedo due cavalieri – dice Nicolò – che stanno scendendo dal Kastron”.


“È l’arconte della fortezza con al seguito il mio uomo - dice Demerio – per autorizzare il transito della carovana e accelerare non solo le operazioni di scarico della merce ma anche peri assicurare un ricovero di sosta per i cavalli e gli altri animali da soma. Il responsabile degli alloggi del Palazzo provvederà per i tuoi uomini. Le stradine e i sentieri della città alta devono essere sempre tenuti liberi per il passaggio rapido dei cavalieri e il movimento delle milizie”.


Il responsabile della città fortificata, il patrizio Andrea, si avvicina alla porta di Monemvasia e saluta il mercante: “Ser Nicolò, sono veramente lieto di rivederti e di far aprire per il tuo seguito questo cancello. La città è pronta per qualsiasi rappresaglia del sultano. Il nostro principe è già partito per Corinto ed io ho avuto l’incarico di organizzare la difesa dell’abitato. Le mura sono solide e gli uomini vigilano sui torrioni. I nostri soldati sono addestrati a respingere ogni assalto. Il palazzo del governo è presidiato da uomini armati e i servitori sono vigili giorno e notte dietro gli ingressi degli edifici”.


“Il turco – dice Nicolò – non oserà spingersi nella valle dell’Eurota dove riecheggiano ancora le gesta degli antichi eroi di Sparta. La tua fortezza è stata costruita in punto strategico e sulla sommità di un colle per tenere sotto controllo tutta la Morea. Le mura del tuo castello sono ben rinforzate da torri su tutti lati e costruite su rocce alte e scoscese. Nessun manipolo di assalitori può avvicinarsi senza essere prima fatto oggetto di dardi scagliati dai tuoi balestrieri”.


“Prima di arrivare alla sommità della fortificazione - dice l’arconte – il guerriero turco dovrà affrontare lo sbarramento delle due cerchia di mura e torrette. Gli uomini armati sono tutti abitanti della città e non ci sono mercenari. Ognuno combatte per la fede, la patria e la famiglia. Gli uomini mantengono il posto di guardia giorno e notte e le loro donne provvedono a rifocillarli portando dalle case tutto ciò che serve ad alleviare lo sforzo fisico della loro permanenza nei posti assegnati per la difesa della città”.
"Il mio compito – sostiene ser Nicolò – è ora di proseguire il cammino e arrivare alla meta del viaggio. Prima di bussare alla porta del Palazzo del despota, sento il bisogno di ringraziare il mio santo protettore per il buon esito del viaggio che si conclude con la consegna della merce”.


“La chiesa di San Nicola – dice il capitano del Kastron – è molto vicino ed è sempre aperta ai devoti. Il luogo è frequentato anche dagli Occidentali di rito latino che si recano dal principe per gli affari o per essere accolti come ambasciatori e inviati delle corti italiane. Gli inviati del papa o i corrieri che giungono dall’arcidiocesi di Petrasso sostano nel sacro luogo per un ringraziamento o per un offerta votiva”.

