venerdì 25 marzo 2011

150° Anniversario dell'Unità d'Italia

STATO NAZIONALE IN CRISI
FEDERALISMO IERI E OGGI
La memoria degli eventi - afferma il 17 marzo Giorgio Napolitano alla Seduta comune del Parlamento, in occasione dell’apertura delle celebrazioni del 150° Anniversario dell'Unità d'Italia – che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale. E oggi dell’unificazione celebriamo l’anniversario vedendo l’attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un’evoluzione in senso federalistico – e non solo in campo finanziario – potrà garantire maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell’unità nazionale. È tale rafforzamento, e non il suo contrario, l’autentico fine da perseguire. D’altronde, nella nostra storia e nella nostra visione, la parola unità si sposa con altre: pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà”.
La questione del federalismo domina nello spazio pubblco.
Si parla di Unità d’Italia , di crisi e di federalismo.
Quali i fini dell’agire degli uomini che crearono l’Italia una e indivisibile? Quali sono i fini di oggi di fronte alla globalizzazione?
La Rivoluzione francese francese spazza via il dispotismo e la tirannia dei sovrani che con l’abuso del diritto divino manifestavano la loro tracotanza sui sudditi. I rivoluzionari “illuminati”, interpretando il pensiero dello svizzero Jean-Jacques Rousseau, aboliscono ogni sociatà intermedia tra individuo e Stato e impongono una democrazia totalitaria con le decisioni della volontà generale dell’assemblea parlamentare che non tiene conto delle esigenze materiali, spirituali e sociali dei cittadini.
Il cittadino è costretto a fare quello che decide la volontà generale.
In Italia si diffonde il pensiero del socialista Pierre-Joseph Proudhon. Il tipografo francese dice: “Federazione è pluralità, autogoverno, è diritto determinato dal libero contratto; la legge, il diritto, la giustizia sono statuto e fondamento del movimento federalista”. Si tratta di un federalismo radicale che vuole limitare i poteri dello Stato e la sua burocratizzazione. Il federalismo è presentato come rivolta libertaria che propone la poliarchia libertaria, il pluralismo, l’autoemancipazione della società contro l’autoritarismo.
Per Proudhon il federalismo è completamento della democrazia, cioè la democrazia sostanziale si identifica con il federalismo: “o sarà federalista la democrazia o non sarà affatto”.
Il correlativo polemico contro cui il federalismo prende forma è il dispotismo che si manifesta sotto varie maschere.
I padri del federalismo italiano, tra cui Carlo Cattaneo, Vincenzo Gioberti, Bettino Ricasoli, parlano di integralismo di aspetti etici. Si tratta di spiriti generosi, aperti che avvertono l’esigenza di una unità nazionale e una garanzia costituzionale per tutto il popolo italiano. Si vuole la realizzazione dello spirito giuridico che nasca dall’idea di maggiore equità nel lavoro, legando l’idea del “pane” a quella della “libertà” come è avvenuto in America dove, secondo la testimonianza di Tocqueville, la libertà si esprime con l’amministrazione da parte del popolo di tutti gli affari della società.
Si pensa alla costituzione federale sul modello americano o alla tradizione elvetica.
In Italia l'unitarismo prevale sul federalismo.
Il 17 marzo 1861 nasce lo Stato unitario con la proclamazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna: “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia”.
Il dispotismo nel primo Novecento si manifesta con lo statalismo dittatoriale che plasma gli animi con le ideologie e gli utopismi.
Si afferma in Italia l'ideologia del fascismo.
Lo Stato assorbe la società civile: “Niente al di fuori dello Stato”.
Lo slogan di Giovanni Gentile è definito “panteismo di Stato” da Luigi Sturzo perché lo Stato diventa principio assoluto.
La stagione del fascismo si conclude con la fine della 2^ Guerra Mondiale e con l’esilio dei Savoia..
Il dispotismo nel secondo Novecento cambia maschera ed è indicato dal prete di Caltagirone con il termine di “male bestie ”. Sturzo si preoccupa dell’invadenza dello Stato e del clientelismo che può alimentare la corruzione.
Il pensiero di Luigi Sturzo prevede un “sistema politico e sociale che comprende l’intero popolo, organizzato su una base di libertà per il bene comune”.
L’uomo di fede pensa a una democrazia non individualista, cioè intende ripristinare nella vita civile quel giusto rapporto tra “Religione e Politica”, interrotto dall’antireligiosità degli illuministi del Settecento e dagli atteggiamenti a-religiosi degli uomini della Rivoluzione francese, per il radicamento ion Europa delle idee assolutistiche e totalitaristiche di Rousseau.
Il 150° Anniversario dell’Unità d'Italia –sostiene Pier Ferdinando Casini – è una grande occasione per una riflessione collettiva sul nostro passato ed un ripensamento, per il futuro, del senso di appartenenza alla comunità nazionale. Purtroppo oggi il distacco tra la politica e i cittadini si è gravemente accentuato e le rivendicazioni del cosiddetto “federalismo” alimentate dalla Lega, cui fanno eco dal Sud lamentazioni nostalgiche del Regno delle Due Sicilie, mettono in discussione le ragioni stesse dell’Unità”.
