martedì 19 febbraio 2008

I piccoli leader impediscono le scelte di libertà

ITALIANI RACCHIUSI NEI RECINTI
LA COMUNITÀ POLITICA È CONFUSA

L’onorevole Gianfranco Fini all’Assemblea programmatica di Alleanza nazionale del Lazio, tenutasi il 7 febbraio all’Hotel Plaza di Roma, esclama: “Dobbiamo rendere quanto più semplice possibile la coalizione di centrodestra, perché oggi uno schieramento largo, con più sigle e partiti, non corrisponde all’esigenza degli Italiani. Nelle prossime ore, con gli amici del centrodestra dobbiamo risolvere la questione”.
Il presidente di Alleanza nazionale, dopo un vertice a palazzo Grazioli, tenutosi nella mattinata dell’8 febbraio con Silvio Berlusconi, afferma: “Il 13 aprile nascerà nelle urne un nuovo grande soggetto politico, ispirato ai valori del Partito popolare europeo e quindi alternativo alle sinistre. Condivido pienamente la proposta del presidente Berlusconi di dare un’unica voce in Parlamento al “popolo del 2 dicembre”, il Popolo delle libertà”.
La manifestazione del 2 dicembre del 2006, con 2 milioni di partecipanti, convocata in Piazza San Giovanni a Roma dalla Casa delle libertà contro la “Finanziaria” del governo Prodi, suggerisce ai leader del centrodestra di dare una risposta alle attese del popolo italiano, con la formazione di un unico gruppo compatto di politici che possa presentarsi alle prossime elezioni.
“Noi vogliamo l’Italia della libertà - gridava Silvio Berlusconi ai manifestanti riuniti quel giorno nella storica - piazza rossa - della politica.
“Voi qui rappresentate la maggioranza del popolo - esordiva Gianfranco Fini nel suo discorso ai cittadini che scandivano slogan contro il governo Prodi”.
Nella manifestazione dei Circoli della libertà del 9 febbraio al Teatro Nuovo di Milano, il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, afferma: “Con Gianfranco Fini stiamo realizzando un sogno. La grande novità di queste elezioni è questo grande schieramento dei liberali che si chiama Popolo della libertà. La vera data di nascita del Pdl è il giorno della grande manifestazione a Piazza San Giovani a Roma e tra le migliaia di persone sventolavano anche tante bandiere dell’Udc ( Unione dei Democratici cristiani e Democratici di centro). I voti al di fuori dei due grandi pilastri, che sono il Pdl (Popolo della libertà) e il Pd (Partito democratico), sono voti inutili, dannosi, pericolosi perché daranno ai piccoli partiti la forza di ostacolare il loro percorso, i loro progetti”.
Le parole di Berlusconi, candidato Presidente del centrodestra, sono rivolte agli elettori che vengono distolti da alcuni politici che si atteggiano a capiparte di determinati gruppi di cittadini. La sua concezione politica è quella che vengono prima i bisogni degli elettori e dopo la costituzione di partiti che devono nascere dal popolo che vuole salvaguardare i valori essenziali della società.
Il progetto politico del Popolo della libertà, condiviso da Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega Nord di Bossi, non è accettato dai dirigenti del partito Udc di Pierferdinando Casini che vogliono mantenere il loro simbolo con una lista propria, perché la condivisione dei valori del popolo italiano non sono sufficienti a costituire un unico schieramento compatto che possa essere alternativo alle sinistre.
I politici dell’Udc vogliono costituire il “centro” della politica italiana, cioè costituire “l’ago della bilancia” per le decisioni che investono l’impiego delle risorse del Paese.
Il leader dell’Udc crede alla possibilità di unire i moderati e chiede rispetto per l’identità dei Democratici cristiani e Democratici di centro. Lorenzo Cesa, segretario del partito, dichiara: “L’Udc intende rimanere nel centrodestra con una sua autonomia. Niente lista unica del Popolo della libertà”.
Le dichiarazioni di Casini e di Cesa, condivise dal centrista Rocco Buttiglione, seguono la ribellione di altri politici di spicco che hanno lasciato il loro partito per convincere gli elettori a sostenerli nella costituzione di un altro partito, distinto dall’Udc, la “Rosa bianca”, formato da politici provenienti dalle file del centrosinistra e dagli ex politici del centrodestra: Bruno Tabacci e Mario Baccini.
La loro uscita dall’Udc non è la conseguenza dell’accordo tra Berlusconi, Fini e Bossi. La loro azione è l’epilogo di una scelta centrista, distinta dallo schieramento del centrodestra.
Gli esponenti della “Rosa bianca” sostengono che il loro partito è “alternativo alla sinistra, distinto e distante dal populismo e dal particolarismo territoriale di una certa destra”. Il loro scopo è quello di essere al “centro dei processi decisionali” e di abbattere gli “steccati ideologici”.
I “centristi” auspicano una sensibilità ai loro richiami da parte dell’Udeur di Mastella, incompatibile con gli esponenti della sinistra più radicale; dai sindacalisti della Cisl, amici del loro ex dirigente Savino Pezzotta, desiderosi di distinguersi rispetto al conservatorismo della Cgil .
Il gruppo politico, diretto da Pezzotta, Tabacci e Baccini, intende creare una nuova forza che dia “centralità all’interesse generale nell’azione politica e speranza di crescita ad un Paese disilluso”. I governi di centrosinistra dal 1996 al 2001 hanno realizzato, secondo il pensiero dei centristi, una serie di privatizzazioni che hanno favorito i nuovi monopolisti di settori strategici come banche, assicurazioni, telecomunicazioni, gas ed energia con il risultato di appesantire i costi dei servizi per i cittadini, le famiglie e le imprese.
I fondatori della “Rosa bianca” prevedono una riforma elettorale che consenta finalmente la nascita di partiti politici e schieramenti omogenei. Il sistema elettorale auspicato è quello proporzionale tedesco che prevede uno sbarramento al 5% con una riduzione dei partiti. Il quadro delineato è quello di una sinistra antagonista e riformista sotto l’egida del Partito democratico; un centro (popolare, europeista, moderato e riformatore) che rappresenterà la nuova casa; una destra populista e una certa destra localista.
La sinistra antagonista fa sentire il 10 febbraio la sua voce da Spello (Perugia), attraverso Walter Veltroni, “nuovo” leader del Partito democratico, che ha l’ambizione di cambiare il Paese: “Gli Italiani vogliono e meritano altro. L’Italia non si deve rialzare, è già in piedi. Guardiamo negli occhi l’Italia e le diciamo: comincia un tempo nuovo, il tempo del cambiamento. Io mi candido per cambiare il Paese. Possiamo guardare negli occhi gli Italiani perché abbiamo deciso unilateralmente di correre liberi, più che da soli”.