venerdì 8 giugno 2012

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo sedicesimo
Il mercato
I raggi del sole attenuano la luce del grande faro di Trebisonda. Le navi mercantili entrano nel porto, all’ora del rito mattutino, dopo il ritiro della grande catena posta all’imboccatura dell’approdo. Le guardie aprono i cancelli della città murata e le vie si riempiono di uomini e donne che si recano fuori le mura della città, per comprare la merce esposta sui banchi del grande mercato.
Gli ultimi animali da soma fanno sentire il battere cadenzato degli zoccoli dietro i loro conducenti che si affrettano per occupare il posto già assegnato sul grande spiazzo della compravendita.
I carovanieri arabi escono dalla moschea, dopo la recitazione dell’alba, tirano i cordoni delle tende e mostrano i prodotti dell’Oriente che i cammelli hanno portato dalla città di Tabriz.
Le barche dei pescatori sono tirate sull’arenile e il pesce è in vendita sui banchetti dei pescivendoli. Le popolane fanno sentire le loro voci per la trattazione del prezzo delle acciughe.
Le mercanzie sono scaricate, sotto il controllo vigile dei gabellieri, per il deposito nei magazzini o la vendita diretta.
L’amministrazione imperiale riempie le sue casse con le imposte, determinate in percentuale, per ogni oggetto di commercio. Il giusto dovuto è stabilito con apposite tabelle, fissate sulle pareti dell’edificio della dogana.
Il governatore della colonia veneziana ha il suo ufficiale nell’edificio della riscossione delle tasse, per far rispettare le norme del diploma dei privilegi concessi dal basileus alla Repubblica di Venezia. Una piccola parte della percentuale è fissata per il mantenimento del suo ufficio di rappresentanza. I suoi concittadini sono sempre sicuri di aver garantiti i propri privilegi mediante la sua intercessione.
Il duca imperiale provvede alla sicurezza di tutto il distretto commerciale adiacente all’area portuale. Le sue guardie, costituite da guerrieri delle lontane regioni del Nord, sorvegliano a cavallo e a piedi gli edifici costruiti tra l’approdo delle navi e le mura della fortezza esterna. Gli ingressi alla città murata sono sotto il loro controllo. La vigilanza prevede anche l’impiego di uomini fidati del popolo per ascoltare e riferire tutto quello che può interessare il governo della città.
Il prefetto, granduca di Alessio, è responsabile di tutto quello che avviene all’interno delle mura e si avvale anche della collaborazione del presidio per la sorveglianza esterna.
Il basileus di Trebisonda, coadiuvato dai suoi cavalieri più fidati, governa ed osserva, dall’alto della grande torre del suo castello, la magnificenza dei palazzi, edificati dai ricchi mercanti della sua città.
Teodora Cantacuzena ama scendere con la carrozza imperiale dal suo palazzo fortificato ed attraversa la città per recarsi al mercato. Il suo passaggio è salutato con gioia dalle donne che sventolano fazzoletti colorati e dagli uomini che si inchinano con devozione alla vista della loro imperatrice. Il popolo manifesta la sua riconoscenza alla consorte dell’imperatore che fa prosperare e governare in pace la città.
Le principesse, ciascuna con un proprio seguito di damigelle e di paggi, scendono su docili cavalli, condotti per mano dai servi della casa, per acquistare i monili esposti sui banchi dei mercanti della Georgia.
Anche Maria, scende con il suo destriero dalla reggia di suo padre, per accompagnare Marco e Francesco tra i venditori arabi di seta. Prima di avviarsi all’appuntamento, entra nel tempio della cupola dorata dedicato alla Vergine.
Il metropolita fa scendere su di lei e il suo augusto genitore la benedizione della Santa Sapienza. Il basileus si raccoglie in preghiera per decidere sul futuro del suo regno e per chiedere un consiglio al suo confessore, al fine di dare la risposta al messo venuto da Costantinopoli.
Il primate religioso della città avverte le stesse preoccupazioni del patriarca Giuseppe II al quale è unito nel magistero della Grande Chiesa di Costantinopoli.
Due uomini di scorta attendono l’uscita della principessa per accompagnarla e proteggerla nel grande mercato, dove affluiscono i guerrieri turcomanni per vendere i loro prodotti e per cercare le belle fanciulle della città.
Ser Francesco Filelfo e i suoi accompagnatori hanno trascorso la notte nel palazzo del bailo della Serenissima, edificato all’interno delle mura della città bassa. Il governatore della colonia veneziana ha fatto preparare un all’alloggio sontuoso per gli inviati dell’imperatore di Costantinopoli.
L’ambasciatore, in attesa della risposta del Gran Comneno, partecipa alla riunione straordinaria del Consiglio del bailo e fa presente le raccomandazioni di ser Emo: “Proteggere le navi commerciali con le galee ben armate dalla pirateria turca che infesta il Ponto Eusino e il mar Egeo. I mercanti che percorrono le vie carovaniere dell’Asia Minore devono sottoporsi alla protezione degli emiri turcomanni e offrire loro ricchi doni per il passaggio delle spezie e delle stoffe pregiate. Il piano di difesa delle merci trasportate per mare e per terra comprende il sostegno all’imperatore di Costantinopoli contro l’invasione degli Ottomani”.
I due giovani mercanti hanno il permesso di ser Filelfo di poter esercitare il loro piccolo commercio con l’aiuto della principessa Maria. Il luogo stabilito per l’incontro è il cancello del muro perimetrale che permette l’accesso alla spianata orientale della zona portuale.
Anche gli altri componenti dell’impresa commerciale, che hanno viaggiato sulla nave dell’ambasciatore, convengono al luogo prefissato. Il prodiere Virgilio, la tessitrice Trixobostrina, il tintore Nicola, agente del mercante arabo Muhammad, escono dall’albergo e si avviano a piedi verso la porta della città.
“Vi stavamo aspettando, seduti su questo muretto – esclama Virgilio, appena vede arrivare Marco e Francesco – per recarci dai venditori arabi della seta grezza. Siamo impazienti di recarci dai mercanti. Dobbiamo arrivare prima degli altri acquirenti, per scegliere la merce migliore. I marinai della nave ci hanno riferito che la galea è pronta a partire in qualsiasi momento per riportare l’ambasciatore a Costantinopoli”.
