lunedì 29 settembre 2008

MERCANTI VENEZIANI A COSTANTINOPOLI Cap. XV


Maria di Trebisonda

Il trattenimento nel giardino imperiale del basileus Alessio, Grande Comneno di Trebisonda, consente ai giovani veneziani, Marco e Francesco, di conoscere la basilissa Teodora Cantacuzena e di fare amicizia con la principessa Maria.
Una leggera brezza di mare, attraverso i finestroni del tamburo della cupola, muove le foglie delle piante che iniziano a cambiare colore nei primi giorni dell’autunno.
L’ambasciatore, ser Francesco Filelfo, conversa con gli ospiti turcomanni che vogliono conoscere le usanze dei Latini e le cerimonie del Serenissimo Principe, il doge di Venezia.
Gli occhi delle donne sono rivolti verso gli uomini dell’Occidente, attratti dai loro indumenti e dai loro visi sbarbati. L’imperatrice e le sue figliole conoscono la lingua degli antichi Romani e si esprimono nell’idioma più consono ai giovani ospiti che fanno fatica a parlare in greco. Le sorelle di Maria, già sposate agli emiri turchi, chiedono alla loro madre di invitare Marco e Francesco a raccontare le loro esperienze nella città di Costantinopoli.
“Le mie figlie vogliono conoscere – dice la basilissa – tutto quello che riguarda le spose latine dei principi Paleologhi e come sono apparse durante il loro ricevimento al palazzo delle Blacherne. Quando vivevo nella casa di mio padre, venivo sempre portata alla reggia del basileus Manuele II ed ero curiosa di conoscere quello che si diceva delle donne di Costantinopoli, date in sposa ai principi dell’Occidente che non sapevano esprimersi nella nostra lingua”.
“Le nobildonne dei principati e delle signorie dei paesi dell’Ovest – interviene l’ambasciatore Filelfo - conoscono le opere dei poeti che narravano le gesta degli imperatori di Roma. In questi anni, la lingua di Sparta e di Atene è oggetto di studio per i giovani che vogliono dedicarsi al commercio e intraprendere i viaggi verso l’Oriente. Le fanciulle delle famiglie ricche vengono educate da precettori che insegnano la filosofia di Platone e di Aristotele. Le loro opere sono oggetto di studio nei monasteri e la lingua greca è conosciuta dai dotti latini”.
“Non metto in dubbio – risponde Teodora Cantacuzena - la conoscenza delle opere greche da parte dei letterati e dei monaci dei conventi. I discorsi arditi e furbi, sui matrimoni tra le famiglie nobili che appartengono a due culture diverse, permettono ai giovani di superare la noia e i grandi silenzi del cerimoniale. La presenza delle mie figlie e dei loro consorti esalta l’importanza della venuta di un ambasciatore la cui fama è giunta alle nostre orecchie prima della sua venuta. La curiosità apre la mente e infiamma i cuori. La meraviglia della vita appartiene ai giovani che vogliono confrontarsi ed acquistare sempre nuove esperienze”.
“Le principesse – afferma il dotto segretario – sono piene di gioia di vivere e i loro occhi radiosi sono colmi di buone speranze per il futuro”.
“La nostra città – afferma la basilissa - prospera e ci permette di pensare a giorni di pace e di buoni matrimoni per le nostre figlie. Il futuro dipende dalle relazioni di buon vicinato che Alessio riesce a instaurare con gli emiri. Una sola preoccupazione è nascosta nel mio animo ed è anche la volontà del mio consorte: “Un matrimonio regale per nostra figlia Maria”. La principessa è molto bella ma è attratta dalle armi ed ama confrontarsi con i giovani nelle gare con i cavalli e con l’arco turcomanno. Il suo confessore, il metropolita di Trebisonda, ci dice che ha un animo coraggioso e un carattere fiero, doti che, unite alla sua rara bellezza, la rendono degna di stare al fianco di un imperatore”.
“La principessa Maria – esclama ser Filelfo – parla in latino ed attira gli sguardi dei due giovani veneziani che rimangono fissi nel contemplare i suoi capelli dorati. Ciò significa che sa stupire con le sue parole i figli di mercanti abituati alle feste sfarzose di Venezia, dove le donne gareggiano nel mostrare i vestiti più belli e gli ornamenti più preziosi. La figlia prediletta di un imperatore merita di sposare non un vecchio imperatore ma un principe designato a regnare su vasti territori ed essere basileus di tanti popoli”.
“Le tue parole – dice la Cantacuzena – sono un balsamo per l’animo di una madre. I principi ereditari sono sempre sottoposti al volere dei loro genitori. I regnanti non sanno pensare alle aspirazioni recondite dei cuori dei loro figli e spesso ascoltano le dicerie di consiglieri che pensano soltanto alla grandezza dei loro signori. Anch’io sono sottoposta al volere del mio consorte il cui unico pensiero è quello di pensare alla sicurezza e alla prosperità di questa città.
Gli altri ambasciatori credono di risolvere le guerre dei loro signori con la sottomissione del più debole e il pagamento di tributi. Le nobildonne sono utilizzate come trofei e la loro bellezza è valutata per risolvere le controversie di potere. Chi non è favorita dalla natura passa i giorni in attesa di colmare un vuoto di affetti senza poter compiere il proprio destino”.
“La tua casa – risponde il messo imperiale – è tutto un giardino di delizie e la fortuna si è soffermata a contemplare le gote delle tue figliole. Sono sicuro che anche la principessa Maria troverà un marito che rimarrà estasiato per la sua grazia e per la sua intelligenza”.
“Le tue parole augurali – risponde la madre – mi riempiono di gioia e mi fanno ben sperare per il futuro. In questi ultimi anni il commercio rende prosperità e benessere ma le paure riempiono i nostri cuori per le conquiste degli Ottomani. I guerrieri del sultano di Adrianopoli occupano tutte le terre ed assediano le città di Costantinopoli e di Tessalonica, grandi empori di sbocco di tutte le mercanzie che passano per Trebisonda”.
“Sono stato inviato – afferma l’ambasciatore – dal basileus designato Giovanni VIII, secondo il consiglio dato dal bailo ser Emo, per indurre il Gran Comneno ad impegnarsi nel sostegno alla famigia dei Paleologhi che governa Costantinopoli. La sede dell’imperium e dell’autorità preposta a governare l’Ecumene, con la guida spirituale del successore dell’apostolo Pietro, è assediata dai guerrieri ottomani. Anche il papa Martino V sollecita l’imperatore Manuele II per la difesa dell’unica fede in Colui che ha redento tutti gli uomini”.
“Condivido le tue aspettative – risponde Teodora - e le preoccupazioni del successore di Pietro per la difesa dell’Ecumene minacciato dal sultano di Adrianopoli. Trebisonda prospera perché il Gran Comneno riesce a instaurare con i Turcomanni un’intesa basata sulla comprensione e la coesistenza condivisa di valori indispensabili alla vita e al benessere delle genti.
Il rispetto del diritto dei popoli, riconosciuto dalle varie culture, permette di scegliere l’unica via possibile per la vita e la prosperità delle famiglie. Il pegno fondamentale per tale scelta è costituito dal sacrificio delle nostre figlie che rinunciano parzialmente alle loro costumanze per pacificare gli animi degli emiri. La via per mantenere l’unica vera fede è aver fiducia in chi può condividere il ruolo delle donne”.
“La tua saggezza – risponde l’ambasciatore – ha basi solide perché suggerita dalla Vergine. Lei ha creduto in Dio che le ha donato il Figlio, l’unica vera via della vita buona.
“Anche Alessio, mio consorte, condivide le mie aspettative – dice sottovoce la basilissa – e spera che Maria possa sposare un re o un grande imperatore”.
“La fede e la buona volontà spesso non bastano – replica l’ambasciatore – quando il sultano di Adrianopoli non rispetta il diritto delle genti di governare autonomamente il territorio su cui hanno fondato la loro cultura e costruito la loro storia.
Ogni popolo ha diritto di possedere ciò che ha ereditato dai propri avi. La loro terra, costituita da montagne, fiumi e pianure, è il punto di riferimento della vita di uomini e donne che hanno condiviso e tramandato i valori dell’esistenza, cioè il modo di adempiere in pace e prosperità il compito che ogni maschio e femmina ha impresso nel proprio spirito prima di affidarlo al Creatore.
Il nome di un popolo è strettamente legato al paese e in esso si identifica la sua storia umana. La perdita della patria genera una grande crisi nelle coscienze perché il conquistatore cancella i simboli della loro cultura che sono espressione di vita, cioè il frutto della loro coesistenza armoniosa”.