“La sinistra moderata e riformista finalmente - aveva sostenuto il giorno prima Berlusconi - è riuscita a capire qualche cosa. Speriamo che la decisione di andare da soli sia una decisione storica e non solo elettorale. Dobbiamo sempre ricordare di dire a tutti che il Partito democratico è il partito di Prodi. Questo Pd è quel partito che ha sostenuto il governo di Romano Prodi. Il governo che ha aperto agli immigrati clandestini facendo diminuire la sicurezza dei cittadini e aumentare la criminalità e che ha negato il finanziamento alle forze di polizia. Il governo che ha alzato le tasse, 700 euro per ogni cittadino solo a Roma. Il governo che ha fermato le grandi opere come il Ponte sullo Stretto di Messina”.
Il candidato Presidente del Popolo della libertà ritiene che Veltroni sia impegnato nella rimozione del governo Prodi dalla memoria degli Italiani.
Gianfranco Fini afferma: “Veltroni soffre di amnesie gravi. Presentare il suo progetto come una sorta di “nuovo programma legislativo ed economico” e come nuovo un partito che ha Prodi come fondatore, come vicepresidente D’Alema e quasi tutti i ministri dell’esecutivo, oltre a Bassolino e Loiero, significa considerare scarsamente intelligenti gli Italiani”.
La scelta del centrodestra di aggregarsi riceve il plauso dall’editorialista don Baget Bozzo per il quale la semplificazione degli schieramenti politici attuata da Veltroni e Berlusconi porterà alla stesura di regolamenti parlamentari che impediranno la costituzione di micro-gruppi. “Il Partito democratico - sostiene il giornalista - ha scaricato i piccoli partiti perché non vuole battaglie laiche su quegli argomenti che sono di opinione più che di voto. La “Rosa bianca” prenderà un po’ di voti a Roma. Non supereranno il 2%”.
Il politologo Giorgio Galli, interpellato dai giornalisti, afferma: “Allo stato attuale non c’è più spazio per il centro. Se Casini e Mastella correranno da soli, saranno fuori dai giochi. Con questo sistema elettorale non può esserci spazio per Udc, Udeur e Rosa bianca”.
Silvio Berlusconi, intervistato da Bruno Vespa, afferma: “Se i cittadini volessero davvero che l’Italia fosse governata da una mano salda e che i piccoli partiti non potessero imporre dei veti ai grandi partiti dovrebbero, al momento del voto, concentrare la loro fiducia sul partito più importante del centrosinistra o su quello del centrodestra”.
Il suo appello non è ascoltato e i piccoli leader cercano di recintare i loro spazi con liste “ di scopo” e di correre liberi alle prossime elezioni. Gli elettori sono confusi tra slogan, nuovi simboli e sondaggi statistici: “Il Partito democratico di Veltroni potrebbe ottenere da solo il 32,5% e il Popolo della libertà di Berlusconi supererebbe il 40%. L’apparentamento fra Pd e Italia dei valori di Antonio Di Pietro otterrebbe il 34,5% e quello tra Pdl con la Lega Nord e il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo raggiungerebbe il 44,5%. La Sinistra/l'Arcobaleno, con Fausto Bertinotti candidato presidente, guadagnerebbe l’8,5%”.
Il popolo italiano il 13 e il 14 aprile valuterà e sceglierà i suoi governanti secondo tre prospettive sociopolitiche.
Gli elettori che optano per una scelta individualistica liberale desiderano che gli eletti promuovano una vita sociale che favorisca la più ampia attuazione della libertà di scelta dei cittadini, cioè sia esaltato il lato privato della vita in modo che possono esprimersi le preferenze dei singoli. È di massima l’opzione del centrosinistra.
Le scelte laicistiche di alcuni politici del passato hanno portato ad un incremento delle libertà individualistiche con la conseguenza di una distruzione delle relazioni, dei legami tra le persone e infine il declino del benessere collettivo.
Coloro che sono disponibili ad una prospettiva totalitaria, con il sacrificio della loro libertà di scelta, vogliono che la vita sociale sia indirizzata totalmente alla produzione, alla potenza, allo sforzo collettivo in cui l’individuo possa riconoscersi e anche sentirsi libero. L’estrema sinistra in genere mira a questa scelta.
La prospettiva auspicata dagli Italiani, che credono nei principi della persona umana, della famiglia e della sussidiarietà, è quella personalistica comunitaria. Si tratta di riconoscere l’importanza della libertà di scelta di ogni uomo o donna con l’organizzazione dal basso della società civile, cioè favorire la libertà di autonomia delle persone che vogliono realizzare il bene comune. Ogni persona vuole realizzare se stessa e sentirsi parte delle organizzazioni sociali entro cui può svolgere la propria esistenza.
La comunità civile potrà durare nel tempo se la libertà sociale è ben salda sulla giustizia e sul senso dell’amicizia civica. Il ruolo della giustizia è quello di eliminare gli ostacoli alle pacifiche relazioni tra le persone, cioè eliminare le ingiustizie sociali che creano odio e risentimenti tra chi gode di benefici e chi non dispone nemmeno dell’essenziale per vivere. L’amicizia conferisce dinamicità alle relazioni interpersonali perché infonde entusiasmo che spigiona le energie più profonde dell’animo umano.
I politici devono conoscere i valori umani e morali coinvolti nella realizzazione del bene comune, cioè conoscere ed applicare con responsabilità l’aspetto politico della giustizia sociale, dell’amicizia, del rispetto della persona umana dall’inizio del suo concepimento fino alla sua morte naturale.

martedì 12 febbraio 2008

MERCANTI VENEZIANI A COSTANTINOPOLI - Cap.VII




I mercanti della galea veneziana

La Capitana, galea grossa da mercato, affidata al nobile ser Giovanni, è attraccata al molo del distretto di Perama in attesa di ripartire carica di mercanzia per Venezia. Gli ufficiali hanno trovato alloggio presso le abitazioni dei mercanti residenti nella colonia di San Marco. I sottufficiali ed il resto dell'equipaggio si sono sistemati nelle stive della nave, in attesa dì riempirle di merce pregiata.
Ogni giorno il capitanio sale a bordo per sensibilizzare i sottufficiali a mantenere in ordine le attrezzature e ad effettuare le riparazioni necessarie a tenere in sicurezza la nave per il viaggio di ritorno. Molti marinai vengono chiamati dai mercanti della colonia per piccoli servizi collegati al commercio interno della città.
La distribuzione degli alimenti, al mattino e alla sera, è il momento in cui l'equipaggio si riunisce per commentare gli avvenimenti della giornata o per pianificare qualche piccolo affare commerciale. Il patrono della nave, ser Pietro, ha disposto di tenere la cambusa piena di alimenti freschi, comprati al mercato del distretto.
Un profumo di pesce arrostito si spande sul ponte di poppa e tra i banchi della galea all'ora del tramonto. É il momento del rancio.
"Questa mattina è salito a bordo il nostro patrono - esclama il comito Andrea - e mi ha raccontato di aver partecipato ieri sera ad un grande banchetto nella reggia dell'imperatore".