“Non aver fretta – dice Marco – e preoccupati di scorgere in mezzo alla folla la nostra protettrice, la principessa Maria. La figlia dell’imperatore conosce il mercante che ci può offrire la migliore merce al prezzo di mercato. La sua presenza è necessaria per non essere raggirati come inesperti della compravendita con i mercanti arabi.
La basilissa ha consigliato alla sua figlia, di chiedere per noi la protezione di un emiro turcomanno, un principe che risiede a Bagdad ed è fratello di Iskander, capo tribù delle Pecore Nere, che ha conquistato l’Armenia e la Mesopotamia. Tutte le carovane arabe passano per Tabriz, capitale del suo regno. I mercanti dell’Est portano ricchi doni alla suo palazzo ed in cambio ottengono il lasciapassare per giungere fino a questo mercato.
I Turcomanni sono i nuovi padroni dell’Asia Minore e pretendono dai Comneni il tributo che il basileus Manuele III pagava ai khan mongoli di Samarcanda. La loro amicizia è indispensabile per far passare le merci che passano attraverso le montagne dell’Est o giungono per il deserto, provenienti dai mari dell’India e dell’Arabia”.
“Io sono un remigio di San Marco – afferma il prodiere – e conosco soltanto quello vedo o sento da chi mi passa vicino. Una principessa con abiti sontuosi so distinguerla da lontano”.
“Una nobildonna che si reca al mercato – continua Marco - veste in modo sobrio per camminare con più speditezza fra le popolane ed avvicinarsi ai banchi di vendita senza creare scompiglio o meraviglia. Il rango di una nobildonna è riconoscibile soltanto dalla finezza dei lineamenti e dalle sue movenze leggiadre”.
“Un uomo di mare – replica Virgilio – è abituato a conoscere la gente dei mercati e a riconoscere i costumi locali per potersi muovere liberamente e non essere considerato uno sconosciuto che non sa condividere le usanze del popolo. Un donna è sempre riconoscibile sotto qualsiasi abito, per le parti tondeggianti del suo corpo”.
“Comunque stai attento – dice Marco – e non pensare alla partenza della nave. La galea potrà partire soltanto quando ser Filelfo avrà una risposta dal Gran Comneno. L’impero di Trebisonda è soltanto un piccolo regno commerciale, circondato da emiri turchi ben armati. La sua esistenza è legata al consenso dei vicini che sono interessati a non provocare il sultano di Adrianopoli che dispone di un esercito in grado di occupare tutta l’Asia Minore. Il basileus ha bisogno di tempo per ponderare con calma la sua decisione e noi frattanto acquistiamo la seta”.
“Come può una giovane donna di corte – dice Trixobostrina – conoscere ciò che è giusto per un mercante di seta grezza? La sua merce ha un costo che comprende non solo il lavoro di chi l’ha tratta dai bozzoli del baco ma anche le fatiche e i pericoli dei trasportatori che hanno rischiato la loro vita attraversando fiumi e percorrendo territori impervi e deserti”.
“La presenza di Maria Comnena – sostiene Francesco – è per noi un motivo di orgoglio che ci fa capire quanto importante sia per la sua famiglia la presenza dei commercianti veneziani. La sua premura è l’espressione della stima che ha suo padre per noi.
Durante il ricevimento di ieri, la principessa ha manifestato quello che dice sempre il suo genitore: “I governanti del popolo di San Marco riconoscono che il basileus ha il diritto di riscuotere le tasse sulle mercanzie importate in città e su quelle caricate sulle navi.
Le altre signorie dell’Occidente pretendono privilegi senza corrispondere il giusto tributo sui commerci. I loro mercanti compiono soprusi e pretendono di entrare nel porto della città soltanto perché dispongono di navi in grado di affondare le nostre galee.
Il senatori veneziani inviano le loro navi per presidiare l’approdo di Trebisonda e per far rispettare le norme commerciali. Ai mercanti della Serenissima Repubblica congedo sconti percentuali sui tributi, facilitazioni per l’apertura di ingenti crediti commerciali e per la circolazione delle loro monte. La mia amministrazione imperiale è sempre ben disposta a esaudire tutte le loro istanze. Trebisonda sarà sempre riconoscente a coloro che si battono per la difesa del suo impero”.
“Noi siamo qui – bisbiglia il tintore Nicola, rivolto alla tessitrice - perché il basileus non è più in grado di assicurare il flusso delle materie prime per rifornire i laboratori delle varie arti, esercitate da tanti secoli dal suo popolo. Questa città prospera grazie all’azione accorta ed equilibratrice del Gran Comneno che dà le sue figlie in sposa agli emiri turcomanni. I veneziani sono diventati ricchi rischiando le loro vite sulle le navi che trasportano le mercanzie attraverso il Ponto Eusino.
Non viviamo più tranquilli con la manifattura che ci è stata tramandata dai nostri avi. Non abbiamo esperienza della mercatura ed abbiamo lasciato i nostri cari lontano. Quale sarà il nostro futuro?”.
“Io penso a mia figlia – risponde a bassa voce la donna – e sono preoccupata perché è in età da marito e nessun uomo le è accanto per proteggerla. Tua moglie, essendo vicini di casa, senza dubbio le può dare qualche consiglio per tenere a bada i pretendenti focosi. La mancanza del padre, morto per difendere la nostra città, è costantemente avvertita dalla sua anima che manifesta, attraverso le parole, un profondo dolore per la sua perdita”.
“Laimorosina non è più una bambina – afferma il tintore – ed è cresciuta nell’affetto dei suoi genitori. Noi siamo popolani, artigiani che lavoriamo rispettando le regole della manifattura e viviamo secondo i principi che ci sono stati tramandati dai nostri genitori”.
“Una volta - sostiene la popolana - l’imperatore provvedeva ai bisogni delle famiglie con abbondanti approvvigionamenti di derrate e rifornimenti per i laboratori. La nostra fede sembrava solida perché il basileus ci garantiva l’esistenza del bene comune, cioè ognuno si sentiva appagato nei suoi desideri al rango di appartenenza. La sua immagine, portata nelle processioni, era venerata accanto alle sacre icone, perché rappresentava la Provvidenza che elargiva una vita serena ai suoi figli tramite il suo operato.