“La mia città è Trebisonda – esclama la Cantacuzena – ma la mia cultura è quella dei Romani che hanno una storia e una fede. Roma vive e vivrà in tutti coloro che riconosceranno i sacri valori dell’esistenza che permettono ad ogni spirito di potersi liberamente confrontare con gli altri per esprimere la propria umanità”.
“Il vescovo di Roma – dichiara ser Filelfo – teme la cancellazione della cultura dei Romani con la conquista di Costantinopoli da parte del sultano Murad II. Il papa si adopera con ogni mezzo per creare un’unione di tutti i credenti nella Santa Sapienza, indicata dalla Vergine Maria nei sacri templi, per arginare l’invasione dei guerrieri ottomani.
La città che ha mantenuto nei secoli il diritto di Roma come baluardo, saldo sulla roccia della fede del suo fondatore, è circondata ed assalita dai suoi nemici. I suoi abitanti rischiano di soccombere alle forze nemiche che potrebbero dilagare anche nei territori dei Latini.
Il vero pericolo è la distruzione del sacro luogo su cui gli apostoli Paolo e Pietro testimoniarono la loro fede e da cui si diffonde la parola di chi ha le chiavi dell’autorità spirituale di tutto l’Ecumene. La caduta di Costantinopoli potrebbe provocare la distruzione di tutta la cultura e le nazionalità dell’Occidente.
I nostri figli potrebbero essere fatti schiavi per servire le navi dei corsari e le nostre figlie portate per le strade come trofeo di guerra e vendute sui mercati per servire nelle dimore dei superbi signori della guerra.
Il tempo gioca in favore del nemico e bisogna affrettarsi per dividere le loro forze con ogni mezzo pur di salvare la comune fede di Roma”.
“Parole gravi – esclama la basilissa – che creano un disagio nel mio animo di madre e di regina. Una sciagura difficile da sopportare sarebbe la conquista di Costantinopoli che custodisce le sacre reliquie di tanti martiri e le spoglie degli imperatori che hanno conservato e tramandato nei secoli i valori della mia fede. Il Gran Comneno e la sua famiglia non rimangono insensibili alle richieste di aiuto dei Paleologhi e ai timori del vescovo di Roma”.
“Bisogna far presto – afferma l’ambasciatore – e trovare subito degli espedienti per trattenere il sultano che attualmente si trova in Asia Minore per sconfiggere i pretendenti al trono imperiale di Adrianopoli. Il Gran Comneno potrebbe convincere gli emiri turcomanni a spingere alla sommossa gli abitanti delle città conquistate dagli Ottomani”.
“Inviterò nei prossimi giorni – interviene Alessio – l’emiro della tribù turcomanna delle Pecore Nere, cognato di mia figlia Maria, ad un grande banchetto per chiedergli un consiglio sulla fattibilità di quello che proponi. Cercherò di convincere anche l’emiro della tribù delle Pecore Bianche a partecipare ad una grande coalizione contro Murad II. La cosa migliore sarebbe quella di coinvolgere anche il Khan mongolo di Samarcanda per infliggere agli Ottomani un’altra sconfitta ed arginare la loro avanzata”.
“La tua mirabile opera di conciliazione tra gli emiri – esclama il messo imperiale - è oggetto di considerazione e di acceso dibattito in tutte le corti dell’Occidente”.
“Il mio impero – sostiene il Gran Comneno – si regge sulla politica della conciliazione e in questa azione i miei figli mi seguono per la prosperità di Trebisonda”.
“Anch’io sono pronta – afferma sottovoce la principessa Maria – ed obbedisco alla volontà di mio padre per il benessere di tutti gli abitanti della città”.
“Il mio primo figlio, Giovanni, è stato designato a succedermi sul trono di questo piccolo impero – afferma il basileus – ma tu, figlia mia, con quel tuo viso, con la tua intelligenza e soprattutto con il tuo cuore, potrai sedere su un trono da cui poter esprimere il tuo ardore per la cultura dei Romani e per la fede dei tuoi padri. Il tempo opportuno è stabilito dalla Santa Sapienza e ad ognuno di noi è dato di aderire liberamente per contribuire alla realizzazione di ciò che è più utile al mantenimento dell’imperium del successore di Costantino il Grande”.
“Il mio tempo fertile – risponde la figlia – è già iniziato e alla mia età le principesse hanno già un marito che provvede ai loro bisogni. Io sono ancora vicino al tuo trono, in attesa di compiere la tua volontà, senza manifestare ciò che si nasconde da anni nel mio cuore”.
“Una principessa – dice il padre – non è una donna qualsiasi che segue le costumanze della città, ma una figlia generata per far parte di una missione che dovrà essere svolta con dedizione. Il tuo compito sarà quello di consigliare e collaborare all’opera di un uomo, designato per governare con saggezza e provvedere al bene del suo popolo”.
“Le donne delle famiglie dei Latini – sostiene Maria – sono più fortunate di me che discendo da una grande famiglia imperiale i cui avi hanno già governato su Costantinopoli. Il mio destino sembra quello di attendere un emiro che mi farà cavalcare per allietare, con una numerosa prole, un castello sperduto sulle montagne del Ponto”.
“Non si addice ad una principessa – sostiene con cautela l’ambasciatore – l'impazienza di avere un ruolo nella storia della propria famiglia. La sottomissione alla volontà del basileus non annulla le tue aspettative. Tuo padre ti invita ad attendere l’occasione più propizia per un’adesione coerente alle mire specifiche dei Comneni nell’ambito dell’Ecumene dei Romani. Il tuo avvenire è già dispiegato in Colui che ha beneficiato tuo padre del dominium imperiale a cui sei destinata a collaborare come figlia prediletta”.
“L’imperatore di Costantinopoli – afferma la giovane donna – volge il suo sguardo verso l’Occidente e preferisce scegliere per i suoi figli le spose dei Latini. La basilissa, sua consorte, proviene dalle terre dei Serbi e gli consiglia di allearsi con le famiglie più ricche dell’Ovest per contrastare gli Ottomani”.
“Il sultano di Adrianopoli – afferma ser Filelfo – non ha mire espansionistiche nell’Asia Minore che è sotto l’influenza del Khan dei Mongoli che hanno già sconfitto suo nonno ad Angora. Murad II vuole impossessarsi delle terre dei Serbi e dei Latini e costituisce una minaccia per Roma, dove il vescovo teme la distruzione della cultura e della fede cristiana.
Il papa Martino V ritiene che tutto l’Occidente debba contrastare l’espansione ottomana e propone a Manuele II di allearsi con i governanti latini stipulando contratti matrimoniali per i suoi figli.
Le spose latine sono chiamate per costituire legami indissolubili tra le famiglie regnanti in modo da ricostituire l’Ecumene di Costantino il Grande e fornire un esercito all’imperatore dei Romani. Il sacrificio delle nobildonne mira a salvare la cultura e la fede di tutti i popoli cristiani. La loro influenza è ritenuta determinante dal papa per suggellare l’amicizia tra i governanti dell’Occidente.
Sofia del Monferrato è sposa di Giovanni VIII che è basileus incoronato dal padre, il basileus autocrate dell’Ecumene, Manuele II che si è ritirato in convento per chiedere alla Vergine Odigitra di tendere sempre le mani verso l’alto e salvare Costantinopoli.
Il popolo attende il frutto della loro unione, benedetta dal successore di Pietro e consacrata con il rito ufficiato dal santo patriarca Giuseppe II che condivide le speranze del papa Martino V.
Il vescovo di Roma, eletto per sciogliere ogni legame e riconciliare gli spiriti per ricostituire l’unione di tutti i fedeli, avverte il pericolo che incombe sulla Chiesa universale e si sta adoperando per sostenere la lotta contro i distruttori della cultura occidentale.
La responsabilità del suo magistero è sostenuta dal patriarca Giuseppe II che, unitamente all’imperatore Manule II, avverte la necessità di unire nel vincolo sacro del matrimonio i figli di coloro che detengono il potere per costituire un grande esercito”.
“Anch’io sento questa responsabilità – afferma Maria – ed il mio confessore consiglia sempre di tenermi pronta per sottomettermi con gioia e dedizione alla volontà paterna per una richiesta di matrimonio. L’inclinazione per i genitori talvolta non consegue lo scopo di pacificare o unire le famiglie con le nozze stabilite secondo un patto.
Il matrimonio di Giovanni VIII Paleologo con Sofia del Monferrato e quello di suo fratello Teodoro II con Cleofe Malatesta sono stati celebrati da quasi due anni. Le celebrazioni nuziali non hanno generato alcun frutto né hanno riempito le casse vuote dell’amministrazione imperiale.