"Raccontaci tutto quello che hai sentito - dice Simone, capo dei balestrieri - e non dimenticare di far distribuire il vino, fatto portare questa mattina dal nostro capitanio. Si tratta di un dono del bailo per tutto l'equipaggio".
"Un corteo di carrozze principesche entra nella reggia - riferisce il sottuffíciale - e tra queste c'è anche quella di ser Benedetto con il Leone di San Marco, dipinto sulle portiere. Da una carrozza dorata scende un giovane principe turco con un grande turbante e una scimitarra. Il suo seguito è costituito da cavalieri in sella a focosi cavalli. Una schiera di schiavi con delle casse d'argento entra nella reggia".
"Non pensare a mangiare, vai avanti - esclama il cuciniere - e raccontaci tutto quello che hai sentito".
"Il palazzo del banchetto - riprende il comito - è diviso in tante sale. La prima sala con la cupola è quella dell'imperatore ed è piena di principi e principesse sdraiati su divani attorno a grandi tavole. Le altre sale sono più piccole e sono piene di mercanti e di donne con vesti sontuose e piene di gioielli e di pietre preziose".
"Non bere troppo - esclama il balestriere Biaxio - e vai avanti con il racconto, Vogliamo conoscere le conversazioni dei mercanti e quelle delle donne con le grandi collane d'oro".
"Attorno al tavolo di ser Pietro - riprende Andrea - ci sono i divani dei mercanti che riforniscono le botteghe di gioielli, aperte sulla Mesè nelle vicinanze della Grande Chiesa della Santa Sofia. I gioiellieri comprano i loro oggetti d'oro e accettano anche i manufatti d'oro dei cittadini che hanno bisogno di denari in periodi meno fortunati. La compravendita al minuto di collane e bracciali è aumentata negli ultimi mesi, perché molti cittadini hanno bisogno di denaro contante per pagare le tasse.
Il nobile commissionario mi ha confidato che si fanno buoni affari questi giorni ed è disposto a comperare tutte le pietre preziose svendute dagli abitanti del distretto dell'antica reggia. Il luogo è favorevole per il piccolo commercio dei marinai e le taverne sono piene di mediatori che conoscono coloro che vogliono disfarsi del gioiello di famiglia in cambio di una giusta offerta. Ci sono delle donne disposte a cedere una collana d'oro in cambio di una collana di vetro di Murano e di poche monete d'argento".
"Come é possibile - dice il prodiere Virgilio - che vi siano dei poveri in questa città dove passano tutte le ricchezze del mondo? Tutti dovrebbero essere ricchi e felici. Io ho ancora la mia mercanzia da scambiare in qualche affare.
"Andrea, non interrompere il racconto - afferma Biaxio - e continua a riferire quello che hai sentito. Sembra che il momento sia favorevole per i nostri piccoli commerci. Anch'io ho la possibilità dì vendere le due pezze di lana inglese o di scambiarle con qualche gioiello".
"Nella sala del banchetto - riferisce il sottufficiale - ci sono molti ricchi aristocratici proprietari delle case popolari dei quartiere di Sant’ Eufemia, vicino all’ippodromo. Uno di questi, un certo Oikantropos si lamenta per il calo delle rendite immobiliari. Le famiglie non hanno più la possibilità di pagare il fitto. Molte donne sono rimaste vedove. I loro mariti sono morti durante i sanguinosi assalti alle mura terrestri. La loro bellezza è ancora appariscente e cercano un nuovo marito che possa aiutarle per mantenere la famiglia.
Ci sono botteghe di artigiani che cercano uomini capaci di lavorare il legno e i metalli. Nel quartiere si vende di tutto perché servono i denari contanti per l'acquisto degli alimenti. Si trovano anche molte famiglie disposte a sposare le proprie figlie a stranieri che dispongono di denaro sufficiente per mettere su casa. Il ricchi mercanti dei quartiere delle Blacherne assumono le donne, provenienti dalle case popolari, per i lavori di lavanderia o di aiuto nelle cucine".
“Per noi - esclama il giovane remigio Marin - questo è proprio il posto giusto per trovare una buona sistemazione e lasciare le fatiche e i rischi della navigazione. Questa città è grande e può diventare per noi una seconda patria. Per anni ho tinto le pezze di lana nella contrada di San Geremia. Ho portato con me una pezza di fustagno per venderla e mettere su famiglia. Il mestiere che ho imparato da giovane qui può cambiare la mia vita. Al mercato del porto, ho sentito che le industrie della seta, di proprietà dell'imperatore, assumono personale qualificato per la tinteggiatura dei tessuti e pagano con iperperi d'oro coloro che sanno dirigere il ciclo completo della trattazione delle stoffe grezze".
"Anch'io voglio smettere di fare il vogatore - afferma il remigio Tommaso - e trovare una bella donna con cui fare tanti figli. Conosco il mestiere del remer che ho imparato nell'isola di San Biagio. Anche qui si costruiscono navi. Il prodiere Virgilio ha saputo da mastro Zuane che un ricco mercante della colonia turca cerca uomini che sappiano lavorare il legno per l'allestimento delle galee. Si dice che i turchi sanno pagare bene i loro lavoranti negli arsenali che si affacciano sul Mar Pontico. Per noi popolani il commercio serve solo ad arrotondare la paga del rematore. Io sono un uomo libero e non devo scontare nessuna pena. La costrizione a vivere, durante i viaggi, al banco di voga su cui devo mangiare, dormire ed espletare tutte le funzioni organiche, non mi fa diventare ricco. Preferisco stabilirmi in questa città e lavorare per chi sa ricompensare in modo proficuo il mio lavoro".
"Non voglio ostacolarvi - interrompe il comito - e ritengo che sia più proficuo fare dei buoni affari con la mercanzia che abbiamo portato e cercare di scambiarla con le spezie che ripagano tutte le nostre fatiche. Siamo qui per commerciare e trovare l'occasione per fare qualche buon investimento per il futuro. Noi veneziani abbiamo imparato ad aspettare e cogliere il momento opportuno.
Il Mediterraneo è vitale per noi, ci dà la possibilità di vivere, ci fa scegliere la strada che ci permette di incontrare altri popoli e di conoscere le loro culture. La nostra popolazione ha conservato la propria cultura latina e l'ha arricchita con quella greca per mezzo della navigazione. Il bisogno di sopravvivere con il commercio del sale ci ha permesso di mantenere i contatti con il centro della cultura greco-latina. Questa città ci permette di mantenere le nostre famiglie e di confrontare la nostra cultura con tutte le altre.
Le nostre istituzioni sono sopravvissute nei secoli perché i mercanti veneziani hanno saputo confrontarsi ed accogliere le varie culture dell'Oriente. Il confronto delle culture si concretizza con lo scambio dei prodotti. Il commercio diventa arricchimento spirituale e produce il bene comune che si riversa su tutti. Il Leone di San Marco è diventato grande e potente perché sì è alimentato con la sapienza degli uomini dotti di Costantinopoli.