Oggi occorre vincere il "dispotismo" delle maggioranze parlamentari che, imponendo la loro volontà, non tengono conto del continuo aumento del distacco tra le persone e lo Stato.
La società democratica dovrebbe strutturasi come società pluralistica organizzata secondo livelli diversi, cioè ordinata da persone, cittadini che formano una rete intermedia fatta di famiglie, sindacati e associazioni che danno struttura alla società e forma politica allo Stato.
La Repubblica Italiana con l’art.2 della Costituzione ha adottato il modello di socialità pluralistica per garantire i diritti delle persone singole e delle persone delle organizzazioni sociali.
La socialità umana ha grande varietà di espressione associativa: famiglia, comunità di lavoro, sindacati, comunità religiose, associazioni sportive, economiche e culturali.
Nella società democratica c’è idea di socialità ascendente, cioè dalla formula più umile della socialità familiare si dovrebbe ascendere alla socialità politica.
Lo Stato, espressione della società politica, dovrebbe partire dal basso, cioè emergere come auto-organizzazione politica della società civile. Il suo compito primo è il bene pubblico, cioè l’amministrazione della giustizia nel senso che deve garantire il diritto penale, affinché nessuno sia leso, e anche risolvere i problemi sociali, economici, amministrativi senza amministrare direttamente ma ammaestrando, cioè dando direttive e fissando le regole del gioco. Si tratta di dare spazio alla iniziativa privata perché lo Stato è gestore sprecone e maldestro. La società politica è in grado di essere autosufficiente, cioè in grado di poter garantire la buona vita, il vivere bene dei cittadini.
Oggi lo Sato è in crisi perchè troppo angusto per risolvere i problemi imposti dalla globalizzazione ed è troppo dilatato per rappresentare gli interessi elementari dei cittadini.
Si utilizza lo slogan del “federalismo” per affrontare la crisi imposta dal mondo globalizzato.
Essenza del federalismo come movimento, per il politologo Gianfranco Miglio, è la partecipazione dei cittadini verso l’autogoverno responsabile.
Il federalismo in sostanza presuppone un tessuto sociale robusto, una coesione sociale forte e una compagine politica vigorosa. La prospettiva federale non è dissolutiva, cioè non è disgregazione ma è liberalizzazione generale, pluralismo dinamico e auto emancipazione. Non si tratta di un restringimento della democrazia ma come allargamento, come meta della democrazia, cioè come autogoverno.
In tempi recenti, è avvenuto un equivoco dove “federalismo appare come vertigine scompositiva, cioè si vuol plasmare gli spiriti con l’idea che gli organismi della società politica debbano segmentarsi. Il dispotismo si trasforma in demagogia con “l’esaltazione dell’etnos”, cioè preminenza della comunità chiusa o ripiegamento sulla realtà del campanile.
Il federalismo non è etnicismo ma integralismo di aspetti etici.
L’atteggiamento come quello etnicista che si ammanta del nome di federalismo ha radice nella paura. Si teme la globalizzazione e lo sconfinamento dei nuovi mercati vissuti come ribaltamento, cioè come voragine che viene ad aprirsi improvvisamente. Tutto ciò genera ansietà e ci si ripiega su se stessi. Si tratta di un problema psicologico collettivo dove il federalismo non ha nulla a che fare.
Il federalismo se diventa solidale verso gli amici è solo spreco perché si aiuta chi non ha bisogno di essere aiutato e sfigura l’ideale stesso di solidarietà se è praticato per ottenere appoggio o voti politici. Il sistema assistenzialista o clientelare non è solidarietà.
Il federalismo può giungere a maturazione se muove dal libero convergere degli spiriti che presuppone la società plurale.
Lo Stato deve essere veramente popolare”, riconoscere i limiti della sua attività, rispettare gli organismi naturali e sociali intermedi, applicare il principio di sussidiarietà, cioè aiutare economicamente, istituzionalmente e legislativamente tutte le entità sociali piccole, iniziando dalla famiglia. Si tratta di recuperare “le radici della crescita delle Regioni per promuovere le loro qualità produttive che fanno vincere le sfide della globalizzazione.
Il pensiero politico democratico deve essere personalistico e pluralistico, cioè un pensiero che fa riferimento alla persona e che auspica un corpo politico o società politica articolata, cioè strutturata in una grande quantità di società o comunità di ordine inferiore che costituiscono la struttura della società che con articolazione dal basso arriva poi in alto.
L'imposizione della volontà generale” della rappresentanza parlamentare di maggioranza crea distacco tra il popolo e lo Stato perché è solo un’autorità lontana dalle vere esigenze degli Italiani.
Si auspica un diverso rapporto tra individui e corpo politico, un diverso modo di concepire la dignità della persona e la dignità del lavoro, cioè si chiede una maggiore cittadinanza attraverso una maggiore attenzione alla persona e ai suoi bisogni di esistenza.
La società civile è tale se fondata sul rispetto dell’uomo esistenziale e concreto, dei suoi diritti, se è ben salda sulla fede nel progresso interno della vita e della storia del popolo italiano e se si avvale della forza della libertà.