La prosperità dell’industria della seta era foriera di speranza per il futuro. La manifattura mi permetteva di accantonare dei risparmi per la dote di mia figlia e di fare progetti per i nostri nipoti. Mio marito, quando era in vita, pensava di ingrandire il nostro laboratorio e di comperare altri telai per la tessitura della seta. Il monopolio imperiale della porpora mi garantiva degli iperperi che investivo con l’acquisto di fili d’oro per intrecciarli con la seta. I miei tessuti servivano per confezionare i vestiti degli amministratori delle Blacherne”.
“La realtà presente – interrompe Nicola – ci costringe a prendere l’iniziativa del rifornimento della seta grezza, acquistandola direttamente a Trebisonda. Non siamo commercianti e non intendiamo rivendere la materia prima ma lavorarla, per il confezionamento delle vesti pregiate. Sappiamo conoscere il prodotto che compriamo perché lo lavoriamo ogni giorno e ne saggiamo la qualità con il telaio e con la tintura. La nostra esperienza dell’arte del tessere e del tingere le stoffe di seta ci permette di non essere raggirati dai mercanti e di parlare con competenza”.
“Non è mio mestiere – replica la donna - trattare il prezzo giusto con gli arabi. Non sono abituata ai viaggi in mare, rischiando di annegare o di essere fatta schiava dai pirati. La mia condizione, di donna che viaggia per affari, attira l’attenzione dei viaggiatori e mi costringe a stare rintanata nella stiva con l’olezzo che proviene dai rematori.
Sono qui soltanto per assicurare una dote a mia figlia e per conservare l’attività del laboratorio che mi è stato tramandato dai miei genitori. Fin da bambina mi hanno insegnato ad essere brava al telaio e i miei sogni erano legati alla produzione dei tessuti. Ho imparato la mia arte stando vicino a mia madre e riproducendo i suoi stessi gesti con lo sguardo compiaciuto di mio padre che mi augurava di trovare un marito abile come lui all’acquisto del filo di seta più pregiato”.
“Non serve a nulla – afferma il tintore – rimpiangere il passato. La nostra arte non tramonta mai perché ci sono sempre nuovi ricchi che vogliono coprirsi con vesti di seta. Fuori le mura della città, vicino, a questo grande mercato, vediamo uomini e donne che indossano indumenti ricchissimi. La loro lingua e la loro pelle è diversa dalla nostra ma dimostrano di possedere ingenti ricchezze, perché portano vistosi ornamenti d’oro.
Una volta la nostra città imponeva i suoi tributi a tante genti e accumulava tutto l’oro del mondo. Oggi Trebisonda risplende con le sue cupole d’oro ed è diventata un grande emporio dell’Asia Minore, sostituendosi a Bagdad, la capitale dell’impero arabo conquistata dai turchi e distrutta dai mongoli. I nomadi delle steppe sono i nuovi signori delle città. Gli antichi imperatori devono rendere omaggio ai nuovi padroni che vogliono superare la sontuosità dei loro palazzi e sfoggiare vesti ricchissime. Il nostro futuro dipende dai principi turchi ai quali lo stesso Gran Comneno deve la sua ricchezza”.
“Io non so ancora distinguere – afferma la donna – tra i guerrieri che assediano la nostra città e gli amici del basileus di Trebisonda. So soltanto che i musulmani recitano il Corano ed elogiano il profeta Maometto. Alcune mie amiche, tessitrici del quartiere di Sant’Eufemia, hanno detto di aver fatto dei buoni guadagni, vendendo le stoffe di seta ai mercanti del quartiere turco. I loro principi, invitati ai banchetti dei ricchi amministratori imperiali, circolano per il ricco quartiere delle Blacherne con molti servi vestiti di tuniche di seta”.
“Costantinopoli è il luogo dove dimora la Santa Sapienza – sostiene Nicola – e dove risiede il rappresentante in terra dell’Onnipotente. Tutti i grandi guerrieri sognano di conquistarla per dominare il mondo. Il sultano di Adrianopoli è il capo di un grande esercito e spera di sostituirsi al basileus per diventare il nuovo imperatore dei Romani e governare l’Occidente e l’Oriente.
I condottieri musulmani, per dimostrare di essere forti e potenti, dicono sempre : “Andiamo alla città, c’è oro per tutti”. Il loro desiderio di ricchezza è alimentato dai racconti dei mercanti arabi. La loro narrazione non è più reale perché l’imperatore non riesce più a sfamare il popolo con le industrie della seta e le tasse sul commercio servono a pagare i mercenari.
Le strade del quartiere di Sant’Eufemia non sono più animate come quando si aprivano le porte dell’ippodromo e i giocatori puntavano le loro fortune sui focosi cavalli da corsa. Le tessitrici di seta degli opifici imperiali non fanno più sentire i loro canti giovanili all’approssimarsi del matrimonio. I telai sono fermi e le operatrici hanno trovato lavoro nei palazzi degli amministratori governativi.
Gli artigiani offrono i loro servigi ai mercanti stranieri che riempiono e svuotano i loro magazzini nelle vicinanze della cerchia muraria marittima. La nostra città si sta svuotando e gli abitanti cercano di trovare rifugio in Occidente, dove prosperano le arti e i principi mecenati offrono denaro contante a coloro che sanno abbellire le loro dimore con gli arazzi di seta”.
“Io non fuggo dal paese – esclama la donna - dove i miei genitori mi hanno insegnato ad esistere per concretizzare i propri desideri. La famiglia è tutto quello che ho di più caro e per essa sono disposto anche ad affrontare i pericoli del mare. Chi lascia la patria per mantenere la famiglia, desidera ritornarvi al più presto per vedere realizzati i sogni della propria vita.
Mio marito è morto, ucciso dai guerrieri turchi, ma la sua immagine vive in me e in mia figlia per la quale continuo a sperare in un futuro migliore. Le promesse nuziali si mantengono anche quando uno dei coniugi muore. Chi rimane provvede ad allevare la prole secondo la legge che ci è stata tramandata dai nostri padri”.
“Guardate quei due cavalieri che seguono quella cavallerizza dai biondi capelli – esclama il prodiere, indicando con la mano la loro provenienza da Ovest – ed ascoltate le urla gioiose della folla”.
“È la figlia del Gran Comneno – esclama Marco – che ci aiuterà nell’acquisto della seta. La principessa Maria cavalca come un uomo e porta un piccolo scudo su cui è raffigurata un’aquila bicipite”.
I due mercanti veneziani, insieme alla tessitrice, al prodiere e al tintore, sventolano, in una maniera convenuta, piccoli fazzoletti colorati per farsi riconoscere in mezzo alla folla.