Questo centro commerciale ci permette dì vivere in libertà e di mantenere le nostre famiglie. La cosa più importante è ritornare in patria con qualcosa da cui la nostra città possa trarre un vantaggio tale da ricompensare i nostri sforzi. La felicità consiste nel vedere il sorriso dei nostri familiari che aspettano una nave carica di merce. Nelle prossime festività di fine anno, i mercati avranno i banchi pieni delle nostre merci. Ognuno trarrà il giusto vantaggio".
"Io ho portato dei prodotti delle nostre industrie - afferma il balestriere Antonio - e non conosco le strade di questa città. Nella mia città cammino con disinvoltura e so dove recarmi per fare un buon affare. Qui diventa difficile la comunicazione con gli abitanti che parlano la lingua greca".
"Al mercante non occorre conoscere tutte le lingue dei popoli - sostiene Andrea - ma mostrare la propria merce. Ser Pietro conosce tanti mercanti, residenti della colonia, disposti a comprare le nostre merci e ad offrirci la possibilità di diventare piccoli commissionari con la vendita delle loro merci nei mercati della città. Il suo scopo è di riempire questa galea di mercanzia ed è disposto anche a concedere piccoli prestiti per acquistare gioielli dai privati. Se la nave sarà riempita prima della data fissata per la partenza, il caratista darà a tutti un premio che sarà pagato all'arrivo a Venezia.
Nel commercio occorre comprare al più presto per vendere in anticipo in modo da poter strappare il prezzo più alto e per investire subito i denari riscossi in un nuovo affare. Domani mattina, il patrono ci indicherà la strada e il modo di piazzare la nostra mercanzia e di impiegare con profitto il tempo per qualche buon affare".
Mentre le guardie vigilano sulla sicurezza della galea, gli uomini della Capitana si addormentano, sognando di diventare ricchi con qualche colpo di fortuna.
I balestrieri e i marinai dell'ultimo turno di guardia provvedono, all'alba, a svegliare tutti i piccoli mercanti della galea per il nuovo giorno. I1 battito del tamburo segnala la presenza a bordo del capitanio e del patrono. L'equipaggio, dopo la distribuzione del pane e dei companatico, ascolta gli ufficiali responsabili della galea. Il comito impone il silenzio per ascoltare ser Giovanni e ser Pietro.
"Siamo qui per fare commercio - inizia il capitanio - e per rendere grande e prospera Venezia. I1 Leone di San Marco, raffigurato su questo stendardo, ci protegge. La Serenissima ci aspetta a Natale, per riempire i banchi dei nostri mercati e le botteghe. Le nostre famiglie aspettano il ritorno di questa galea. Le aspettative delle donne e dei nostri figli non saranno deluse se ciascuno di noi sa investire bene il proprio denaro e acquisire quella mercanzia pregiata che ci permette di vivere felici e sicuri nelle nostre case. Questa città ci dà l'occasione di sperimentare e di concretizzare il nostro spirito commerciale.
Ognuno di noi ha la capacità di destare, con perizia e ingegno, la curiosità dei residenti sulle merci dell'Occidente. I manufatti inglesi e francesi sono pagati bene. I prodotti delle città lombarde e toscane sono ricercati perché rispondono alle esigenze della popolazione. I tessuti sono fatti con maestria e tengono caldo durante l'inverno. La lavorazione dei metalli e del vetro dei nostri artigiani è apprezzata e pagata con moneta d'argento.
Se qualcuno vuole rimanere in questa città, sarà affidato alla protezione del bailo che provvederà alla sua sistemazione. La colonia è piena di piccoli mercanti che hanno fatto fortuna e che vogliono ritornare sotto il campanile di San Marco. Il desiderio di rivedere la città della laguna, dopo aver fatto fortuna in Oriente, è nascosto nel cuore e nella mente di ogni mercante. Le fatiche e i pericoli del mare si affrontano non solo per mantenere la famiglia ma anche per trascorrere il resto della vita felici, con una grande casa e con una bottega fiorente e piena di clienti facoltosi".
"Le parole del capitanio - esclama ser Pietro - sono chiare. La Serenissima Repubblica ha offerto questa galea ai mercanti che hanno investito i loro ducati per garantire a loro e a voi tutti un giusto guadagno. L'allestimento e la concessione della nave ai caratisti, per un viaggio di andata e ritorno, è la dimostrazione che Venezia ha fiducia nei suoi figli, considerati commercianti abili e coraggiosi.
Il mare non fa paura alla città che si è offerta senza paura alle sue rotte. Il patto perenne che i suoi abitanti rinnovano ogni anno si basa sul rispetto delle leggi della natura. La fedeltà della Serenissima al suo mare è ricompensata con ricchezza e fortuna. Il Leone alato di San Marco la protegge e il suo sguardo infonde coraggio nella popolazione che trae dal mare il suo benessere. Ogni animo nobile è riconoscente al suo protettore e sa distribuire ai meno fortunati il surplus della sua ricchezza.
Su tutti gli abitanti della città si riversa la ricchezza accumulata dai patrizi, segno di devozione e di ringraziamento per la Santa Sapienza che illumina le menti e fa vibrare il cuore degli uomini e lo rende magnanimo per chi condivide i rischi dell’attività commerciale. Ognuno di voi contribuisce alla buona riuscita del viaggio e al buon esito dell’impresa, affidando le proprie capacità a coloro che hanno più esperienza nella compravendita della mercanzia.
Io sono un mercante di spezie e di gioielli. La mia attività richiede l’aiuto di altri mercanti e di operatori nel settore del movimento delle merci. Io sono anche un agente commissionario di altri mercanti residenti, rimasti a controllare il mercato di Rialto. Ho collaborato per noleggiare la nave e per l’acquisto di ingenti quantitativi di merci pregiate. Anche se rischio la vita e le mie ricchezze, sono fiducioso di ritornare a casa con un giusto guadagno, perché mi sento protetto dal gonfalone della Serenissima e mi sento in compagnia di compatrioti che conoscono il mare e sanno come trattare il carico prezioso di una nave.
Non abbiate paura di scendere a terra e di vendere i vostri oggetti, nascosti nelle casse e sotto i banchi di voga. Gli abitanti di questa città conoscono il valore intrinseco dei nostri prodotti e la loro affidabilità. Tutto ciò che è veneziano o portato dai Veneziani ha il marchio della garanzia, dato dall’esperienza e dalla serietà della nostra gente che sa offrire e riscuotere fiducia, ritenuta indispensabile nel mondo del commercio. Questa città è la nostra seconda patria e il suo mercato è strettamente legato ai mercati della nostra città che da esso trae sicurezza e ricchezza. Anche voi potete sentirvi strettamente uniti alla grandezza e allo splendore di questo grande emporio. Chi si sente di far parte del mercato di Costantinopoli sa di vivere e di operare secondo le leggi e i costumi dell'Impero romano che la nostra città ha ereditato e contribuisce a perpetuare con il consenso e la lungimiranza della Serenissima Repubblica".