lunedì 14 marzo 2011

Un popolo protagonista della sua storia

150° UNITÀ D'ITALIA

PASSATO E PRESENTE

Il 17 marzo 1861 viene proclamata la seguente legge n.4671 del Regno di Sardegna: “Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d'Italia”. Le parole del documento valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia. Da un’Italia divisa nasce lo Stato unitario. “L'Unità d'Italia fu perseguita e conseguita - ha affermato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – attraverso la confluenza di diverse visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e componenti democratico rivoluzionarie”. Quali sono i fatti e i significati? Qual è l’orizzonte dei valori delle generazioni che hanno fatto e che fanno l'Italiauna e indivisibile”? Qual è il problema in Francia e in Italia tra la fine del Settecento e l’Ottocento? La società civile vuole il progresso ma non è in grado da sé di attuarlo. Le forze economiche si sono sviluppate come esigenza di libertà. I ceti dirigenti e intellettuali non sono capaci di vedere e favorire lo sbocco delle istanze popolari. L’aristocrazia è invecchiata, la monarchia è cieca e timorosa del nuovo. La politica è lo Stato e questo non promuove la vita personale, cioè gli uomini non hanno la possibilità di svilupparsi e di progredire. Lo Stato perde il sottofondo coscienziale del popolo perché le istituzioni si dissociano dalla realtà e la persona diventa sempre più un individuo che vive solo, fuori dalle istituzioni sociali e politiche. Il cittadino è indipendente dagli altri e dipende dalla città, cioè tra cittadino e Stato non c’è alcuna società. In Francia tra il 1789 e il 1799 si genera uno sconvolgimento sociale: La Rivoluzione francese. I rivoluzionari perdono il contatto con “l’ethos” del popolo, cioè con il suo sentire reale perché tentano di accelerare la storia e non mirano a un cambiamento graduale per riformare tutti gli aspetti della società. C’è impazienza e si vuole agire subito forzatamente per eliminare la miseria e l’ingiustizia. Lo spirito rivoluzionario, animato dalla volontà di potenza degli “illuminati” che vogliono dominare la realtà e non lasciare parlare il cittadino, vuole sostituirsi alla religione della tradizione popolare per risolvere con forza i problemi che assillano i cittadini. L'illusione perfettistica dei rivoluzionari pretende di esaurire tutto ciò che è umano e si allontana dalla società. Si tratta di utopismo legato a una visione meccanicistica della realtà. I rivoluzionari trasferiscono la sovranità dal re al popolo nella volontà generale, cioè ad un essere collettivo. La volontà generale è un’autorità suprema, non è la volontà della maggioranza, cioè non può essere accertata tramite la conta di maggioranza o minoranza. Si tratta di democrazia totalitaria attraverso la volontà di un’assemblea di cittadini che non dà garanzie e che non può essere controllata dal basso in quanto è sempre retta, cioè è sempre giusta. La Rivoluzione francese coglie punti che sono esigenze della società contemporanea e nello stesso tempo eccita le forze irrazionali dei giacobini che portano violenza e disordine. I rivoluzionari spazzano via la società signorile, cioè decretano la fine di quella società in cui dominava l’arbitrio e il dispotismo. Il sovrano non può fare quello che vuole perché ci sono diritti che devono essere riconosciuti. Dalla società signorile si passa alla società politica costituzionale, cioè scaturisce il sistema di rappresentanza e il governo sociale. L'elemento positivo, importante della Rivoluzione francese è che mette in moto energie per movimenti di giustizia e di libertà.