I corrieri imperiali, provenienti dalla reggia delle Blacherne e dal palazzo di Teodoro in Mistra, vicino all’antica Sparta, riportano alcune dicerie sulle coppie imperiali: “I due fratelli si tengono lontano dalle loro consorti per motivi culturali e non condividono con loro la camera nuziale”. Forse sono soltanto chiacchiere maligne che, però, mi lasciano alquanto perplessa sul comportamento dei principi, indotti a sposare delle donne scelte per salvare l’Impero romano d’Oriente”.
“Il contratto nuziale - sostiene ser Filelfo – condiviso dal papa e dall’imperatore Manuele II, prevede che alle spose latine siano lasciati gli usi e le loro pratiche di devozione. I principi, eredi del trono imperiale, hanno l’obbligo di generare i figli che costituiranno il pegno inviolabile dell’unione di intenti tra l’Occidente e l’Oriente per la ricostituzione dell’Ecumene: Un solo imperatore con la guida spirituale del successore dell'apostolo Pietro”.
"Sono d'accordo sulle finalità del contratto – esclama la donna – però, i figli nascono dall’amore dei coniugi e questo sentimento scaturisce dalla passione o dal moto spontaneo di due cuori che vogliono condividere le loro affettività. Le voci malevoli sull’aspetto di Sofia lasciano intendere che è già ventottenne. Il suo fisico non è quello delle giovani spose che dalle nostre parti attirano come un fiore che manifesta i suoi colori e il suo profumo allo schiudersi dei suoi petali sotto il calore ardente del primo sole del mattino”.
“Il tuo spirito – risponde l’ambasciatore – è pieno di poesia. Bisogna lasciar fare alla natura e con il tempo la scintilla della passione tra Giovanni Paleologo e Sofia si manifesterà in modo sorprendente. L’attrazione dei sensi sfugge al pensiero che vuole congetturare su ciò che attiene alla procreazione”.
“Gli ambasciatori hanno l’abilità – sostiene Maria – di trovare le giuste parole per fare un contratto di matrimonio al fine di sconfiggere un comune nemico o per ripristinare la pace tra i governanti.
La mia mente è confusa ed il mio cuore è sconcertato al pensiero che le donne latine hanno affrontato un lungo viaggio per arrivare a Costantinopoli e non sono nemmeno apprezzate dai loro sposi che, per non opporsi alla volontà paterna, si tengono le mogli, non compiono i loro doveri coniugali e le lasciano nella disperazione”.
“Manuele II – dice ser Filelfo – ama tutti i suoi figli e, pur di evitare una sciagura più grande all’Occidente, chiede ai governanti cristiani di sostenerlo nella lotta contro il sultano, condividendo con loro il futuro dell’impero. Le loro figlie potranno salire al trono imperiale e generare nuovi eredi nelle cui vene scorrerà una nuova linfa vitale per la salvezza di tutti”.
“Le principesse educate al bene - afferma Maria - sono sempre pronte a partire per incontrare lo sposo, scelto dai loro genitori per garantire il loro tenore di vita. La speranza le sostiene nel viaggio e nell’offerta d’amore, anche di fronte alle incomprensioni iniziali del promesso sposo.
Il comportamento dei principi mette in discussione le differenze culturali esistenti tra l’Occidente e l’Oriente. La questione non sta nell’attrazione dei sensi, infatti Cleofe di Malatesta suscita meraviglia per la sua bellezza e soprattutto per la sua intelligenza.
Suo marito le concede la possibilità di circondarsi di uomini illustri nelle varie arti ma non condivide con lei il letto matrimoniale. La nipote del papa non ha ancora ottenuto un figlio dal marito Teodoro che non condivide il suo attaccamento alle prescrizioni rituali dei Latini”.
“Il pontefice – afferma il dotto Filelfo - le scrive da Roma innumerevoli lettere per incitarla a rimanere salda nella sua fede e di non lasciarsi andare alle usanze del luogo. La sua missione è quella di dare un erede al basileus e rinsaldare l’unione di tutti i cristiani sotto il Soglio di San Pietro.
Il fascino, il sapere di greco e il mecenatismo della sposa di Teodoro hanno elevato il tenore della sua corte. La frequenza degli artisti e dei dotti filosofi ha trasformato il palazzo di Mistra in una reggia che offusca la magnificenza delle Blacherne. Una donna dell’Occidente è divenuta splendore di virtù che onora il governo dei Paleologhi.
I dignitari e i funzionari fanno le lodi dell’imperatore che ha scelto per suo figlio una donna colta e bella. Le nobildonne e le principesse vogliono conoscere i suoi comportamenti verso gli artisti e i letterati.
L’esposizione delle tue riflessioni, sulla vita coniugale della basilissa Cleofe, desta il mio animo e mi spinge ad indagare per far sapere al bailo, ser Emo, tutto ciò che può influire sul commercio della Repubblica di San Marco.
Il despotato di Mistra è al centro dell’antico Peloponneso e dà sicurezza ai porti veneziani dell’Egeo e dell’Adriatico. La rotta commerciale di Trebisonda è garantita dai trattati stipulati secondo il gradimento dei mercanti veneziani che non sopportano le ingerenze dei concorrenti catalani e genovesi.
I matrimoni dei figli di Manuele II con le nobildonne del Monferrato e dei Malatesta sono la garanzia per l’unione dei cristiani, voluta dall’imperatore e dal papa, contro l’invasione dei guerrieri ottomani. Le celebrazioni sono avvenute con la benedizione del vescovo di Roma e la testimonianza a Costantinopoli del patriarca Giuseppe. La loro finalità è la procreazione di un erede.
Il vincolo degli sposi non si basa soltanto sul loro consenso formale. Il matrimonio deve essere compiuto, cioè consumato tra i due protagonisti per generare in “una carne sola” una nuova creatura dell’Eterno. L’amore matrimoniale è la manifestazione della Divina Sapienza che arricchisce tutta l’umanità”.
Maria di Trebisonda cerca con il ragionamento la soluzione di un problema di matrimonio, partendo da notizie divulgate dai corrieri imperiali. La sua curiosità legittima lascia senza parole i giovani ospiti veneziani che ascoltano con interesse e stupore il dialogo che si è instaurato tra il rappresentante degli interessi dei Paleologhi e la figlia del basileus di Trebisonda.
“Figlia – interviene la basilissa Teodora – non puoi assillare l’ambasciatore di domande su questioni che riguardano la famiglia dell'imperatore Manuele II. Ci sono anche dei giovani mercanti che intendono fare dei buoni affari e ritornare a Costantinopoli con la galea piena di mercanzie”.
“Ho già promesso – risponde Maria – di accompagnarli domani per le vie della città bassa e di aiutarli a districarsi nel grande mercato della seta”.
“Non dimenticare, Maria, di farti accompagnare dal custode Oikesestos – consiglia la madre – e di chiedere la protezione di Paltotaxeios, capo degli arcieri turcomanni.
Il guardiano degli abiti cerimoniali conosce i mercanti arabi di seta e può farti ottenere la seta cinese più pregiata. Nei magazzini dei carovanieri si trova la seta grezza a buon mercato che può essere venduta al mercato di Costantinopoli”.
“I tuoi suggerimenti sono sempre utili – risponde la principessa – e mi fanno sentire sicura. La scorta di Paltotaxeios, difensore delle mura del castello, potrà proteggere Marco e Francesco che non conoscono le usanze dei guerrieri delle montagne.
I pastori turcomanni frequentano la valle dei conciatori ed amano intrattenersi nei laboratori dei forgiatori. La loro fierezza è conosciuta in tutta la città e spesso provoca l’intervento delle guardie che devono sedare dei tafferugli”.
“Penso che i giovani veneziani – dice la basilissa - vogliono conoscere i mercanti arabi che provengono da Tabriz con i loro cammelli carichi di seta.
L’aiuto dell’emiro Jahan Shah, che ha sposato tua sorella ed è qui presente, potrà esserti utile per realizzare l’intermediazione con i capo carovanieri arabi. I mercanti che vengono dall’Est attraversano i territori della tribù turcomanna delle Pecore Nere. Una parola dell’emiro, fatta pervenire dai suoi servi al mercante arabo più importante della città, potrà agevolare Marco e Francesco nella trattazione commerciale.
Il banchiere ser Paolo, fiduciario del governatore della colonia veneziana della nostra città, agevolerà i cambi delle monete e fornirà subito il danaro alla presentazione delle lettere di cambio in possesso dei giovani mercanti.
Le nave dell’ambasciatore ser Filelfo è sotto la tutela del basileus di Trebisonda e le merci imbarcate sono esenti dai normali tributi dovuti all’amministrazione imperiale”.