"Ci sono alcuni dell'equipaggio che desiderano essere liberi nell'attività del piccolo commercio - afferma il comito - ed altri che vorrebbero entrare nella distribuzione gestita dai mercanti residenti".
"Chi vuole affidarsi alla propria fantasia - risponde il nobile mercante - ed è sicuro della propria abilità di contattare direttamente gli abitanti, può scegliere il luogo più rispondente ai propri desideri. La città è ripartita in tanti distretti e in ognuno vi sono delle colonie di residenti. Le colonie degli Occidentali sono piene di mercanti e abitanti che hanno poco interesse a comprare i nostri prodotti, perché li ricevono dai loro compatrioti.
La nostra merce è ricercata dai residenti che parlano la lingua greca dei loro padri e soprattutto dagli abitanti del quartiere turco e di quello arabo. I loro mercanti sono i più interessati alla nostra merce perché sono diventati i veri grandi intermediari di tutto il commercio. L'Oriente e l'Occidente trovano in questo periodo un punto di contatto per l'opera degli Arabi che hanno una cultura assimilata da tutti i popoli dell'Est. Questo popolo intelligente ha fatto sentire la sua influenza in Africa e in tante città della penisola iberica.
Le recenti conquiste degli Ottomani hanno portato in auge tanti mercanti turchi. L'espansione dell'Impero ottomano ha favorito la loro ascesa. Le chiavi dei nodi commerciali sono nelle loro mani e bisogna ricorrere alla loro intermediazione per far passare le merci. Chi è amico dei turchi è sicuro di girare e commerciare con tutta tranquillità e di fare buoni affari. La loro cultura è in piena crescita ed aspira ad arricchirsi dei contributi di tutti gli uomini, capaci di utilizzare il loro ingegno per realizzare cose sempre più grandi e belle. Il popolo turco ha l'energia fisica per conquistare le città ed imporre la propria supremazia. I loro capi aspirano ad eccellere anche nelle arti e a dimostrare la propria grandezza nei costumi. I loro principi vogliono mostrarsi ricercati nel modo di vestire ed apparire magnanimi e intelligenti. La nostra arte e i nostri prodotti, che contengono un alto grado di abilità e di ingegno, sono molto apprezzati dai nuovi conquistatori. Gli abitanti della colonia turca vogliono essere all'altezza degli altri residenti e fare a gara nel comprare le cose più care e più preziose.
Se uno di voi vuole diventare subito ricco, può provare a vendere la propria merce nel loro mercato. Il giorno più propizio per esporre la merce è quello della festa, quando gli uomini e le donne vogliono apparire ben vestiti, per esprimere la gioia racchiusa nei loro cuori e si fermano più volentieri davanti ai vostri banchetti di vendita.
"Le nostre navi vengono assalite dai saraceni e dai pirati turchi - esclama il balestriere Antonio - ed abbiamo paura di entrare nei loro quartieri per vendere la nostra mercanzia".
"La pirateria è esercitata dai predoni del mare - risponde ser Pietro - e in questa città tutti rispettano le leggi dell'Impero romano d'Oriente che sono riconosciute e condivise da tutti i mercanti di questo grande emporio. Costantinopoli appartiene a tutti coloro che rispettano le leggi garantite dall’imperatore e vogliono vivere in pace.
I mercanti arabi hanno iniziato a scambiare le loro merci con gli abitanti di questa città molto prima del nostro arrivo. I nostri padri erano sudditi dell'imperatore mentre gli Arabi avevano già costituito fiorenti regni. Non bisogna aver paura di un popolo che possiede una grande cultura ed ha contribuito alla scoperta di nuovi saperi nei vari campi dell'arte e della tecnica. La ricchezza dei loro regni ci è nota da tanti secoli e i nostri mercanti hanno portato le loro mercanzie in tante città arabe.
Un mercante non deve mai temere i rappresentanti degli altri popoli perché il commercio rende tutti uguali nelle trattazione del dare e del ricevere. Lo scambio delle merci è sempre fatto nel rispetto delle norme che garantiscono l'ospitalità e l'amicizia. I residenti del quartiere turco sono sempre pronti ad accogliere i mercanti veneziani perché sono diventati sempre più ricchi con l'espansione del loro impero. I principi e i mercanti turchi, invitati alla reggia, sono quelli che mostrano le vesti e i gioielli più preziosi. Il loro desiderio, di apparire all'altezza delle conquiste dei sultani, li spinge a ricercare le cose più belle e a contattare i nostri mercanti per acquistare le merci dell'Occidente.
La Serenissima vuole mantenere con i sultani uno stretto rapporto commerciale ed è sempre disposta alla mediazione ed alla pace per far circolare le merci. Qualsiasi merce della nostra città va a ruba nel loro quartiere perché è fatta con maestria dai nostri artigiani. Le donne turche comprano volentieri i prodotti degli orefici e anche gli oggetti di vetro di Murano. I tessuti di seta orientale, con i ricami in oro e argento dei nostri sarti, sono pagati con gli iperperi d'oro dell'imperatore e anche con i nostri ducati d'oro".
"Questa galea - interviene ser Giovanni - è sempre la vostra dimora e deve essere curata e mantenuta in perfetto stato per la prossima partenza. La vostra attività commerciale nei vari quartieri della città è sempre saltuaria e occasionale perché non siete dei residenti. L'ospitalità degli abitanti è sacra e chi la riceve deve essere riconoscente e rispettare le norme del Prefetto. La giurisdizione della Serenissima, attraverso la funzione del ballo, è riconosciuta dall'imperatore ed severa per chi non rispetta le regole del commercio o le leggi della città".
Le parole di ser Pietro danno a tutto l'equipaggio sicurezza e incitamento per l'attività commerciale. Il patrono si sente responsabile del viaggio perché è uno dei caratisti che hanno investito molti ducati per noleggiare e allestire la nave dell'Arsenale. Il mantenimento degli uomini rientra nelle spese della galea che dovranno essere decurtate al ritorno da tutti i profitti. Le loro speranze di guadagno, oltre la paga dovuta per il servizio reso, sono legate alla buona riuscita dell'impresa. Le raccomandazioni del nobile mercante sono ritenute necessarie per gli uomini abituati alla dura vita di bordo. Il nuovo contesto urbano, molto diverso dalla loro città di provenienza, disorienta i piccoli commercianti occasionali. Le diversità delle culture dei residenti nei vari quartieri e delle leggi vigenti nella città richiedono delle raccomandazioni da parte dei responsabili della galea, per evitare che i rematori e i marinai possano rimanere impigliati nella fitta rete di controlli e di sanzioni del governo imperiale.
Si costituiscono piccoli gruppi di mercanti con a capo un responsabile. Due gruppi di dodici persone, costituiti da marinai e remigi, si offrono volontari per lavorare nell'organizzazione commerciale di ser Domenico e di ser Giacomo. Il patrono si offre come loro garante e intermediario presso i due nobili che dispongono di grossi magazzini nei pressi del porto. Il primo gruppo è sotto la responsabilità del nocchiero Battista ed il secondo gruppo riconosce il nocchiero Aluvixe come capo responsabile.