L'aspetto negativo è che il cittadino, elogiato dai rivoluzionari, ingloba la vita della persona umana, cioè la politica schiaccia tutte le dimensioni spirituali della persona e diventa totalizzante con le sue ideologie e utopie. Dopo la rivoluzione, la libertà dei moderni diventa sfera privata, cioè sfera della libertà individuale. Le folli applaudono prima i rivoluzionari giacobini e poi Napoleone Bonaparte che riprende il dispotismo, cioè un potere usurpato senza alcuna legittimazione. Con la frattura rivoluzionaria chiunque tra i grandi personaggi può ambire ad essere uomo forte, nuovo sovrano. In Italia ci sono tanti problemi: raccolti poveri o persi, lotte tra il ceto borghese e il mondo contadino, fastidio contro i dominatori francesi che si presentano con modi arroganti. Il popolo resiste e reagisce contro le imposizioni delle truppe napoleoniche: Verona, Brescia, Bergamo, Napoli, Calabria. Nel 1815 si ha la Restaurazione. I sovrani reazionari cercano di contrastare le idee della Rivoluzione francese diffuse in Europa dagli eserciti di Napoleone. La “Religione” e la “Politica” pur rimanendo distinti si danno una mano, cioè le autorità della società politica e quelle della Chiesa si sostengono vicendevolmente. La democrazia è intesa come tradizione sovversiva. Nel 1830 circola in Francia il termine “socialismo”. I socialisti si presentano come predicatori e usano linguaggi con simboli religiosi. Il socialismo nasce su tracce del cristianesimo: “hanno promesso e non hanno realizzato; noi invece realizziamo…”. Si tratta di ambienti entusiasti del cristianesimo di tipo settario. Il problema è quello della giustizia mondana, sociale. La proprietà diventa elemento di questa prospettiva. Si adotta lo spirito del Vangelo e lo si prende come base di società egualitaria. Il socialismo non parte da uomo come individuo ma come essere relazionale, cioè uomo come “socius” che prende carico del destino degli altri e cerca di liberarli dalla schiavitù economica e sociale. Il socialismo non avrebbe attecchito senza l’Illuminismo, il liberalismo e la Rivoluzione francese. Si diffondono le concezioni socialiste del duca di Saint-Simon e di Pierre-Joseph Proudhon. I Saint-simoniani ritengono che l’idea di Cristianesimo tradizionale sia morto e che abbia lasciato un’eredità importante che va tradotta in modo nuovo, cioè la “Salvezza” deve essere mondanizzata con la ripresa delle antiche promesse di giustizia alla società umana. Si tratta di esponenti, di correnti di carattere filo industriale tecnocrate e socialistiche. Si vuole superare il Cristianesimo. La posizione dei primi socialisti carica la politica e la trasforma come Messianesimo politico, cioè le virtù cristiane servono per soddisfare esigenze del mondo industriale. Non è più la concezione illuministica di prescindere dalla religione cristiana ma di sostituirsi alla religione cristiana, cioè si vuole un surrogato della religione cattolica, creare una società organica con una gerarchia coesa e compatta, dotata di vincoli significativi. La società è divinizzata: quello che conta è la società e non il singolo. I sansimoniani si moltiplicano durante il governo di Napoleone III. Prudhon, teorico francese del socialismo e lettore di Rousseau, sostiene nell’opera del 1840 “Che cos’è la proprietà” che tutti i mali sociali derivano dalla proprietà e che il dispotismo e i privilegi scompariranno con l’abolizione della proprietà. Prudhon è radicale e lotta contro l’universale burocratizzazione del mondo che ha a che fare con l’idea di razionalità. Il suo desiderio è quello di realizzare un democrazia federalista, cioè un patto (dal latino “foedus”), un contratto tra le persone responsabili che si danno delle regole, come una nuova religione civile dell’umanità. Il pensatore francese dice: “Federazione è pluralità, autogoverno, è diritto, è diritto determinato dal libero contratto; la legge, il diritto, la giustizia sono statuto e fondamento del movimento federalista”. Si tratta di un federalismo radicale che vuole limitare i poteri dello Stato. L’espediente comune ai fautori del socialismo di Saint-Simon e di Proudhon è quello di spegnere la libertà personale creando un nuovo dispotismo mascherato, perché costringe gli uomini ad adattarsi alle nuove dottrine anche con la forza. I promotori abusano, eccedono nella loro razionalità che è pura astrazione, cioè sovrapposizione alla realtà con promesse irrealizzabili come l’idea della limitazione transitoria della proprietà privata per resistere ai ceti interessati al suo mantenimento. Non si tratta più di prescindere dalla religione, come affermano gli illuministi, di sostituirsi alla religione cristiana. Si prende di petto la religione cattolica e si propone di ripensare un nuovo cristianesimo come vincolo sociale a vantaggio di tutti seguaci. La società viene divinizzata, quello che conta è la società e l'individuo non conta più nulla. Si tratta di trasformare la società in una forma di collettivismo. In Italia i seguaci di Proudhon presentano il federalismo come rivolta liberatoria contro l’autoritarismo. Tra questi si ricorda il rivoluzionario e patriota Carlo Pisacane e molti intellettuali del Lombardo-Veneto tra cui Carlo Cattaneo. Il loro ispiratore francese sostiene la “poliarchia libertaria”, il “pluralismo” in cui i il cammino è l’autoemancipazione della società. Si tratta di democraticismo. Alcune minoranze pensano alla unificazione degli Stati italiani ma non tutte secondo uno schema