“L’aiuto della principessa Maria – interviene l’emiro turcomanno – e la protezione della basilissa Teodora aprono tutte le porte ed ottengono la disposizione dei mercanti a vendere le loro merci alla semplice richiesta dei giovani veneziani. Le lungaggini delle trattative saranno evitate alla presenza della figlia del Gran Comneno”.
L’intervento del guerriero dell’Est incuriosisce Marco che sussurra a ser Filelfo: “Chi è questo turco che parla con tanta disinvoltura alla presenza dell’imperatore? La fierezza del volto e la sicura padronanza delle cose commerciali mi fanno pensare a un regnante che dispone di un vasto territorio e di tanti uomini alle sue dipendenze”.
“Trebisonda è una grande città commerciale – dice la giovane donna rivolta all’emiro – e l’equilibrio tra i mercanti dell’Occidente è mantenuto rispettando le clausole dei privilegi, concessi con il diploma del basileus.
Le tariffe in percentuali dei dazi sulle merci sono stabilite in modo che ogni mercante sia certo di aver pagato il giusto tributo alla cassa imperiale e al governatore della colonia di appartenenza. Questa è la legge del commercio della nostra città e tutti, popolani, ricchi e forestieri devono rispettare per evitare la sentenza dei giudici.
Anch’io devo rispettare la legge del mercato che permette il giusto equilibrio tra gli interessi dei venditori. La pace si mantiene se la norma è rispettata da chi detiene il potere e la facoltà di aggirarla. Il popolano osserva il comportamento del nobile per giudicare il signore della città”.
“Una principessa che oltre alla bellezza manifesta anche intelligenza – dice il principe turcomanno – è degna di stare al fianco di un re che vuole governare con equilibrio e saggezza”.
“Mi lusinga – dice Maria – il tuo giudizio ma mio padre non ha ancora ricevuto alcuna richiesta di matrimonio. A una donna di rango non è concesso scegliere il momento d’inizio del suo ruolo ma solo attendere la decisione di un uomo che vuole le sue carezze e specchiarsi nei suoi occhi.
L’intelligenza femminile è come una pietra preziosa, nascosta in uno scrigno, che l’uomo scelto dal destino può far brillare per illuminare il suo cammino e scegliere con sicurezza ciò che è più utile per raggiungere il suo vero bene. Lo scopo della donna è quello di preparare un futuro migliore che potrà realizzarsi se suo marito sa apprezzare i suoi suggerimenti. La bellezza può sfiorire con il tempo ma l’intelligenza di una sposa può diventare sempre più acuta se condivisa e stimolata per una proficua collaborazione.
L’imperatore custodisce sua figlia come un tesoro e intende donarla soltanto a colui che offre garanzia di sicurezza per la prosperità di questa città. La sua preoccupazione è quella di vedere apparire sotto le mura del castello un nemico che pretende di avere le chiavi della città per controllare il traffico commerciale.
Questo regno non dispone di un esercito. Le guardie, sulle mura della fortezza più alta, spaziano con lo sguardo sull’orizzonte e riferiscono al loro signore: “Tutto è tranquillo”. Le navi possono approdare per lo scarico delle mercanzie e per stivare tutto ciò che le carovane arabe portano dal lontano Oriente.
Tutta la famiglia è coesa per la sicurezza di questo grande emporio e non ha mire espansionistiche. Il desiderio di mio padre è di essere il basileus che garantisce la ricchezza al suo popolo. La prosperità del suo impero si mantiene anche con il fascino delle sue figlie che assecondano la sua volontà e attendono con devozione ai loro doveri”.
“In tutti gli emirati si parla della tua bellezza – esclama il guerriero turcomanno – e in tutte le corti dell’Oriente i principi fanno a gara tra loro per dimostrare la loro potenza. Nessuno osa fare una richiesta precisa al tuo genitore che finge di non capire e aspetta il momento propizio per aumentare il suo prestigio di imperatore.
Non mancano gli aspiranti alla tua mano ma la tua famiglia non è disponibile ad accettare le offerte che giungono al Logoteta imperiale. La sua risposta è sempre la stessa: “In questo momento il Gran Comneno è impegnato con suo figlio Giovanni nella risoluzione di un grave problema di successione. La sicurezza del suo trono è in pericolo ed attende un giorno sereno per affrontare le questioni matrimoniali delle figlie”.
“Tu stesso stai vedendo – risponde la principessa – che mio padre non ascolta i discorsi sul matrimonio delle figlie. Il suo interesse è capire le ragioni dell’arrivo dell’ambasciatore del coimperatore Giovanni Paleologo. Non è mai accaduta una cosa simile. Il basileus di Costantinopoli chiede l’aiuto alla famiglia dei Comneni di Treisonda per allontanare gli Ottomani dalle mura della sua città. Questo significa che il sultano di Adrianopoli non ha più paura del Khan mongolo di Samarcanda e di Herat che ha concesso agli emiri di governare le regioni dell’Asia Minore conquistate da Tamerlano. Quando si parla di guerra non si può parlare di nozze”.
“I Turchi non hanno più paura dei mongoli – dice il principe – perché mio padre, capo tribù delle Pecore Nere, si è svincolato dal dominio mongolo, ha conquistato un vasto territorio ad Ovest del Mar Caspio ed ha fatto di Tabriz la capitale del suo dominio.
Mio fratello Iskander ha preso il posto di mio padre ed io sono stato costretto ad andare a Bagdad insieme ad un altro mio fratello. La città, già capitale del grande impero degli Arabi e sede del loro sultano, sta risorgendo dopo le ripetute distruzioni dei mongoli.
Il commercio, diretto al grande emporio mesopotamico per i porti del Levante, è oggi dirottato a Trebisonda. I mercanti, che a loro rischio continuano a percorrere la vecchia strada delle carovane, debbono pagare il tributo alla mia tribù. Io raccolgo nelle casse del mio palazzo tutto ciò che è dovuto a mio fratello, governatore della città per conto del capo tribù delle Pecore Nere.
I guerrieri turcomanni, che una volta pascolavano le greggi sulle montagne del Ponto, sono diventati i signori di un grande regno. I loro capi possono imporre i tributi alle città della Mesopotamia che furono conquistate da Genghiz-Khan e dai suoi successori. Oggi è il momento dei Turcomanni che sono in grado di battere i Mongoli e di resistere agli Ottomani che vogliono dominare l’Asia Minore.
Le titubanze di tuo padre per farti sposare sono giustificate perché non c’è più la pace mongolica e l’orizzonte si sta offuscando. Dall’Occidente può arrivare l’offesa. La paura non è più quella dei Latini ma quella degli Ottomani. Il loro esercito si è ingrandito inglobando Valacchi, Moldavi, Bulgari e Slavi con a capo lo stesso sultano. È necessario riconoscere la sua potenza e contrastarla con ogni mezzo unendo tutti i suoi avversari al di là di qualsiasi fede e di qualsiasi interesse di parte.
Il basileus di Costantinopoli potrebbe stringere un patto con i signori dell’Ovest per l’intercessione del vescovo di Roma. Il Gran Comneno potrebbe unirsi a tutti gli emiri turcomanni. Due branche di una poderosa tenaglia di guerrieri potrebbero stringere e annientare gli Ottomani”.
“Io sono una donna – esclama Maria – e non capisco i tatticismi dei governanti. I Paleologi cercano in Occidente la soluzione dei loro problemi e non si accorgono che il loro popolo teme ancora di essere assalito dai crociati. Il terrore del guerriero cristiano, che si arricchisce con il bottino accumulato razziando nelle case dei popolani, è ancora vivo negli animi.
I fedeli della Santa Sapienza temono di perdere le loro icone dorate e non accettano l’accordo con i Latini. Il metropolita di Trebisonda mi dice spesso: “Il patriarca Giuseppe II è convinto che solo l’unione di tutti i fedeli può salvare il popolo della Vergine che implora la salvezza con le braccia alzate al cielo”. Il nostro Primate è convinto che non bisogna aver paura del vescovo di Roma che è il successore dell’apostolo Pietro.
Anch’io sono convinta che tutti i fedeli si uniranno per contemplare il volto della Madre che indica la Santa Irene perché ci renda tutti figli di un unico Padre”.

mercoledì 3 settembre 2008

MERCANTI VENEZIANI A COSTANTINOPOLI Cap. XIV



L’ospitalità del Grande Comneno

L’ambasciatore ser Filelfo è scortato dai cavalieri di Alessio IV di Trebisonda fino al grande castello, costruito sulla cima di un alto colle che si erge sulle terre del Ponto dell'Asia Minore.