Simone, capo dei balestrieri, organizza un gruppo di dieci uomini per vendere la mercanzia nel grande mercato lungo la riva del Corno d'Oro e nei quartieri dei greci. I suoi amici più fidati sono Alvise ed Antonio, esperti nell'uso della balestra e della spada. La loro bravura nell'uso delle armi pareggia la loro scaltrezza nella vendita dei piccoli oggetti preziosi.
II prodiere Virgilio, abituato ad emergere tra i remigi, costituisce un gruppo di dieci amici, desiderosi di diventare ricchi con la loro mercanzia di piccoli oggetti d'oro e di vetro. Si tratta di un gruppo di uomini che hanno già fatto esperienza di commercio nei porti di approdo, lungo la rotta seguita dalla loro galea. Il loro capo conosce già i piccoli trucchi per piazzare la merce e per attirare i clienti del mercato del porto. L'affiatamento tra compatrioti dà ad ognuno di loro quella sicurezza che permette di avere un comportamento deciso nei piccoli affari.
Il patrono, dietro richiesta dei capigruppo, concede al maestro d'ascia Zuane e ai pennesi Agostino e Piero, addetti alla custodia del materiale di consumo e di riserva, di soddisfare le richieste dei piccoli mercanti di galea che vogliono disporre di piccoli banchetti, fatti con il materiale di risulta delle riparazioni della galea. Molti rematori preferiscono costituire piccoli gruppetti, liberi di girare in cerca di fortuna. Ognuno ha il suo piccolo laboratorio ambulante, fatto di una tavoletta sostenuta da sottili assi, per porvi sopra la merce in esposizione.
Sull'ora della sesta e con il sole di ottobre ancora caldo, il nocchiero Battista si presenta al comito e si fa portare ala presenza del patrono.
"Il mio gruppo è pronto a seguirvi - dice il marinaio a ser Pietro - per essere accompagnati dal nobile ser Domenico e offrirgli la nostra disponibilità nell'attività commerciale che riterrà opportuno affidarci".
"Anch'io sono pronto e lieto di essere utile a chi con coraggio e dedizione sa mostrarsi disponibile per il commercio. Anche il marinaio Aluvixe ci può seguire con il suo gruppo per il magazzino di ser Giacomo".
Il nobile mercante scende dalla galea seguito da due gruppi di uomini allegri e fiduciosi di andare incontro alla loro fortuna. Una fila di veneziani, con il proprio fardello sulle spalle, percorre la piccola passerella che unisce la galea al molo della città che hanno tanto desiderato durante un lungo viaggio. Il sogno si sta realizzando e la gioia pervade i loro animi desiderosi di fortuna e di ricchezza. Una baldanza si sprigiona dai loro corpi vigorosi ed infonde in tutti gli altri uomini dell'equipaggio una grande gioia. Un solo grido prorompe dagli uomini di bordo: "Viva San Marco".
Il magazzino di ser Domenico è a duecento passi dal porto, all'interno delle mura marittime del Corno d'Oro. Si tratta di un edificio in mattoni, all'estremità Ovest del rione di San Marco, adiacente alla casa del nobile mercante. Gli uomini della galea, preceduti dal patrono, arrivano davanti alla costruzione commerciale e vedono una lunga fila di bastasi, con i loro carichi sulle spalle, entrare attraverso il vano del portone. 1 due guardiani all'ingresso accolgono con rispetto il caratista veneziano e lo introducono alla presenza del loro padrone.
"Benvenuto, Pietro, in questo luogo - esclama il mercante - dove sono catalogate e scaffalate tutte le merci che provengono dall'Occidente e dall’Oriente. Vicino alla porta d’ingresso ci sono quelle pronte ad essere stivate sulle nostre galee per tutte le rotte che conosciamo. La merce della tua galea è stata già catalogata e in parte già distribuita ai drappieri della città".
"Sono lieto di rivederti, Domenico, e di constatare che porti bene i tuoi quarant'anni. Molti si lamentano per l'assedio, ma vedo che il tuo magazzino si riempie e si svuota in continuazione. Fuori la porta ci sono carri pieni di merce, racchiusa negli involucri da viaggio su cui sono dipinti i simboli del destinatario".
"In questo momento - afferma il mercante residente - i trasportatori del porto stanno portando le mercanzie che provengono da Trebisonda che riesce a mantenersi indipendente dalle annessioni del nuovo impero degli Ottomani. Il trasporto delle merci orientali lungo le rive del Ponto Eusino e attraverso il Bosforo sta diventando oneroso. L'Anatolia è sotto il governo di Adrianopoli e il sultano fa controllare tutte le vie carovaniere interne e le rotte lungo la costa settentrionale. Il passaggio delle merci richiede l'intermediazione di mercanti turchi che conoscono i loro funzionari governativi. I dazi e i noli non sono più quelli di una volta perché bisogna pagare nuove tasse e trattare con nuovi esattori".
"La tua esperienza nel commercio - replica il patrono - riesce a superare questo ostacolo con la lungimiranza della Serenissima. Venezia stipula continui accordi commerciali anche con i signori dell'Egitto e dell'Arabia, per far arrivare le merci orientali dal Sud, lungo il Mar Rosso, fino alle coste del Levante. Se una via viene chiusa per motivi di guerra o di altra natura, un'altra strada viene aperta con la stipulazione di contratti che agevolano il passaggio dei nostri mercanti".
"Pietro, sei sempre ottimista ed hai sempre fiducia nei nostri governanti. La responsabilità di onorare il pagamento degli acquisti, fatti dai nostri agenti commissionari in Oriente, ricade sempre sulle nostre spalle e il fallimento di un'impresa è sempre dietro l'angolo. I mezzi di trasporto per mare richiedono marinai coraggiosi e le carovane devono essere difese da uomini valorosi che sanno impugnare le armi contro i predoni. Il coraggio e il valore, impiegati dagli uomini che proteggono le mercanzie in viaggio, rientrano nei costi che vanno sottratti agli utili o fatti pagare dagli acquirenti. La concorrenza genovese e aragonese nel Mediterraneo è aumentata negli ultimi anni, per soddisfare le richieste dei signori dell'Occidente che hanno consolidato i loro domini. Gli ambasciatori occidentali stipulano accordi commerciali favorevoli ai loro mercanti che percorrono strade agevolate per il loro commercio".
"Ti ho portato dodici uomini fidati della Capitana che possono aiutarti, per un cero periodo, a superare le difficoltà della concorrenza, perché sono abituati ad affrontare tutti i pericoli della navigazione e a difendere con le armi tutto quello che a loro viene affidato. Il nocchiero Battista è rispettato dai suoi amici per la sua lunga esperienza e per la sua abilità nell'uso delle armi di bordo. La partenza della loro galea è prevista nel mese di novembre".