unitario. Ci sono intellettuali che vogliono unificare l’Italia secondo una concezione federale o una linea confederale più prudente e moderata oppure spiriti più generosi e combattivi che vogliono una unificazione in senso stretto come quella concepita da Giuseppe Mazzini e da Giuseppe Garibaldi. Il patriota genovese parte da Saint-Simon però non ha la pretesa dei sansimoniani né in direzione tecnocrate né nella posizione in cui produttori e industriali si fondono. L'idea di Mazzini è diversa: l’Italia ha bisogno una coscienza comune che permetta una dedizione alla causa comune, il senso di dignità dell’uomo, il senso di vita etica. Il Cristianesimo diventa importante come retaggio; non è Cristianesimo legato alla trascendenza ma è piuttosto fondamento della religione civile. Si tratta di soluzione ingenua. Dopo la Restaurazione, esplode in Italia il Risorgimento, cioè l’azione generosa e drammatica di tanti uomini, animati da un profondo sentimento nazionale, che aspirano all’ unificazione di tutti gli Italiani e alla realizzazione di uno Stato unico per tutta la penisola italiana. L’unificazione è problematica perché si sono sedimentate tradizioni regionali vive. Il problema delle realtà regionali è frastagliato e ci sono tanti dialetti radicati. Ci sono regioni con punti di sviluppo industriale e altre sono arretrate come il Vento. Nel Risorgimento italiano si oppongono e si fronteggiano liberali e democratici. I protagonisti più noti: Cavour, Mazzini, Garibaldi. I democratici si rifanno alla Rivoluzione francese e i liberali sono per la controrivoluzione. Alcuni cattolici (Raffaello Lambruschini e Bettino Ricasoli) pensano ad un ruolo del papato per l’Unità Nazionale. Nasce un movimento “neo-guelfo” che ricorda il papato e l’impero del Medio Evo. Tra questi c’è Cesare Balbo che nel 1830 pubblica “Speranze degli Italiani”. L’opuscolo suscita entusiasmo. Si vuole creare un’Italia sufficientemente forte per sbarrare la strada all’Austria. I neo-guelfi sposano le idee rivoluzionarie per l’unità. Vincenzo Gioberti nel “Primato morale e civile degli Italiani” del 1843 esprime la seguente proposta: “Gli Stati d’Italia trovino concordia, vincolo, si diano fonte di collegamenti stabili, si diano confederazione rispettosa da esternare con materia in comune (difesa), con riconoscimenti di sovrani come guida politico-miltare, però dare al papato un ruolo di egemonia spirituale”. Si pensa al papa come moderatore, come guida e arbitro morale. Occorre che tutti gli aristocratici italiani riconoscano la sua autorevolezza. Si tratta di una situazione contraddittoria per il ruolo universale della Chiesa Cattolica e per la sua diplomazia estesa in tutte le corti europee. La notizia dello scisma dell’Austria costringe il papa a non schierarsi per l’unificazione nazionale. La prospettiva del conte di Cavour, “libera Chiesa in libero Stato”, rientra nella concezione del liberalismo originario i cui rappresentanti sono fautori della monarchia costituzionale. Caratteristiche dello Stato liberale sono il contenimento dell'assolutismo e del dispotismo. Per lo statista liberale, la Chiesa deve rinunziare ai suoi possedimenti e dedicarsi soltanto alle questioni delle anime. Tra i liberali si afferma il pensiero di Alexis de Tocqueville, autore del libro “La democrazia in America” pubblicata nel 1840. Per lo scrittore francese le maggioranze democratiche si comportano capricciosamente e tendono a diventare tiranne sotto i demagoghi che fanno cadere le garanzie per l’individuo. La democrazia è considerata come insieme di meccanismi e procedure per accertare il consenso tra maggioranza e minoranza. Per lo scrittore liberale, ma non antirivoluzionario, Antonio Rosmini, il liberalismo è sistema giuridico di garanzie per ogni individuo. La società civile è legata alla legge morale, cioè i semplici individui si ricollegano alla morale, alla eticità in quanto l’individuo è persona con una sua dignità. L'etica deve stare dentro la politica perché etica è fine della politica. La politica funziona se toglie gli ostacoli che l’uomo ha nella ricerca dell’appagamento dei suoi bisogni spirituale e materiali. L’etica è intesa come anima, soffio vitale, respiro complessivo, etica pubblica, trasparenza dei rapporti sociali, ordine di carattere razionale per la realtà storica e sociale. Il centro della politica diventa la persona umana. Si tratta della rivalutazione della persona nel contesto dell’Ottocento in cui era ancora ritenuto importante la collettività. Rosmini esalta la famiglia perché aiuta il percorso della personalizzazione. La famiglia contribuisce non solo a delineare cittadini disciplinati, educati e creativi sul lavoro ma arricchisce il corredo etico della civile società. Lo Stato per il liberale deve avere limiti determinati e deve essere di appoggio per i cittadini e rispondere alla sua funzione che è quella di luogo di dialettica viva e di momento organizzativo che dà corpo alle diverse istanze dei cittadini. Il disordine della modernità nasce dalla destabilizzazione e annientamento di tutto ciò che è intermedio tra persona e Stato. La famiglia, comunità spontanea tra Stato, è indebolita dalla burocratizzazione statale. La società politica funziona se la famiglia diventa la sua spina dorsale perché non è solo realtà naturale ma è anche costruzione dell’uomo, frutto dell’acutezza e del valore umano dei cittadini. I democratici come Mazzini e Garibaldi conquistano le simpatie del ceto medio borghese.