L’incontro è festoso ed accompagnato dai saluti e dal rispetto dovuto ad una principessa. La nobildonna, coadiuvata dai suoi accompagnatori, lascia il cavallo in custodia al comandante della guardia della porta centrale delle mura che si affacciano sul mercato del porto. La figlia del basileus, affiancata da Marco e Francesco con al seguito gli altri acquirenti e la scorta, si inoltra tra i banchi dei venditori.
“Il mercato all’aperto – afferma Maria – si tiene tutti i giorni feriali e in alcune domeniche ci sono le grandi fiere in onore dei santi. La merce, esposta sui banchi dei tessuti, rappresenta soltanto il campionario delle stoffe giacenti nei grandi magazzini, allestiti all’interno della cerchia muraria della città bassa.
I mercanti pagano somme ingenti ai ricchi che investono le loro fortune nella costruzione e nell’affitto dei locali destinati alla conservazione momentanea dei manufatti provenienti da tutta l’Asia.
Le potenze marinare dell’Occidente hanno stipulato un contratto con l’amministrazione imperiale per l’edificazione di fondaci fortificati al di fuori delle mura. La loro vicinanza al porto e alla zona del mercato è sempre oggetto di contesa. Chi ha il magazzino a portata di mano ha meno spese per il trasporto”.
“Noi siamo veneziani – esclama Virgilio – e dovremmo avere dei privilegi commerciali nell’acquisto della seta. I nostri mercanti ne hanno accumulato dei grossi quantitativi e potremmo acquistarla da loro a buon prezzo. Il costo del trasporto non dovrebbe gravare sulle loro spese perché carichiamo la merce sulla nostra galea”.
“Fidati della principessa – dice Francesco – e non pensare a chi ha comprato la merce per trarne un onesto guadagno. Ognuno ha diritto di essere ripagato per i propri sacrifici e di trarne il giusto compenso per le spese sostenute.
Il nostro privilegio è unico e irripetibile. Nessun diploma, scritto su pergamena, lo prevede ma è conferito sulla parola e scaturisce dal prestigio di una donna della casa imperiale. La sua disponibilità per i veneziani è frutto di buoni rapporti tra suo padre e la nostra repubblica. La reciproca comprensione, tra giovani che desiderano scambiare le loro esperienze, crea un vero legame di amicizia. Marco ed io seguiamo la principessa che si fa portatrice di istanze commerciali a nostro favore. La sua disponibilità scaturisce dalla nostra specifica situazione, cioè di far parte di un’ambasceria imperiale e di essere affidati al suo patrocinio, per ottenere dai mercanti arabi quelle agevolazioni previste per gli acquisti dei principi di Trebisonda”.
“La tua stima – esclama Maria, rivolta a Francesco – mi riempie di gioia e mi fa capire che i veneziani sanno apprezzare il sostegno di una donna negli affari di commercio, pur di raggiungere il vero scopo della compravendita, cioè acquistare la merce con il minor denaro possibile e rivenderla o trasformarla per ottenere un giusto guadagno”.
“A noi giovani – esclama Marco – non interessa l’utile commerciale per diventare ricchi ma ci preme stare assieme per manifestarci ed apprezzare gli sforzi degli amici che condividono le nostre aspirazioni.
La tua disponibilità ci rende felici perché condividi con noi un momento importante che è quello di sperimentare le nostre capacità di interagire con uomini e donne che hanno una storia diversa e si esprimono seguendo usanze tramandate da secoli attraverso le generazioni. La loro conoscenza arricchisce la nostra cultura e ci rende più sensibili ai costumi degli altri popoli”.
“Non dimenticarti di noi – interrompe il prodiere Virgilio – ed affrettiamo il passo perché qui i banchi dei mercanti di seta non finiscono mai. I venditori parlano in arabo e io non capisco le loro parole. Voi giovani volete spiegare tutto con le parole, mentre a me interessano le monete d’oro con cui vivere bene, stare con gli amici e raccontare la vita trascorsa”
“Chi è costretto a remare per vivere – esclama la tessitrice - pensa di trovare un tesoro, nascosto nelle case delle città costiere assalite dai pirati saraceni, per trascorrere il resto della vita gozzovigliando nelle taverne dei porti.
Le donne sfortunate sono costrette a mendicare sotto i portici dei luoghi sacri o servire le padrone delle ricche dimore della città.
Io ho imparato a tessere la seta in casa e i governanti della mia città non sono in grado di provvedere al normale afflusso delle materie prime. I miei genitori guadagnavano tanti iperperi d’oro, stando seduti al telaio, invece sono costretta a navigare, stando nascosta nella stiva di una nave, e a passare, con la testa coperta di veli, in mezzo ai guerrieri turcomanni, per comprare il filo di seta”.
“Non farti sentire dalla principessa – sussurra il tintore Nicola, rivolto alla tessitrice – e segui la figlia del basileus di questa città. Siamo in buone mani e potremo portare a casa tanta seta grezza, usufruendo della franchigia imperiale e della protezione del Leone alato di San Marco”.
“Non farti delle illusioni – risponde sottovoce la donna - e ricordati che la fanciulla ci aiuta perché è affascinata dai veneziani. I giovani mercanti provengono da famiglie nobili dell’Occidente ed hanno la capacità di meravigliare con le parole e gli atteggiamenti le donne che vivono nelle fortezze. Il Gran Comneno è un signore che tiene la famiglia isolata su un colle e le sue figlie sono circondate da nutrici accorte a salvaguardare il loro onore. I loro custodi sono eunuchi preposti alla loro sicurezza e le seguono quando escono dalle loro stanze. Ogni fatto che riguarda le principesse imperiali viene riferito al granduca della casa, consigliere dell’imperatore. Anche noi siamo sotto il controllo di uomini fidati del prefetto della città”.
“Avviciniamoci di più ai nostri amici – consiglia Nicola – e seguiamoli in silenzio senza aver paura”.
“Affrettiamoci – dice la tessitrice – e teniamo il loro passo, altrimenti rischiamo di perderci in mezzo alla folla”.
Sul lato Est del muro della città, emerge un piccola collina che sovrasta la valle dei conciatori, percorsa dal fiume che scende dalle montagne del Ponto. Un grande ponte di legno la collega all’area del grande mercato di Trebisonda.
I padiglioni del principe turcomanno spiccano per i loro colori e per le insegne della tribù delle “Pecore Nere. I cammelli e gli altri animali da soma sono sistemati al coperto in attesa di ritornare ai mercati dell’Oriente. I cavalli dei guerrieri pascolano nei recinti dell’accampamento del signore delle montagne. I suoi servi preparano le vivande di carne allo spiedo per gli ospiti della festa serale.