"Ti sono grato, Pietro, di aver pensato alle difficoltà che affronta la nostra attività in una città assediata che dispone solo della libertà delle rotte salvaguardate dalle navi amiche. I marinai specializzati delle galee della Serenissima potranno servirmi per governare le imbarcazioni dirette nei porti vicini che non sono stati occupati dagli Ottomani. L'avanzata dell'esercito del sultano nei territori del basileus costringe le città costiere a disfarsi delle flotte e i loro uomini di mare si offrono per servire i nuovi conquistatori che allestiscono delle navi per dominare anche sul mare. L'imperatore turco vuole estendere il suo dominio anche nel Mediterraneo per imporre i suoi dazi alle navi commerciali".
"Sono sicuro che li ricompenserai in modo adeguato per i loro servigi. La loro disponibilità dipende dalla tua magnanimità e dall'incarico di fiducia che assegni ad ognuno di loro. Il tempo che intercorre per la partenza della loro galea può essere utilizzato in modo proficuo per loro e anche per te. Nei momenti difficili, abbiamo bisogno di uomini disponibili al nostro fianco per superare tutti gli ostacoli che si incontrano nelle imprese commerciali".
"Ti auguro buona fortuna, Domenico, tornerò presto a farti visita - aggiunge il patrono - perché, adesso, ho premura di accompagnare un altro gruppo di marinai dal mio amico ser Giacomo".
Il secondo magazzino, scelto dal patrono per il nocchiero Aluvixe e i suoi amici, si trova a circa trecento passi ad Est del quartiere veneziano. L'edificio è aperto sul grande asse viario che attraversa la città da Nord a Sud e incrocia la Mesè, nelle vicinanze del Foro di Costantino. È una costruzione in pietra e mattoni, vicino alle mura marittime e al grande mercato del porto imperiale. La sua posizione garantisce al proprietario una preminenza nel rifornimento di tutte le botteghe della grande strada commerciale, vicino all'antico palazzo imperiale.
I drappieri che vestono i funzionari e i dipendenti governativi hanno i loro laboratori, che si alternano a quelli dei grandi gioiellieri, nelle immediate vicinanze della Grande Chiesa, luogo di culto delle cerimonie, celebrate dal Patriarca di Costantinopoli e presiedute dall’imperatore. Il loro punto di riferimento è ser Giacomo che riceve tutte le stoffe dell'Occidente e tratta anche spezie e pietre preziose dell'Oriente. La strada, adiacente al suo magazzino, è frequentata dai clienti dei grandi negozi che si aprono sulla piazza circolare, fatta costruire dal fondatore della città.
L'incontro di ser Pietro e il nobile mercante lascia stupiti i marinai della Capitana, perché assistano a un abbraccio fraterno tra due veneziani che hanno tante cose in comune e ricordano l'amicizia delle loro famiglie.
Ser Giacomo, dopo il caloroso saluto, inizia il suo discorso: "Mio fratello Antonio, caratista come te nella stesa impresa, mi ha inviato una lettera da Venezia, tramite corriere, e mi ha preannunciato il tuo arrivo, pregandomi di darti tutto l'aiuto per il carico di ritorno della galea. Mi prega di garantire le tue lettere di cambio presso il banco di ser Francesco. Mi fa sapere che la città è sempre in festa e che c'è una piccola preoccupazione per la salute del nostro principe".
"Ti sono grato per la tua amicizia - afferma il patrono - e ti confermo che la Serenissima non ha mai raggiunto tanta prosperità. La munificenza del doge, Tommaso Mocenigo, è nota in tutto il Veneto. Nonostante la sua veneranda età di ottanta anni, il Principe è riuscito ad ottenere l'alleanza dei signori della Lombardia, ad estendere la protezione del Leone di San Marco sul Friuli e ad eliminare, con il suo Capitano del Golfo, la pirateria lungo le coste della Dalmazia. Venezia è la Signora dell'Adriatico e le sue galee solcano in sicurezza il nostro mare fino ai confini dell'Africa e alle rive del Levante".
"Ti sei reso conto, Pietro, delle condizioni di questa città. I suoi abitanti incominciano a risentire della morsa che si stringe ogni anno attorno alle sue mura e che impedisce la libera circolazione delle merci. Una volta il nome del basileus era venerato su tutte le strade e ogni città apriva le porte ai suoi messi imperiali. Oggi le vie sono occupate dai guerrieri venuti dall'Est e le porte terrestri di Costantinopoli sono mantenute chiuse per i continui assalti degli Ottomani che vogliono impadronirsi di questo grande emporio. L'imperatore non riesce più ad equilibrare i bracci della bilancia commerciale tra l'Est e l'Ovest. Lo sguardo ed il braccio teso della statua dell’antico imperatore, situato sulla colonna davanti alla Grande Chiesa, non è riuscito ad impedire l’invasione dei guerrieri venuti dall'Oriente.
"Le mura e le porte - afferma il patrono - servono a proteggere i difensori finché l'ingegno e l'astuzia dei guerrieri assalitori non trovano un'arma più potente per abbattere l'ostacolo che impedisce di conquistare la città. Una grande forza, supportata dall'intelligenza di coloro che la posseggono e credono nella propria invincibilità, riesce sempre a vincere chi spera solo di difendersi dietro un muro. La città sembra ben protetta dai suoi soldati che reggeranno l'impeto dell'esercito ottomano".
"Sei molto fiducioso, Pietro, ma i mercenari, pagati con le tasse riscosse, non possono sostenere le continue ondate dei soldati turchi, comandati dai condottieri intelligenti e decisi a impadronirsi delle ricchezze della famiglia imperiale. Soltanto chi vive del commercio di questa città può combattere con coraggio i suoi nemici, perché ha necessità di mantenere la propria famiglia con il movimento delle mercanzie. L’imperatore non è sostenuto da tutti gli aristocratici, perché molti di loro sono immersi nel godimento delle ricchezze o nei passatempi dei simposi, dove le parole si mescolano ai pensieri di cose arcane. La riduzione dell'antico impero alla sola capitale e a qualche piccolo possedimento impedisce all'imperatore di raccogliere un esercito che possa sbaragliare i suoi nemici".
"Non preoccuparti, Giacomo, il Leone di San Marco sa distendere le sue ali per proteggere la città. La Serenissima invia i suoi figli per proteggere questo mercato ed è pronta a sacrificarli per la sua difesa. Le usanze e le istituzioni veneziane scaturiscono dagli usi e costumi dell'Impero romano conservati nei secoli da Costantinopoli. I Veneziani la difenderanno in qualsiasi momento, perché la considerano come la loro seconda patria e sono disposti a battersi sulle sue mura. Il loro coraggio e la loro fede nelle istituzioni, tramandate da questa città, sono la loro forza, perché si fondano sull'aspirazione di commerciare in piena libertà e scambiare la propria ricchezza con ogni uomo che cerca il bene comune, cioè il benessere che si riversa su tutti.