Lidea di Mazzini è unitarista, cioè creare una democrazia a base etica il cui principio costitutivo è l’affratellamento fra i cittadini. Il patriota vuole creare una coscienza forte per il popolo, “fare gli Italiani”, che possa permettere di fare sacrifici, realizzare dei doveri, cioè dedizione alla causa comune, senso di dignità e di vita etica. Si tratta di una “religione civile” in cui il cristianesimo è unito alla politica. La nazione italiana consegue la sua unità soprattutto con il sacrificio di tanti eroi che hanno percorso l’Italia combattendo e sacrificando se stessi per il bene di tutti gli Italiani. I fatti più importanti sono noti: - i rivoluzionari “carbonari” del 1820 - 1821 a Napoli e a Milano;

- l’insurrezione del 1831 nell'Italia Centrale; - i moti del 1834 in Piemonte animati dalla “Giovine Italia” di Mazzini. Garibaldi cerca di far ammutinare gli equipaggi delle navi sabaude e viene condannato a morte. L’eroe riesce a fuggire in Sud America; - La spedizione in Calabria di tipo mazziniano dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera si conclude con la loro fucilazione; - le rivoluzioni del 1848: le 5 Giornate di Milano e la proclamazione della Repubblica Veneta di Daniele Manin. - Gruppi liberali nazionali del Lombardo-Veneto e del Piemonte chiedono l’intervento dei Savoia contro gli Austriaci per la costituzione di uno Stato monarchico-costituzionale: Carlo Alberto con il suo esercito vince a Goito. Le sue truppe portano la nuova bandiera la nuova bandiera del Regno di Sardegna con lo Scudo dei Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana che diventa la bandiera nazionale fino al 1946. Nel 1850 Cavour è il grande protagonista nel governo piemontese con l’alleanza tra la Francia di Napoleone III e il Regno di Sardegna: la diplomazia è al servizio del Risorgimento italiano. Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II afferma: “Noi non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi”. Garibaldi organizza nel 1860 la spedizione deiMille” nel Sud dell’Italia contro il governo borbonico. 17 marzo 1861: proclamazione del Regno d'Italia. Il nuovo regno mantiene lo Statuto albertino, cioè la Costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 che rimane fino al 1946. Il Pimo Novecento è periodo di odio, di esclusione, con meccanismi di sterminio; c'è aspetto sanguinoso, drammatico per l'Europa e per L'italia. La Grande Guerra vede l’Italia vincitrice sull’Austria e il completamento del territorio nazionale con Trento Trieste. Nel 1919 si afferma l'ideologia del "fascismo" con il rifiuto dei principi della democrazia liberale e con la sintesi del filosofo Giovanni Gentile: “Nulla al di fuori dello Stato”. La linea di Rosmini viene seguita da Luigi Sturzo che definisce la posizione di Gentile come “panteismo di Stato” perché la prospettiva religiosa viene trasferita nella politica: lo Stato diventa Dio e non c’è più distinzione. Si tratta della concezione hegeliana dove lo Stato assorbe la società civile e diventa principio assoluto. Il prete di Caltagirone fonda il “Partito Popolare italiano”e lancia “L'appello ai liberi e forti” di combattere per difendere nella loro interezza “gli ideali di giustizia e libertà” e per opporsi allo statalismo e alla demagogia di chi promette tutto per i propri fini. Sturzo è l’uomo che sa ascoltare la società, sentire le sue vibrazioni e mostrare le compatibilità presenti nella comunità tra le varie richieste contraddittorie. La sua è azione che valorizza la dimensione del locale, agendo a livelli capillari, senza sfociare nel localismo che è pura retorica. Si tratta di valorizzare l’individuo nella comunità civile, cioè il diritto della persona è integrato nel diritto di tutto il popolo. Luigi Sturzo è costretto all’esilio dal 1924 al 1945. La stagione del fascismo si conclude con la fine della 2^ Guerra Mondiale e con l'esilio dei Savoia. Il popolo italiano, come società politica costituita, cioè come insieme di coscienze personali che, avendo una storia in comune attestata dall’unità del linguaggio, avendo scelto di vivere insieme con giustizia e cultura civica, decide di autogovernarsi, di eleggere i propri governanti e l'Assemblea Costituente che danno agli Italiani la Costituzione della Repubblica Italiana. Il pensiero repubblicano democratico assegna grande rilievo alle virtù civiche. La Repubblica con l’articolo 2 della Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità. La bandiera italiana è il Tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni (art.12 della Costituzione).

Il cittadino esige la libertà di partecipazione politica. Nella piazza pubblica è meno sentita la resistenza del relativismo etico, tramandato dalla Rivoluzione francese. Il rapporto civile diventa anche rapporto morale. Il popolo, esercitando il suo diritto naturale e inalienabile all’autonomia e all’autogoverno, si pone come sorgente di autorità dal basso e come fondamento di politica democratica. Il diritto di comandare è del popolo che ne trasmette l’esercizio per partecipazione ai governanti. “Valorizziamo quel che ci unisce come nazione - dice Giorgio Napolitano - e ci impegna come Stato unitario di fronte ai problemi e alle sfide che ci attendono”. L'attuale momento storico europeo è segnato dal dualismo Stato – mercato e dalla mescolanza di neoliberalismo e di socialismo democratico. Di fronte allo Stato e al mercato sta l’individuo, sottoposto alle decisioni del potere economico e del potere politico.