La famiglia imperiale, quella dei Comneni, ha regnato sul popolo della Grande Chiesa di Costantinopoli prima della sua profanazione da parte dei Latini della IV Crociata. Ogni sovrano comneno usa, nella stesura dei documenti ufficiali, il titolo di "Imperatore e Autocrate di tutto l’Oriente, l’Iberia e delle provincie trans marine". Il suo titolo abituale è "Il Grande Comneno".
La parentela con l’imperatore Manuele II dei Paleologhi è sentita come aspirazione recondita per un' eventuale ascesa al trono della città fondata da Costantino il Grande.
Le relazioni politiche tra i due imperatori, che esprimono la loro fede nella Santa Sapienza con la stessa lingua degli antichi filosofi della Grecia, sono sempre improntate al reciproco rispetto e all’ascolto della parola del sacro testo, proclamata dal patriarca Giuseppe II.
I saccheggi, le guerre civili e gli assedi della capitale dell’Impero romano d’Oriente hanno permesso alla città del Ponto Eusino di prosperare, di emulare lo sfarzo e la grandiosità raggiunta dall’imperatore Giustiniano che aveva perpetuato l’imperium di Augusto nella Nuova Roma.
Il messaggero del bailo della Serenissima e i due giovani mercanti, Marco e Francesco, percorrono, sui destrieri arabi bardati con le insegne della casa imperiale, le strade pavimentate e affiancate da case con le cupole scintillanti sotto i raggi del tiepido sole d’ottobre.
Gli abitanti salutano festosamente i cavalieri che avanzano con il vessillo dell’aquila d’orata dei Comneni e inneggiano al loro Signore: “Viva il nostro imperatore!”.
Le fanciulle, avvolte nei variopinti vestiti di seta orientale, lasciano cadere dalle finestre delle case tanti piccoli fazzoletti colorati che creano un’atmosfera di sogno per gli ospiti venuti dalle lontane città dell’Occidente.
Le campane a festa indicano che è mezzogiorno ed è domenica. La città è piena di donne e uomini che frequentano i mercati rionali e la fiera campionaria, nella parte basa della città, separata da alte mura e da poderosi bastioni dalla zona portuale.
L’abitato tra l’approdo delle navi e il castello dell’imperatore è suddiviso in tre zone separate da mura e da profondi burroni percorsi da piccoli fiumi, su cui vengono manovrati grandi ponti levatoi tra i cancelli dei bastioni perimetrali.
La zona commerciale, fuori del grande muro della città bassa, parallelo all’ormeggio delle navi, dispone di uno spazio per le carovane nella parte Nord Orientale, vicino alla valle dei conciatori di pelle, percorsa da un fiume che fiancheggia la strada commerciale del Sud- Est. La struttura che accoglie i mercanti è circondata da un muro e dispone di stalle, di magazzini per custodire le mercanzie, di un albergo, di una grande fontana e di una piccola moschea.
Non molto distante dal centro carovaniero si erge la costruzione ben fortificata del fondaco-magazzino dei mercanti genovesi che controllano con perizia e con grandi profitti il traffico commerciale della città in concorrenza con i Veneziani.
I mercanti della Serenissima Repubblica hanno innalzato un fondaco protetto da spesse mura vicino a un monastero nella parte Nord Occidentale del porto. La loro attività commerciale è garantita da trattati stipulati tra il Grande Comneno e il Senato della Repubblica di San Marco.
Il signore della città cerca di mantenere il giusto equilibrio tra le fazioni dei grandi mercanti dell’Occidente e impone il rispetto delle leggi per consentire la regolarità dei traffici commerciali tra l’Oriente e la città di Costantinopoli.
L’astuzia politica e la genialità dei governati comneni hanno permesso al piccolo impero non solo di sopravvivere alle invasioni dei mongoli di Gengis Khan e all’irruenza devastatrice di Tamerlano, ma di arginare le pretese di dominio e sciogliere la durezza degli animi dei capi tribù turcomanni che hanno occupato le montagne del Ponto per il pascolo delle loro pecore.
Le principesse più belle della città, scendono dal castello imperiale e vanno in sposa ai figli dei capi tribù degli emiri turchi che si impegnano a difendere la città dalle mire espansionistiche del sultano ottomano di Adrianopoli e a salvaguardare l’incolumità delle carovane che giungono dall’Oriente.
La cultura dell’Occidente è assimilata ed arricchita dai costumi ed usi dei prodi guerrieri turcomanni che vivono di pastorizia e dei tributi imposti ai mercanti in transito sui loro territori. I loro figli imparano dalle madri il senso del sacro e dai padri, emiri pastori, l’audacia e il coraggio dei guerrieri pronti a morire per la salvezza del proprio popolo.
Il corteo dell’ambasciatore imperiale, dopo aver attraversato la prima parte della città murata, si avvicina al centro della città che si stringe attorno alla cattedrale maestosa dedicata alla Vergine Maria. La sua cupola, sull’alto tamburo della chiesa, è coperta d’oro e brilla sotto i raggi del sole. La sua bellezza affascina e lascia incantati i piccoli mercanti dell’Occidente che sui loro destrieri avanzano verso il palazzo del Grande Comneno.
L’estasi, per la visione del tempio dorato dedicato alla Santa Madre, è interrotta dalla voce del cavaliere che guida la scorta dell’ambasciatore: “ Là, in cima al colle, il castello dell’imperatore! Dobbiamo prima passare sul grande ponte levatoio che ci permette di scavalcare il burrone del fiume. State saldi sulle selle e non abbiate timore, i cavalli son addestrati per superare le profonde gole che separano i tre grandi distretti della città e la rendono sicura e ben protetta”.
“Non temere – esclama Marco – i veneziani sanno destreggiarsi tra le onde del mare e superare le asperità del terreno. I figli della Grande Laguna di San Marco per tante generazioni hanno imparato dai loro padri a percorrere tutte le vie e a superare ogni ostacolo per scambiare i prodotti del commercio e per ottenere il giusto profitto”.
“Dici cose vere – afferma Francesco rivolgendosi al fiero amico – ma qui conviene stare attenti ed affiancarci all’ambasciatore per proteggerlo e sostenerlo nel morale perché vedo che incomincia a oscurarsi in volto e a guardare con preoccupazione il fondo del precipizio. La sua incolumità è preziosa per noi che siamo più agili e addestrati ad affrontare qualsiasi pericolo. Il nostro bailo ci ha raccomandato di stare sempre vicino al messo imperiale che, pur essendo esperto delle opere dei Latini e dei Greci del passato, non è abituato al superamento delle avversità e agli ostacoli della Natura”.
“Sono d’accordo con te – risponde il giovane patrizio – e penso che spetta a noi giovani dimostrare di essere sempre pronti a difendere i nostri amici anche a costo della nostra vita”.
“Vi ringrazio, giovani veneziani – esclama il messo imperiale – e sappiate che anch’io so come si superano le difficoltà, altrimenti non sarei stato inviato a far da mediatore alle controversie politiche che ostacolano le relazioni commerciali tra l’Occidente e l’Oriente. Gli ambasciatori vengono scelti tra gli uomini che hanno grande conoscenza dei sentimenti dei diversi popoli perché hanno imparato a percorrere qualsiasi strada e ad affrontare qualsiasi rischio. Un ponte su un precipizio non mi fa paura, ma mi preoccupa di più l’abisso che si crea tra i governanti che non sanno trovare il giusto accordo per la prosperità dei loro popoli”.
I cavalieri arrivano in cima alla collina percorrendo una lunga strada che la attraversa da Nord a Sud. La sede imperiale del basileus Alessio IV è costituita da una serie di edifici in pietra e mattoni, racchiusi in un grande spiazzo circondato da alte torri e mura poderose che si ergono su profondi burroni. È il castello del Grande Comneno, luogo in cui risiede l’imperatore di Trebisonda che mostra con orgoglio il suo emblema: “L’aquila dell’Impero dei Romani, con le due teste che guardano all’Occidente e all’Oriente”.
La città è diventata il grande emporio del Ponto, centro dei traffici e degli interessi dei regnanti e dei mercanti. È il traguardo di tutto il commercio dell’Asia, punto di arrivo delle grandi carovane che dall’Est e dal Nord portano le merci per scambiarle con i prodotti dell’Occidente che arrivano da Costantinopoli. L’invasione dei Mongoli e le mire espansionistiche dei Turchi hanno convogliato tutte le merci verso il porto di Trebisonda.
L’aquila imperiale del dominio dei popoli è abbarbicata al pianoro della città che si specchia sul Ponto Eusino, il Mare Ospitale che, attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, alimenta il commercio del Mar Mediterraneo. Il Gran Comneno scruta dalla sommità dei suoi bastioni le strade carovaniere e le acque del mare che convogliano tutte le ricchezze dei signori della Terra. Il basileus del piccolo impero, anche se non possiede un grande esercito e un grande territorio, riceve le ambascerie e le richieste di trattati per favorire il passaggio delle merci e degli uomini.