I mercanti arabi vengono ricevuti dall’emiro dopo il mercato, per il pagamento dei tributi di passaggio e per ricevere il lasciapassare di transito che consentirà alle carovane di attraversare il dominio dell’emiro Iskander, capo della tribù turcomanna dei “Kara Koyunlu” che in Occidente dicono: “I Turchi delle Pecore Nere”.
La capitale di questo regno è Tabriz, città persiana, divenuta centro commerciale e carovaniero dopo la distruzione di Bagdad per opera dei mongoli. Il fratello del capo turcomanno, Jahan Shah, emiro della Mesopotamia, ha sposato la figlia del basileus di Trebisonda. Il suo incarico è quello di riscuotere i tributi dei mercanti che attraversano le montagne armene per portare la seta dall’impero del Kan dei mongoli fino al Ponto Eusino.
I Kara Koyunlu, una volta pastori delle steppe asiatiche messi in fuga dalle orde mongole di Gengis Kan, hanno conquistato il territorio degli Armeni e si sono impossessati delle terre persiane del grande impero dei Mongoli. Il loro eroe, vincitore del Khan di Samarcanda e di Herat, è stato Qara Yusuf, padre di Iskander, che ha preteso dal Gran Comneno il tributo dovuto a Tamerlano.
Le tribù turche, nomadi disposti a combattere e a servire gli Arabi e gli imperatori di Costantinopoli nei primi secoli del secondo millennio, sono state sospinte ad Ovest dai mongoli e si sono insediate nelle terre che appartenevano all’Impero Romano d’Oriente. I loro capi, feroci guerrieri abituati a difendersi dalle orde mongole e sopraffare qualsiasi resistenza degli imperatori di Costantinopoli e dei sultani arabi, hanno costituito una miriade di emirati in Asia Minore.
Gli Ottomani, turchi chiamati dal basileus dei Romani per difendere le sue propietà o per sostenerlo durante le guerre civili, hanno abbandonato le loro istituzioni tribali ed hanno costruito un nuovo impero con capitale Adrianopoli, città dell’antica Tracia. Il loro sultano, Murad II, ha assediato la città di Costantino e mira a imporre la sua volontà agli emiri dell’Anatolia. Il grande mercato della città dipende dagli approvvigionamenti che arrivano con le navi e le vie commerciali tra l’Occidente e l’Oriente passano per l’emporio di Trebisonda, dove affluiscono e partono le merci.
L’Asia Minore è contesa dall’imperatore ottomano, dai capi tribù turcomanni delle “Pecore Nere” che si sono insediati a Tabriz e da quelli delle “Pecore Bianche” che si sono insediati a Diyarbakir, l’antica Amida sulle sponde del fiume Tigri. La loro egemonia è minacciata ad Est dai Khan mongoli di Samarcanda che vogliono riprendere i territori conquistati da Tamerlano. I signori dell’Occidente inviano i loro diplomatici con ricchi doni alla corte del sultano ottomano e alle residenze degli emiri turchi per ottenere dai nuovi padroni delle strade percorse dalle carovane cariche di spezie, di seti pregiate e di pietre preziose provenienti dalla Cina e dall’India.
Il Gran Comneno di Trebisonda deve compiacere con tributi e ricchi doni ai signori della guerra che controllano le vie di comunicazione che permettono di alimentare la sua città. La sua arte di intermediario tra le varie contese è celebrata con feste matrimoniali allietate con lo sposalizio delle sue figlie e dei principi turchi.
Il grande palazzo del basileus, sormontato da una grande cupola coperta di lamine d’oro, è frequentato dai figli degli emiri turchi che salgono il colle della fortezza comnena con la speranza di scegliere la principessa più bella e portarla nei loro sontuosi palazzi.
Le strade della città vengono cosparse di fiori quando le figlie dell’imperatore partono per il viaggio d’amore e di speranza. Il loro passaggio, al fianco di uno sposo turco, è considerato dai Trapezuntini di buon auspicio per il mercato perché invoglia le donne ricche della tribù turca del nuovo genero del Gran Comneno a comprare le stesse stoffe preziose e i gioielli della moglie del loro principe.
Una sorella della principessa Maria è entrata a far parte della grande famiglia delle “Pecore nere” il cui capo domina tutta le regione attorno al grande emporio di Trebisonda. I mercanti arabi delle stoffe e dei gioielli fanno affari d’oro con i nuovi signori del territorio che vogliono emulare il fasto del palazzo del basileus.
Il piccolo tratto di strada che dal mercato conduce all’accampamento dell’emiro è gremito di uomini e donne turcomanne che rendono omaggio al loro principe e si presentano al suo cospetto coperti di vestiti di seta, confezionati dai sarti della città.
L’emiro Jahan Shah è stato già avvertito dell’arrivo della figlia di Alessio e l’attende insieme alla sua consorte che per l’occasione ha adornato il petto e il capo con le pietre preziose ricevute in dono dal suo sposo. Gli orafi della città hanno confezionato i gioielli della trapezuntina secondo le prescrizioni del tesoriere turcomanno.
Le mogli dei principi turchi hanno il dovere di vestire secondo le usanze della tribù di appartenenza. I colori degli indumenti e i monili delle donne indicano la loro appartenenza alla famiglia del capo eletto dagli anziani dei Kara Koyunlu.
Le insegne “Pecora Nera” son inalberati sulle aste ai bordi dell’accampamento il cui accesso è presidiato da guerrieri con le armature brunite. Il consigliere dell’emiro, Yusuf di Shirvan, attende all’ingresso dell’accampamento la principessa imperiale Maria per accompagnarla fino alla sontuosa tenda da campo dell’emiro. Il percorso è cosparso di ghiaia di fiume e di fronde per agevolare il cammino dell’ospite che si reca al cospetto del signore di Bagdad e di vasti territori della Mesopotamia.
La figlia del Gran Comneno e i suoi amici vengono scortati con grande onore e introdotti al cospetto di Jahan Shah e di sua moglie, adagiati su grandi cuscini al centro del padiglione adornato con drappi di seta e tappeti di Tabriz.
“Tua sorella ed io – esclama l’emiro – abbiamo appreso dal nostro tesoriere che dei giovani mercanti, membri dell’ambasceria imperiale del basileus di Costantinopoli, vogliono acquistare un grosso quantitativo di seta grezza. Tuo padre, durante il ricevimento dell’altro giorno, mi ha consigliato di agevolare i loro acquisti per permettere una rapida partenza della nave che inalbera il vessillo della Repubblica di San Marco”.