Le attuali democrazie devono fare i conti con le sfide del mondo globalizzato . Si auspica un diverso rapporto tra individui e società civile, un diverso modo di concepire la dignità della persona e la dignità del suo lavoro, cioè si chiede una maggiore cittadinanza attraverso una maggiore attenzione alla persona e ai suoi bisogni di esistenza. Le democrazie, secondo il filosofo Norberto Bobbio, avevano formulato delle promesse che sono state disattese. Si avverte uno scarto tra l’ideale di democrazia e la condizione politica reale del cittadino. Alla sfida d’ordine politico – istituzionale, suggerita dal filosofo, occorre aggiungere oggi quelle di ordine morale ed economico in quanto le istituzioni democratiche hanno solidi principi intellettuali e morali per realizzare una comunità aperta ai vari bisogni della persona che è fine della buona società. Si tratta di rispettare il modello naturale della famiglia, costituito da un uomo e da una donna, di riconoscere i diritti del soggetto umano non ancora nato, l’illiceità dell’aborto, dell’eutanasia e degli interventi genetici manipolati. La libertà per ciascuno, di seguire qualsiasi codice di comportamento in base al fatto che non viene ritenuto possibile stabilire un ordinamento unitario di valori, impedisce la coesione nelle associazioni civili. Il riconoscimento eccessivo dato alle regole nei confronti dei contenuti, entra in crisi quando nelle società si neutralizzano i valori fondanti della vita civile. Le democrazie devono risolvere il problema della ridistribuzione dei beni per evitare la scissione dei legami sociali. Le "male bestie " di Sturzo sono ancora oggi lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico.

I valori cristiani del popolo italiano (dignità della persona umana, famiglia, solidarietà e sussidiarietà) sono indispensabili ad una valida democrazia perché promuovono un sentimento della vita, ancorato alla centralità dell’uomo, e permettono una convivenza ordinata e feconda. Le basi della nostra nazione, come entità permanente, sono le regole immutabili della legge naturale, insite in ogni uomo e donna, la continuità culturale, la tradizione, la consapevolezza storica, l'amore di patria. A questi valori sono ancorati i cuori di tutti gli Italiani.