La città murata apre i suoi cancelli per accogliere tutti coloro che vogliono scambiare in pace le merci e i viaggiatori che vogliono conoscere le culture degli altri popoli. Anche il papa, premuroso dei figli della Vergine che mostra la Santa Sapienza, invia dalla Cattedra di San Pietro i monaci diretti all’Impero della Cina. Tutti gli ambasciatori vengono ricevuti da Alessio che elargisce il suo benestare con contratti scritti su pergamene d’orate arrotolate con nastri purpurei e recanti il sigillo dorato del basileus.
Il nuovo palazzo dell’imperatore di Trebisonda è al centro del castello superiore e si affaccia con le sue finestre sull’arteria che da Nord a Sud attraversa l’area fortificata. È il cuore pulsante di tutto il piccolo impero del basileus del Ponto. La sua grande cupola dorata, che sovrasta il grande salone dei ricevimenti, è il simbolo della ricchezza e della potenza raggiunta dal Grande Comneno. Il suo dominio sul commercio delle mercanzie, che giungono con le carovane arabe, è riconosciuto da tutti i governanti dell’Occidente e dell’Oriente.
Nessuno sfugge agli occhi vigili dell’aquila reale, simbolo della potestà imperiale in possesso dei discendenti di Costantino il Grande. Il suo potere è riconosciuto dall’imperatore di Costantinopoli e dal Khan dei Mongoli che hanno ereditato il grande impero di Tamerlano e dominano sulle terre dell’Est asiatico.
La guardia imperiale accoglie con gli onori gli illustri ospiti e sfoggia tutte le sue armi scintillanti. Il suono delle trombe d’argento e il battito dei tamburi da parata avvertono che sono arrivati degli uomini di grande importanza per rendere omaggio al Gran Comneno.
Le finestre e il grande poggiolo ostentano i grandi drappi di seta con i ricami dorati dei simboli della casa imperiale. È festa grande per tutti i dignitari che indossano vesti di seta ricamata e sfoggiano gioielli decorati con pietre preziose del lontano Oriente. Lo scalone d’onore, che porta al primo piano, è adornato per il ricevimento dell’ambasciatore inviato dal basileus di Costantinopoli.
Il signore di Trebisonda, circondato dai dignitari del suo impero, accoglie, insieme alla sua consorte e ai suoi figli, ser Francesco Filelfo che consegna al Grande Logoteta un piccolo scrigno d’argento in cui è custodito il messaggio imperiale. Ai piedi del trono vengono deposti due grandi forzieri, di cui uno ricolmo di iperperi d’oro con l’effigie di Manuele II Paleologo e l’altro pieno di ducati d’oro della Repubblica di San Marco, dono del bailo di Costantinopoli per conto del Serenissimo Principe, il doge Tommaso Mocenigo.
Il sorriso compiacente dell’imperatore e lo sguardo dolce della basilissa Theodora rinfrangono lo spirito dei due giovani mercanti, inviati dal bailo, ser Emo, per accompagnare il messo imperiale. La presenza delle principesse imperiali inorgoglisce lo spirito di Marco che sussurra: “Non ho mai visto donne così belle in tutti i miei viaggi”.
“Sembra di essere già nel Paradiso descritto dagli artisti – dice sottovoce Francesco – dove viene rappresentata una schiera di angeli biondi”.
“ Non fatevi sentire – dice tra le labbra l’ambasciatore – e non meravigliatevi perché questa è la realtà della corte di Trebisonda. Qui tutto appare meraviglioso e invita alla contemplazione come davanti a una icona dorata”.
Il basileus Alessio IV Comneno di Trebisonda, con accanto la sua consorte e i suoi figli, è seduto su un trono, ricoperto di porpora con ricami dorati, per ricevere le credenziali dell’ambasciatore e mostrare i simboli della sua potestà universale.
L’imperatore, un quarantenne con baffi, barba e tratti ereditati dalla madre, figlia di re Davide della Georgia, appare radioso nella sua veste nera, coperta da un grande scapolare d’oro pieno di pietre preziose dell’India. Il suo alto cappello è rivestito di verghe d’oro e di piume variopinte.
L’imperatrice, bellissima donna con i delicati lineamenti delle donne circasse, indossa una veste di seta porpora, decorata con grandi ricami in oro. Il suo diadema evidenzia molte gemme che brillano, sotto la luce meridiana dei grandi finestroni della cupola.
“Francesco, guarda sulla tua sinistra – sussurra Marco – e dimmi se sto sognando. Vedo un angelo con lunghi orecchini che indossa una trasparente sopravveste di seta candida, ricoperta di ricami doro. I suoi occhi iridescenti mi fissano e mi suscitano una sensazione inesprimibile che mi spinge ad avvicinarmi e ad esprimerle la mia completa dedizione”.
“Ogni cosa a suo tempo – dice sottovoce ser Francesco – e non essere impaziente. Mi è stato detto che si chiama Maria ed è la figlia prediletta del padre che per lei ha in serbo un futuro come regina di un grande regno. Le mire ambiziose dell’imperatore vanno a Costantinopoli e perfino ad Adrianopoli, capitale dell’impero del sultano”.
“È pronto a far sposare le sue figlie – bisbiglia Marco – anche all’imperatore dei Turchi?”.
“Gli imperatori – mormora ser Filelfo – ricevono il potere direttamente da Dio e si elevano al di sopra delle leggi e delle convenzioni dei popoli. Il metropolita di Trebisonda ha già autorizzato i matrimoni delle principesse dei Comneni con gli emiri che circondano questo piccolo impero. Le madri spesso ottengono dei miracoli inattesi anche tra i fedeli del Profeta. La Santa Sapienza si serve della Natura per far germogliare e crescere gli alberi che daranno a suo tempo i veri frutti della saggezza”.
“Cosa intendi dire con queste tue parole – chiede Marco – ed a quale saggezza ti riferisci?”.
“Le nobildonne che vanno spose ai Turcomanni possono generare figli che hanno nello loro spirito la tendenza naturale a cercare la vera via della pace tra i popoli. La coesistenza armoniosa dei popoli diversi si crea con i matrimoni che generano legami saldi basati su contratti universalmente riconosciuti, perché ritenuti inviolabili da tutte le genti.
Il patto tra un uomo e una donna per il vincolo matrimoniale è eterno perché la vita che ne scaturisce si perpetua nell’infinito delle generazioni umane. Il legame di sangue tra popoli diversi sono un arricchimento perché si traduce in benessere per tutti. È questa la vera saggezza perché permette agli uomini e alle donne di popoli diversi di creare con i matrimoni quella vita buona che è godimento della bellezza e della bontà di tutte le cose create”.
“Sono d’accordo con te – ribatte sottovoce Marco – e spero che questo si possa avverare anche con gli Ottomani che si sentono di conquistare tutte le terre”.
“Nei rapporti di forza – risponde l’ambasciatore – occorre usare anche la diplomazia paziente che con il tempo rende ragionevole gli spiriti guerrieri”.
Il cerimoniere della casa imperiale, sovrintendente al tesoro personale del basileus, interrompe la magia dell’estasi ed esclama con voce tonante: “Il Gran Comneno Alessio si intrattiene con gli ospiti nel giardino delle meraviglie”.
Un lungo corteo segue Alessio che accoglie gli ospiti e la corte imperiale nel grande padiglione. Il luogo, allestito per accogliere tutte le piante esotiche che l’imperatrice riceve in dono dagli amici mercanti, è frequentato dai principi e dalle principesse comnene sotto la sorveglianza degli eunuchi della casa che collaborano con la basilissa per la coltivazione e la cura degli alberi e dei fiori.
Al centro del padiglione, sormontato da una cupola poligonale eretta su sottili colonne, è installata una voliera dove gli uccelli esotici possono mostrare tutto il loro piumaggio variopinto. I signori turcomanni fanno a gara per regalare al sovrano trapezuntino le specie più rare.
In mezzo ai noccioli sono sistemate dei triclini, attorno ad una grande tavola intarsiata, coperti di porpora ricamata, dove il Gran Comneno è solito intrattenere gli ospiti di riguardo e offrire loro le prelibatezze della sua cucina e le fresche bevande conservate nelle cantine imperiali.
“Sono grato al Serenissimo Principe Tommaso Mocenigo – dice il basileus Alessio IV all’ambasciatore Francesco – per aver sollecitato il bailo di Costantinopoli ad intervenire in favore del coimperatore Giovanni VIII Paleologo contro il sultano di Adrianopoli che vuole estendere il suo dominio in tutta l’Asia Minore e sottomettere gli emiri turcomanni, insofferenti alle pressioni dei guerrieri ottomani.