“Sono venuta – risponde Maria – per salutare mia sorella e il suo sposo prima della loro partenza per il palazzo di Bagdad. Mio padre mi ha incaricato di dirti che ti aspetta a palazzo nella prossima primavera per vedere il suo nipotino che nascerà fra qualche mese”.
“Le nebbie autunnali – afferma l’emiro – penetrano nei padiglioni ed il fuoco dei bracieri non riesce a riscaldare l’interno delle tende da campo. La dimora che ho fatto erigere nella nuova città di Bagdad potrà accogliere degnamente il mio primo figlio. Mia moglie è sempre presente nell’accogliere i mercanti delle grandi città che versano i tributi e a festeggiare gli anziani della federazione delle “Pecore Nere” che vengono a rendermi omaggio”.
“L’attesa del primo figlio – sostiene la principessa – richiede una maggiore quiete per mia sorella, abituata a vivere negli alloggi del palazzo imperiale di suo padre”.
“Le tue premure – dice il turcomanno – fanno commuovere mia moglie. I giorni del parto sono ancora lontani e la mia partenza è affrettata per partecipare al grande consiglio della mia tribù. La vicinanza alle frontiere del sultano Murad II preoccupa i capi famiglia. Gli Ottomani vogliono estendere il loro dominio sugli emirati vicini. Mio fratello, l’emiro Iskander ha indetto a Trabriz una riunione dei capi tribù delle “Pecore Nere.
La via commerciale per Smirne sarà chiusa ai mercanti e le carovane saranno tutte dirottate su Trebisonda. Gli emirati di Izmir, Aydin, Antalya, Alanya, Karaman potrebbero passare sotto il controllo dell’emiro di Bursa che dipende dal sultano di Adrianopoli. Tutta la costa occidentale e meridionale dell’Anatolia rischia di passare sotto il dominio ottomano”.
“Mio padre - afferma la giovane comnena – è rimasto turbato dopo aver sentito l’ambasciatore ser Francesco Filelfo. I capi famiglia dei quartieri periferici di Costantinopoli vanno in processione al convento della Vergine Peribleptos e invocano l’intervento del basileus Manuele II per riattivare il monopolio imperiale della lavorazione della seta. Il patriarca non riesce più a sfamare i poveri con le rendite immobiliari della Grande Chiesa ed è costretto a chiedere aiuto ai vescovi delle altre città.
I corrieri imperiali riferiscono che il vecchio imperatore digiuna ogni giorno e si teme per la sua salute. I grandi ceri della cappella imperiale del convento sono accesi anche durante la notte per consentire all’ospite imperiale di pregare per la salvezza della città”.
“Il basileus di Trebisonda – sostiene l’emiro – non ha nulla da temere perché la sua città prospera e può mostrare con orgoglio le sue cupole dorate. Mio fratello ed io siamo sempre pronti a scendere in campo per difenderla. I mercanti continuano a riempire i loro magazzini all’interno delle mura della città e ogni giorno il mercato mostra i banchi pieni di merce pregiata proveniente dal paese del Gran Khan e dall’India. Le tende del mio accampamento sono ricolme di merci donate dai mercanti facoltosi. I miei servi non riescono più a tenere il conto delle pezze di stoffa pregiata e mi chiedono di rivenderle al più presto per alleggerire i cammelli pronti a partire per Mosul e Bagdad.
Le casse e i forzieri sono ricolmi di monete d’oro e d’argento che saranno trasportati a Tabriz per la costruzione dei grandi palazzi e per gli armamenti dei guerrieri turcomanni. La fonte della nostra ricchezza è questo mercato governato da tuo padre a cui si accede soltanto con il lasciapassare dei Kara Koyunlu. Mio padre ha sconfitto le schiere mongole per creare il suo dominio ed io sfrutterò questa vittoria stringendo un patto di amicizia con il Khan di Herat per ingrandire il regno delle “Pecore Nere”verso Occidente e frenare le mire egemoniche degli Ottomani”.
“Prima di affrontare il sultano – esclama la principessa – devi farti eleggere capo supremo dalla federazione della tua tribù e vincere tuo fratello Iskender a cui sei tenuto a consegnare le ricchezze accumulate con i tributi dei mercanti che si recano in questa città.
Mio padre ha stretto un patto con il tuo genitore e con il capo della tribù delle “Pecore Bianche” che occupano i territori che tu vuoi conquistare con l’aiuto del signore di Samarcanda”.
“Un nuovo patto – esclama il grande condottiero turcomanno – stipulerò con tuo padre e con tutti gli altri emiri dell’Asia Minore. La città di Tabriz diventerà più grande di Samarcanda e di Trebisonda. Tutte le mercanzie che arrivano via mare ad Ormuz passeranno per la capitale del mio regno e i mercanti non pagheranno più i tributi al sultano dei Mamelucchi. Il Gran Comneno ingrandirà il porto della città per accogliere le navi delle potenze marinare dell’Occidente”.
“I miei amici Marco e Francesco – dice Maria – mi hanno accompagnato per onorare la tua dimora e rendere omaggio alla tua sposa. La loro città è conosciuta in tutto l’Oriente. Mio padre riceve tanti doni dal doge della Serenissima Repubblica”.
“I tuoi amici – risponde l’emiro – sono anche miei amici e dirò ai miei servi di riempire la loro nave con le mercanzie più pregiate. Jahan Shah è il mio nome e Venezia saprà che anche un principe turcomanno sa essere generoso come il suo doge. Il mio tesoriere esaudirà ogni loro desiderio”.
Il padiglione si riempie di musici e di danzatrici della Mesopotamia per allietare gli ospiti. I servi portano dolci e bevande. I giovani mercanti partecipano all’allegria dell’ospite che dimostra di essere un guerriero ma anche un uomo aperto alla gioia e alla compagnia degli amici.
La principessa Maria viene accompagnata da Marco e Francesco fino alla porta della città per ritornare al palazzo di suo padre. Il loro saluto è festoso e carico di promesse.
I mercanti di Costantinopoli ritornano nei loro alberghi e passano tutta la sera a discorrere sulla lista di mercanzie lasciata al tesoriere dell’emiro. Le loro speranze si caricano di progetti per il futuro.
Il nuovo giorno porta a ser Filelfo la risposta del Gran Comneno e ai suoi amici la gioia di vedere la stiva della loro nave carica di seta e di spezie.
La galea veneziana riporta l’ambasciatore alla città della Santa Sapienza.