domenica 6 marzo 2011

La ricostruzione del tessuto sociale si fonda sui valori del popolo italiano

PER LA COMUNITÀ CIVILE
FORTI NELLA LIBERTÀ
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del Convegno Internazionale al Centro Congressuale “Le Ciminiere” di Catania, per le celebrazioni del 50° anniversario della morte di Don Luigi Sturzo, ha inviato ai partecipanti il seguente messaggio: “Il Convegno rappresenta una significativa occasione di riflessione sul pensiero di uno dei principali artefici dell'impegno dei cattolici nella vita politica del Paese.
La viva attualità del pensiero di Sturzo e il patrimonio di idee scaturite dalla concezione cristiana della storia, insita nella sua visione religiosa e da una esperienza di vita improntata alla strenua difesa dei principi della democrazia, sono ancora oggi, a cinquanta anni dalla scomparsa, indiscussa testimonianza di una lezione morale ed intellettuale ispirata ai valori di libertà, solidarietà e coesione sociale”.
Il Presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, presente al Convegno, ha detto: “Don Sturzo ci ha insegnato che i valori religiosi sono importantissimi e ancora attuali. È nostro dovere metterli in pratica e dare seguito alla loro attualità.
L'Europa deve occuparsi dei diritti umani fondamentali: oggi è necessario prendere coscienza dei veri problemi, anche quelli che temiamo. Le vere sfide da affrontare sono quelle dell’energia e dell’ambiente: soltanto avendo fiducia nel pensiero cristiano possiamo ricostruire il tessuto sociale della nostra Europa”.
Wilfried Martens, presidente del Partito Popolare Europeo, citando Don Sturzo, ha affermato: “…I padri fondatori del PPE avevano convinzioni radicali di libertà, responsabilità e dignità dell'essere umano, considerato come soggetto e non come oggetto della storia… Con le buone idee stimoleremo le linee economiche per la sicurezza dei cittadini...Siamo pronti ad affrontare le sfide von i valori comuni del PPE … per un mercato sociale ... Siamo forti e uniti per l’Europa”.
La “rettitudine intellettuale e morale”, la “testimonianza di amore, libertà e di servizio al popolo" del prete di Caltagirone, fondatore nel 1919 del Partito Popolare Italiano, costituiscono valori fondamentali per tutti gli Italiani. Il suo appello “A tutti gli uomini liberi e forti” di combattere per difendere nella loro interezza “gli ideali di giustizia e libertà” scuote gli animi e sprona i cuori generosi per affrontare le sfide della globalizzazione e dell’immigrazione.
La comunità politica ha bisogno di testimoni che le insegnino la razionalizzazione morale della vita sociale. Si avverte la necessità di uomini che mantengano la tensione morale nei cittadini e li aiutino a ritrovare la propria identità.
Le prove del riconoscimento dei fini essenzialmente umani della vita politica e delle sue istanze più profonde sono essenziali per affrontare le “male bestie” di Sturzo che sono, ancora oggi, lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico.
Lo Stato, espressione e strumento del corpo politico, deve essere “veramente popolare”, riconoscere i “limiti della sua attività”, rispettare gli organismi naturali e sociali intermedi, applicare il principio di sussidiarietà, cioè aiutare economicamente, istituzionalmente e legislativamente tutte le entità sociali più piccole, iniziando dalla famiglia.
La famiglia italiana di oggi deve affrontare l’attuale crisi finanziaria, economica e valoriale. Si tratta di recuperare “le radici della crescita delle Regioni per promuovere le loro qualità produttive che fanno vincere le sfide della globalizzazione. Milioni di Italiani vivono, secondo le recenti statistiche, con la metà del reddito medio nazionale (circa 600 euro al mese) . La crescita degli indigenti evidenzia una forte disuguaglianza tra ricchi e poveri e un fenomeno di ingiustizia sociale.
La famiglia genera legami di appartenenza, dà forma sociale alle persone, trasmette valori culturali, etici, sociali, spirituali, essenziali per lo sviluppo della società civile.
“I programmi di aiuto – scrive Benedetto XVI nella lettera enciclica “Caritas in Veritate” devono essere erogati coinvolgendo … anche gli attori economici e i soggetti della società civile portatori di cultura. I programmi di aiuto devono assumere in misura sempre maggiore le caratteristiche di programmi integrati e partecipati dal basso”.
La razionalizzazione morale dell'agire politico deve fondarsi sulla giustizia, la legge e la reciproca amicizia. Si tratta di sforzarsi per applicare le strutture politiche al servizio del bene comune, della dignità della persona e del senso dell’amore fraterno.
L'attività politica deve basarsi sui bisogni più intimi della vita delle persone e dell’esigenza della pace sociale, dell’amore, delle energie morali e spirituali. Occorre agire nella comunicazione e utilizzare mezzi morali per essere liberi.
La forza della società politica presuppone la giustizia perché si avvale delle energie dei cittadini in quanto energie di uomini liberi che sanno esprimersi con l’amore.
Il compito politico della società è un compito di civilizzazione e di cultura che si propone di aiutare i cittadini ad essere liberi. Questo compito è morale perché ha lo scopo di migliorare le condizioni della vita quotidiana. I mezzi devono essere proporzionati e appropriati al fine del corpo politico che è la giustizia e la libertà.
Lo slogan degli aderenti al Partito Popolare Europeo è “forte per i cittadini”.
La virtù della fortezza è il mezzo per il conseguimento dei fondamenti della vita della società. Si tratta di essere saldi nell'adesione al bene comune che deve riversarsi su tutti i cittadini, cioè sostenere e affrontare con pazienza, sofferenza e generosità le ingiustizie politiche ed economiche. L’uso della forza spirituale è regola di condotta per coloro che vogliono vivere conformemente alla dignità della persona umana.
L’attività politica non deve essere fondata sull’odio, l’avidità, la gelosia, l’egoismo, l’orgoglio e l’astuzia. La “forza dell’amore” significa amare il proprio avversario politico ed essere umani nei suoi confronti, cioè essere aderenti alla verità dell’uomo.
“Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità – scrive il papa nell’opera sopracitata – hanno bisogno di questa verità”.
La politica della verità è basata sul coraggio personale e sulle energie di coloro che orientano la politica al suo vero fine, cioè aderire coscientemente con tutte le forze per l’affermazione della dignità di ogni uomo con spirito di carità. Questo modo di agire è politica di solidarietà e la comunità civile si mantiene tale se è coesa nell’amore fra tutti i cittadini.
La democrazia può vivere e svilupparsi se è ispirata dal principio essenziale della spiritualità cristiana che è la carità. I valori del popolo italiano sono cristiani e devono penetrare la cultura e promuovere il benessere della comunità civile. La politica, l’economia, la sociologia possono realizzare i loro fini attuando ciò che si deve fare oggi per il benessere di tutti.
La virtù dei forti in politica deve superare la potenza dell’egoismo e la cupidigia delle ambizioni, nell’interesse della giustizia, della libertà, della pace e dell’amicizia fraterna.
Nella lotta politica a cui è sottoposto un raggruppamento politico, l’etica cristiana chiede l'instaurazione integrale dei valori cristiani. Sul piano della vita politica e sociale, l’accostamento tra le persone deve esprimersi in attività comuni per il bene comune della città di appartenenza senza alcuna distinzione che generi ingiustizie e soprusi.
Una morale aperta, estesa ad ogni uomo, una morale del bene e del male e non solo dell’utile, del rapporto umano, della libertà solidale costituisce per i cattolici “la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti”.