La Repubblica di San Marco mi ha sempre offerto la sua disponibilità per la salvaguardia e la sicurezza delle vie commerciali, percorse dai mercanti che dall’Oriente portano le merci per il mercato di Costantinopoli. Trebisonda possiede tutti i magazzini per rifornire l’emporio della città di Costantino il Grande. Tutto il commercio passa per la mia città che accoglie i mercanti arabi e i rappresentanti commerciali dei paesi abitati dai Latini. I miei sudditi prosperano e assicurano la sopravvivenza della capitale dell’Impero romano d’Oriente.
Il faro del porto invita con la sua luce le navi ad un approdo che promette riparo e sicuri guadagni ai mercanti che visitano i miei magazzini. Il grande mercato a ridosso delle mura consente di fare buoni affari con la disponibilità dei banchieri a riconoscere le lettere di credito per l’acquisto di qualsiasi merce. Gli alberghi e i conventi aprono le loro porte per accogliere e fornire alloggio ad ogni richiesta.
La famiglia dei Comneni possiede sulle rive del Ponto Eusino un impero riconosciuto dal Signore dei Mongoli, discendente da Tamerlano che ha conquistato tutti i territori dell’Est. La sua amicizia permette di stringere rapporti con tutti i principi e gli emiri turcomanni che si sono opposti alle conquiste degli Ottomani. L’attuale situazione dell’Asia Minore richiede un’attenta valutazione delle mire egemoniche del sultano di Adrianopoli”.
“Lo stendardo del Leone di San Marco – afferma l’ambasciatore – è alzato con orgoglio sulle galee veneziane e garantisce le rotte commerciali dell’Est e dell’Ovest. I Veneziani ricompensano lautamente i signori che favoriscono il commercio e rispettano i trattati. Nei patti si stabiliscono regole certe e sconti che permettono di ricavare i giusti profitti dovuti a coloro che scambiano le mercanzie, affrontando un lungo viaggio e grandi pericoli per la loro incolumità fisica”.
“A tutti i mercanti che percorrono le rotte marine – afferma Alessio - è nota la protezione che Venezia offre ai loro viaggi. L’amicizia offerta dai senatori della Serenissima Repubblica mi consente di far fronte ai soprusi dei mercanti che vogliono imporre la forza per i loro guadagni senza pagare il giusto tributo alla nostra Amministrazione.
La mia città accoglie con benevolenza gli ambasciatori del bailo perché la loro venuta è garanzia di benessere per tutti e di amicizia. Il governatore della colonia veneziana di Trebisonda è sempre il mio ospite più gradito a cui sono lieto di far conoscere gli emiri turcomanni che onorano la mia casa. I loro figli sono miei nipoti e in loro scorre anche il sangue dei Comneni perché le loro madri appartengono alla mia famiglia.
L’Asia Minore da più di tre secoli è diventata la terra dei Turchi e la Rivelazione di Allah è recitata da tutti i credenti che si attengono alle prescrizioni del Corano. L’Immagine della Santa Sapienza è indicata dalla Vergine Maria soltanto nel mio dominio, circondato dai possedimenti degli emiri turchi.
Il mio regno è come un’isola a cui possono approdare soltanto coloro che pagano il tributo ai signori delle tribù turcomanne che pascolano le loro pecore sui monti che circondano la città. Le vie del commercio passano per i loro territori e ogni carovana araba proviene dalla città di Tabritz, capitale del regno della tribù delle “Pecore Nere”.
Iskander è il loro capo, signore di un regno costituito con i territori dell’Armenia, della Mesopotamia e della Persia, conquistati da suo padre Qara Yusuf ai discendenti mongoli di Tamerlano. Il suo dominio si estende dai confini meridionali della Georgia fino alle foci del Tigri e dell’Eufrate. Il Khan Shah Rukh, figlio di Tamerlano e signore dell’impero mongolo creato da suo padre, cerca di riprendersi i territori conquistati dei guerrieri turcomanni, ma non riesce a vincere la loro tenacia ed il loro radicamento alle montagne del Ponto.
Questa città è stata risparmiata dal conquistatore Qara Yusuf che ha preteso in cambio un lauto tributo e la mano di una principessa per Jahan Shah, fratello di Iskander. I miei nipoti vengono allevati nelle dimore dei signori delle montagne che controllano le vie del commercio.
Tabritz è la capitale di questo dominio turcomanno che ha trasformato i pastori delle tribù delle “Pecore Nere” in guerrieri ricchi e potenti che impongono le tasse a tutti i mercanti che trasportano seta e pietre preziose. Le loro abitazioni non sono più di legno ma di pietra lavorata. Le sete ricamate con filo d’oro adornano le sale dei loro palazzi. Le fanciulle più belle dell’Asia sono scelte per allietare le loro dimore con le grida dei bambini che si rincorrono per le stanze.
Anch’io, basileus di Trebisonda, ho donato mia figlia a un loro principe che oggi onora la mia tavola con la sua presenza e mi rassicura che la sua progenie è educata secondo le tradizioni del diritto romano. Il futuro della devozione alla Santa Sapienza è affidato alle nostre donne che sanno toccare il cuore dei guerrieri più tenaci e convincerli al rispetto delle regole di convivenza tra i popoli”.
“Costantinopoli vive – afferma ser Francesco Filelfo – perché l’Occidente ha necessità di acquisire le merci che si vendono in quella città. Trebisonda prospera per mantenere Costantinopoli. L’aquila dell’Impero romano d’Oriente deve saper scrutare l’Est e l’Ovest per tener saldi i suoi artigli e mantenere il rispetto del diritto romano su cui si basano le regole dei trattati commerciali”.
“La legge - continua Alessio – ha bisogno di essere sostenuta dalla spade e dagli scudi dei guerrieri che la sappiano proteggere dai soprusi del più forte”.
“L’esercito più forte – risponde l’ambasciatore - spesso è sconfitto dalla tenacia e dalla coesione di uomini pronti a rischiare la propria vita e a utilizzare l’arma della pazienza e la forza della convinzione che inducono alla tregua delle armi in cambio di vantaggi economici immediati”.
“Sono d’accordo con te – ribatte il Gran Comneno – e la mia famiglia da molti decenni governa la città con pazienza ed equilibrio, imponendo l’osservanza del diritto romano agli abitanti e il rispetto dei trattati a tutti i mercanti. Per gli emiri turcomanni che circondano con i loro possedimenti il mio piccolo dominio, offro sempre la mia piena disposizione per ogni soluzione equa richiesta da loro, evitando qualsiasi pretesa dettata dall’orgoglio. La pazienza esercitata con sicurezza ottiene risultati che si rilevano vantaggiosi con il passare del tempo perché acquietano gli animi turbolenti ed evidenziano la bontà degli accordi”.
“Le modalità d’azione dei Comneni di Trebisonda - afferma l’ambasciatore – sono spesso oggetto di critica da parte dei signori dell’Occidente che non capiscono le finalità dei matrimoni delle principesse con gli emiri. La cultura dei Romani d’Oriente è diversa da quella dei credenti che si attengono alla Rivelazione manifestata dal Profeta di Allah. L’imperatore Manuele II consiglia ai suoi figli di sposare le nobildonne dell’Occidente che sono educate secondo gli insegnamenti dei Santi Padri che hanno acquisito la loro saggezza con l’esperienza della Parola rivelata con il Sacro Testo dell’Evangelo”.
“Costantinopoli è riscaldata anche dal sole che tramonta sulle terre dei Latini – sostiene il basileus – e può scegliere ciò che è più conveniente alla città. La mia famiglia ha imparato a contemplare il sorgere del sole perché è la direzione verso cui gli emiri guardano con grande speranza. La ricchezza viene dall’Oriente, mentre le preoccupazioni giungono da Occidente con gli Ottomani e con i Latini.
La famiglia dei Paleologi pensa di riconquistare tutte le terre che appartengono ormai all’impero del sultano di Adrianopoli con l’aiuto del papa e con gli eserciti dei regnanti latini. Le spose, promesse ai figli di Manuele II, affrontano un lungo viaggio per sostenere le aspirazioni degli imperatori che si esprimono con la lingua di Platone e di Aristotele. La cultura degli antichi greci è oggetto di studio da parte degli uomini colti che si esprimono con le parole degli antichi imperatori di Roma. La ricostituzione dell’antico Ecumene, con un solo imperatore che riconosce la cattedra dell’apostolo Pietro, è desiderata dal papa e dal basileus di Costantinopoli.