mercoledì 6 giugno 2012

Confronto per salvaguardare la società civile

PROGRAMMARE UN FUTURO
PER UN PAESE DISASTRATO
Ce la faremo - ha detto Giorgio Napolitano – per superare tutte le emergenze e le prove, per far crescere l’economia, dare futuro ai giovani e rendere più giusta una società troppo squilibrata e iniqua”.
Si tratta di confrontarsi con un mondo globalizzato per la soluzione dei nuovi problemi economici e sociali, sorti con il sopravvento del mercato finanziario che estirpa i valori esistenziali del mondo civile. Si avverte uno smarrimento di fronte a un futuro pieno di incognite per il dilagare di un potere finanziario che non tiene conto della dignità della persona umana e dei suoi bisogni essenziali.

"Noi oggi dobbiamo programmare il futuro - sostiene Mario Monti in una intervista del settimanale "Famiglia Cristiana" - ma siamo impegnati per l'ottanta per cento del nostro tempo a rimettere in sicurezza un Paese che è stato devastato dall'improvvidenza e dalla disattenzione per il futuro. Il nostro è un Paese disastrato". Per il presidente del Consiglio si tratta di "contemperare la molto durezza per rimediare i guasti del passato con una prospettiva più umana per il futuro".

"Siamo immersi in un angoscioso presente - ha detto il Capo dello Stato - e bisogna proiettarsi oltre approcci legati a pur legittimi interessi. È chiaro che c'è un urgente bisogno di dare maggiore attenzione al tema del disagio sociale, perchè abbiamo un aggravarsi del disagio delle famiglie e un aggravarsi della povertà".

Per il Presidente della Repubblica, l'Italia deve essere unita per risolvere i vari problemi. L'impegno comune per Napolitano è quello della tutela di valori primari, quali la persona e il lavoro.

Per il Capo del governo, l'uscita dalla crisi richiede un rilancio della crescita economica a livello europeo. Si tratta di convincere i vari leader europei della immediata necessità di sostenere la crescita delle economie fragili dei vari Paesi. Occorre portare l'Euro fuori dalla zona pericolo, rilanciando l'economia europea.

"C'è bisogno - ha sostenuto Pier Ferdinando Casini - di iniettare liquidità al sistema, di cominciare a pagare le imprese che hanno lavorato per la Pubblica amministrazione e c'è bisogno che l'Europa parli di crescita". Il leader dell'Udc incita la società politica a scegliere persone in grado di risvegliare nel popolo i valori che sono alla base di ogni società civile. Si avverte la necessità di un "Partito della nazione" per interpretare una diffusa esigenza di serietà e di rifiuto del populismo di chi promette cose che "i partiti non possono realizzare".

"Occorre confrontarsi per salvaguardare, in ogni istituzione politica, sociale e civile, tutto “ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano”. I testimoni del popolo devono impegnarsi affinchè sia applicata la giustizia in ogni attività della persona umana e perché sia rispettata la sua dignità in ogni manifestazione della sua opera, contrastando ogni disconoscimento dei valori che costituiscono l’essenza della vita, cioè opporsi con qualsiasi mezzo non violento di persuasione. Si tratta di interagire con tutte le forze della società civile per instaurare quella saggezza che è razionalizzazione morale della politica.

C'è l'esigenza di uno Stato più umano che “riconosca e sostenga” la persona umana secondo il principio della sussidiarietà, agevolando lo sviluppo di tutte quelle energie delle singole persone e delle organizzazioni sociali per creare una comunità civile che si conserva nel tempo. L’esortazione è quella di costruire una società più giusta il cui centro è la persona che si realizza liberamente, cioè una comunità fondata sul progresso della vita e sulla forza della libertà in cui sia riconosciuta la dignità dell’uomo esistenziale dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. L'appello alla libertà della persona umana è essenziale perché ogni essere umano, donna o uomo, possa impegnarsi ed essere protagonista in una società aperta al progresso di tutto il popolo.

Spetta alla comunità politica mediare tra le necessità funzionali del mercato e la vita quotidiana delle persone, cioè promuovere i contenuti valoriali nelle decisioni del mondo produttivo e finanziario. La necessità della ricchezza e la competizione mondiale devono armonizzarsi con i valori dell’uomo che è soggetto e fine di ogni produzione e benessere sociale. Gli esponenti politici non devono accettare il relativismo che svilisce la dignità della persona umana nella sua stessa comunità con la diffusione del crimine, la droga, il degrado urbano, la prostituzione, l’inquinamento, l’abbandono della famiglia a se stessa. I valori spirituali del popolo italiano devono essere difesi e tramandati per conservare la nostra identità e promuovere un futuro per la nostra società civile.

La cellula vitaledella società, la famiglia naturale, costituita dall’amore di un uomo e una donna che attraverso la procreazione dei loro figli tramandano i valori del loro popolo, è minacciata dalla pressione degli interessi utilitaristici che non considerano il valore e la dignità dell’essere umano. Si avverte la certezza che i valori fondanti della cultura europea sono messi in secondo ordine rispetto all’attrattiva della globalizzazione economica e finanziaria che non riconosce il vero valore del bene comune della società che è tale se e solo se si riversa su ogni cittadino.



Non basta una bandiera, un logo o un inno per fare un partito, ma occorre un'unità di intenti, cioè essere convinti di servire il popolo e testimoniare le sue esigenze. Si tratta di servire la comunità vivendo per la famiglia, attuando la solidarietà sociale e facendo applicare il principio di sussidiarietà da parte dello Stato.