La storia gloriosa delle legioni di Roma appartiene al passato; la nostra vita è nel presente e guarda al futuro. Oggi il pensiero è sopravvivere, mediando ciò che può essere salvato da chi dispone di un esercito in grado di abbattere qualsiasi muro difensivo. Il pericolo è in agguato ed occorre essere pronti per cercare un compromesso o per evitare la vendetta di chi, disponendo di un esercito numeroso, si sente offeso dalle scuse di chi non può difendersi con la stessa forza”.
“Trebisonda è in Oriente – incalza ser Filelfo – ma la sua cultura appartiene all’Occidente. I suoi abitanti si identificano negli eroi dell’antica Grecia e nei martiri che seppero donare il loro sangue per mantenere intatta la fede nella Santa Sapienza indicata dalla Vergine. Questa terra è stata resa fertile dal loro sacrificio e darà i suoi frutti quando i rappresentanti dei vari popoli si riuniranno di nuovo nel tempio della Santa Irene di Costantinopoli”.
“Il mio regno – incalza Alessio – è protetto dagli emiri che ogni giorno guardano nella direzione indicata dal Profeta Maometto. Ho fatto un’alleanza con i capi dei guerrieri turchi e devo osservare il patto, siglato con il sangue delle mie figlie. La città di Costantino è lontana e, per condividere le sue aspettative, devo attraversare le terre di coloro che recitano il Corano o solcare il Ponto Eusino con le navi di potenze lontane”.
“Tutti i mari – esclama l’ambasciatore – sono protetti dalle galee della Serenissima Repubblica di San Marco e nessuna imbarcazione impedirà ai Veneziani di proteggere i loro amici”.
“Il mare di Trebisonda – afferma il Gran Komneno – è infestato dai pirati e corsari che si dichiarano amici del sultano di Adrianopoli e sono costretto ad assicurarmi gli approvvigionamenti con le carovane provenienti dai paesi dei Turchi”.
“Il basileus di Costantinopoli – sostiene ser Filelfo - desidera far diminuire gli assalti alle sue mura da parte dell’esercito degli Ottomani”.
“Il sultano Murad II – dice Alessio – si trova attualmente in Asia Minore per far valere i suoi diritti nei confronti dei pretendenti al trono imperiale ottomano e per rafforzare la sua supremazia in Asia Minore. I miei informatori mi hanno riferito che vuole ingrandire i suoi possedimenti a danno dei Turcomanni e ridurre il suo tributo ai mercanti che non si servono del porto di Trebisonda e preferiscono percorrere la via della costa per giungere a Costantinopoli”.
“Le mire espansionistiche dell’imperatore degli Ottomani – afferma l’ambasciatore – sono note al Senato della Serenissima Repubblica. L’espediente consigliato dal bailo ser Emo, per uscire dall’attuale situazione difficile, è quello di ridurre le tasse per le merci che vengono caricate sulle navi in modo da invogliare tutti i mercanti a servirsi delle galee veneziane armate per il Ponto Eusino.”
“I trattati stipulati con le altre marinerie – risponde il basileus – mi impediscono di agevolare le navi di San Marco. La soluzione sarebbe quella di diminuire i noli di trasporto delle galee veneziane e ridurre le giornate di navigazione, invogliando i remigi a stare più tempo alla voga. Il risparmio di tempo è considerato prezioso per i piccoli mercanti . I tributi sono indispensabili per pagare i soldati che garantiscono la sicurezza sulle mura e per le strade della città”.
“L’ideale – suggerisce l’ambasciatore – sarebbe quello di coalizzare tutti gli emiri contro il nemico comune che vuole espandere l’impero ottomano”.
“L’azione è difficile – sostiene il Comneno - perché nessuno vuole rischiare il proprio regno di fronte al grande esercito del sultano”.
Uno dei signori turcomanni, sdraiato sul suo triclinio, interviene: “I condottieri romani solevano affrontare un nemico più potente con la divisione delle sue forze”.
“Principe, il tuo consiglio è prezioso – afferma Alessio – e richiede un’attenta valutazione. I guerrieri ottomani sono fedeli al loro sultano e non rischiano la loro vita. Soltanto un grande condottiero della stessa famiglia di Murad II potrebbe attirare a sé i suoi soldati per arrivare più in fretta al trono imperiale. Nelle famiglie numerose i principi più giovani aspirano al potere senza considerare il rischio della vita”.
“La questione dell’assedio di Costantinopoli – afferma il segretario del bailo – va risolta in Asia Minore, dove i regnanti turcomanni sono più numerosi e più vicini al pericolo di perdere il loro dominio di fronte all’espansione ottomana. In Occidente i Latini sono lontani dall’area d’interesse del sultano e sono distratti dalle beghe locali. Il papa cerca di risolvere il problema facendo appello al pericolo che incombe sulla Cristianità”.
“La sconfitta – afferma Alessio - inflitta ad Angora all’esercito del sultano di Adrianopoli dal Grande Emiro Tamerlano non fa sentire il pericolo degli Ottomani. I Mongoli governano tutta l’Asia e consentono alle tribù dei Turcomanni di costituire piccoli emirati. I loro capi cercano di scrollarsi il giogo del Khan di Samarcanda ma subiscono continue sconfitte e sono costretti a pagare un tributo più pesante al vincitore.
Solo la tribù delle “Pecore Nere” resiste al figlio di Tamerlano. Il suo capo ha occupato la città di Tabritz. Tutta la Mesopotamia è controllata da Iskander che ha insediato il fratello Jhan Shah nella ricostruita città di Bagdad. Il tributo che pagavo a Tamerlano ora lo devo ai Turcomanni.
Gli emiri si combattono tra di loro e sono intenti ad acquisire le ricchezze necessarie a sostenere le loro piccole scaramucce. Il tributo dei mercanti che passano per i loro territori è sufficiente per costruire i loro piccoli castelli sulle alture e per armare i loro piccoli eserciti.
La salvezza di Costantinopoli è avvertita dall’imperatore Manuele II e dal vescovo di Roma. Solo chi ha esperienza di vita può temere il pericolo per i propri figli. Il basileus è vecchio e conosce la forza e l’astuzia degli Ottomani che mirano a conquistare tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’imperium di Augusto è finito e altri conquistatori imporranno la loro volontà”.
“Il papa Martino V – afferma ser Filelfo – sostiene con la sua autorità il basileus per la ricostituzione dell’Impero di Costantino il Grande. La città da lui fondata custodisce i fondamenti del diritto romano che sono gli elementi essenziali per governare tutto l’Ecumene con la guida del successore dell’apostolo Pietro”.
“Non basta – ribatte il Gran Comneno - il desiderio di un vecchio imperatore o il carisma spirituale di un grande vescovo per abbattere la forza prorompente del popolo turco che ha l’energia e la volontà per imporre la sua legge.
L’Occidente è diviso in tante nazioni e i loro capi fanno a gara per riempire i loro forzieri ed erigere palazzi sontuosi con sculture che riproducono gli antichi miti della Roma pagana.
Le città cercano di autogovernarsi con statuti autonomi e lasciano il potere in mano ai ricchi mercanti che cercano di fare solo profitti per le loro famiglie.
Ogni uomo si riconosce autore di ciò che lo circonda e si autoproclama signore di se stesso. La sua coscienza si chiude nell’egoismo della ragione e si libera di ogni autorità costituita per leggere nell’oscurità i sacri testi sapienziali.
Ogni popolo si sente minacciato dai vicini e corre alle armi per imporre la propria giustizia. I sacri luoghi vengono derubati delle spoglie dei loro martiri e le genti non hanno più gli eroi in cui identificare il loro passato.
Ai Romani è stato tolto il loro imperatore ed anche il sultano si dichiara padrone dei territori che appartenevano all’Impero romano d’Oriente.
L’immagine del basileus di Costantinopoli non è più venerata per le vie della Tracia e della Macedonia.
La fede di un solo popolo si è sciolta in tanti rivoli a cui corrono i credenti per riempire i loro recipienti di certezze”.
“La vera via della vita è una sola – esclama ser Filelfo – e ad essa vanno ricondotte le coscienze che aspirano alla Giustizia che appaga ogni aspettativa. La pace, invocata per la prosperità di tutti i popoli, si può ottenere finalizzando ogni risorsa e ogni sforzo alla costituzione di un imperium condiviso da tutti i popoli e rappresentato dal basileus in grado di far valere il diritto della Natura e quello condiviso da tutte le genti”.
“Domani – esclama il basileus Alessio IV – mi recherò nel sacro tempio della Santa Sapienza e pregherò la Vergine di indicarmi la strada per la salvezza di Trebisonda”.