CONTINUA.....

MERCANTI VENEZIANI A COSTANTINOPOLI - Cap.VI



La reggia delle Blacherne

Il palazzo del basileus non è più vicino al sacro edificio della Santa Sofia. L'estremità Nord-Ovest del territorio urbano, vicino al santuario della Vergine Blachernissa, ospita da molti anni la dimora dell'imperatore. I funzionari dell'Impero romano d'Oriente, aristocratici in possesso di titoli onorifici, hanno costruito le loro dimore vicino alla reggia, dando luogo al quartiere delle Blacherne. Il nuovo agglomerato urbano, costruito attorno ad una grande piazza, è il luogo dove lavorano funzionari governativi e banchieri con i loro uffici di rappresentanza. I palazzi più belli del distretto appartengono ai mercanti più ricchi della città e ai principi stranieri, accreditati presso la corte imperiale. Nella zona più alta si erge un grande palazzo, circondato da torri e mura, dove la famiglia imperiale si rifugia nei momenti turbolenti. Il sito permette di controllare la città, l'estuario del Corno d'Oro, il territorio fuori le mura terrestri e il Mar Pontico. Qualsiasi forza ostile che si avvicina alla città è avvistata in tempo da mettere in allarme le difese necessarie a salvaguardare la sicurezza dei suoi abitanti. Il coimperaratore Giovanni VIII e suo fratello Costantino da alcuni mesi presidiano questo luogo fortificato, per far fronte agli attacchi sferrati dall'esercito ottomano.
La piazza e le strade dei quartiere, pur essendo vicini alle mura terrestri, piene di soldati pronti a respingere qualsiasi attacco esterno, sono gremite di uomini e donne, intenti ai loro impegni e affari. Nella piazza, centro dell'alta finanza dell'impero, si muovono nello loro vestì sontuose i rappresentanti dell'aristocrazia che decidono sulle necessità della città e sulle loro possibilità di arricchimento.
La presenza a corte di Teodoro, figlio di Manuele II, ha innescato una frenesia nei ricchi abitanti del quartiere per l'invito al banchetto imperiale, in onore del despota della Morea e di sua moglie Cleofe dei Malatesta. Le sale per il convito si trovano in un edificio dislocato più in basso della roccaforte, circondato da giardini e fontane, nell'area della grande reggia, costituita da varie costruzioni di propriètà della famiglia imperiale. Il complesso è protetto da un alto muro che si collega alle fortificazioni della città ed è controllato dalla Guardia Variaga.
Alcuni funzionari dell'imperatore, gli eunuchi, gestiscono tutto quello che riguarda la sacra persona del basileus e nessuno vi si può avvicinare senza il loro permesso. Ogni avvenimento nella reggia si svolge secondo regole che si tramandano da secoli e sono rimaste invariate. Il cerimoniale di corte è fatto osservare dagli eunuchi con scrupolosità e con assoluto silenzio. Il tempo è scandito dai sacri gesti dell’imperatore.
Da alcuni mesi l'imperatore si è ritirato nel convento di Santa Maria Peribleptos, vicino alla grande via che conduce alla Porta Aurea. La sua assenza e l'assedio fuori le mura terrestri hanno portato un senso di tristezza nella reggia. L'arrivo del fratello del coimperatore rompe l'attesa di tempi migliori e dà l'occasione per festeggiare. L'attesa si carica di nuove aspettative per quegli aristocratici desiderosi di onori e di cariche imperiali, elargiti in occasione delle grandi cerimonie. La nomina di nuovi ministri e di nuovi funzionari, che gestiscono i monopoli imperiali e la riscossione dei tributi e delle tasse, crea nuovi aristocratici che si aggiungono a quelli che si sono arricchiti nel passato.
La suddivisione dei nuovi e dei vecchi signori delle finanze imperiali ha dato vita ai due schieramenti: il Partito degli Antichi Aristocratici e il Partito dei Nuovi Aristocratici. Le due fazioni, pur non essendo strutturate gerarchicamente, fomentano la popolazione ad esprimersi a favore o contro la politica del coimperatore e dei suoi funzionari. Gli aristocratici, padroni delle terre conquistate dagli Ottomani, sono delusi e vorrebbero riavere i possedimenti perduti. Le loro simpatie camuffate in pubblico da gesti e parole ambigue, sono per il sultano, il Signore del nuovo impero che ha per capitale la città di Adrianopoli. I nuovi aristocratici, detentori di proventi che scaturiscono dalle loro cariche imperiali, sono legati al loro benefattore e sostengono la politica della casa dei Paleologi.
La sopravvivenza dell’imperatore dipende dall'aiuto delle potenze dell'Occidente. Le conquiste ottomane nella Dalmazia non fanno paura ai re latini. Le potenze marinare si preoccupano dei loro traffici e cercano di controllare il flusso commerciale che passa per Costantinopoli. Il papa Martino V avverte îl pericolo dei condottieri ottomani che sì avvicinano alle terre dei popoli latini e cerca di soccorrere l’imperatore, ultimo baluardo dell'Oriente a difesa della cultura degli antichi padri dell'Impero romano. La distruzione delle fonti della cultura greco-latina sarebbe una catastrofe per il responsabile del Soglio romano di San Pietro. Il papa si sente padre spirituale di tutti i popoli che si riconoscono nelle antiche tradizioni difese dalla Nuova Roma, fondata da Costantino il Grande.
Gli ultimi difensori della città degli imperatori romani sono Manuele II e i suoi figli che non hanno più le risorse per pagare l'esercito di mercenari che deve difendere le mura della città. La loro politica è ostacolata dagli aristocratici che hanno perso terre e cariche imperiali. Nella corte della città e in quelle dei despotati della Morea e di Tessalonica, si annidano personaggi influenti che ostacolano i principi paleologi.
Nelle terre conquistate, il governo ottomano di Adrianopoli, pur di avere continui proventi fondiari, ha permesso ai vecchi proprietari la riscossione delle rendite delle terre che ora appartengono al sultano. I possedimenti terrieri dei sacri conventi hanno subito la stessa sorte e i monaci si sono sottomessi al nuovo padrone, per poter continuare la loro scelta di vita comunitaria.
I funzionari fedeli all'imperatore hanno creato una rete di informatori fidati per conoscere la fonte del malumore che serpeggia tra i vecchi aristocratici.
Il primo ministro, il grande Logoteta, è favorevole al banchetto che si sta preparando in onore del despota della Morea. I più ricchi faranno a gara per offrire somme ingenti per ottenere gli appalti dei servizi e delle concessioni imperiali. Le casse del Tesoro si riempiranno di una parte dell'oro che fluisce negli infiniti rivoli delle imprese e delle transazioni commerciali.
Il grande cerimoniere di palazzo, l'eunuco coordinatore di tutti i funzionari addetti alla persona dell'imperatore, ha ricevuto l'ordine di preparare le sale che ospiteranno i grandi dell'impero. Il quartiere delle Blacherne brulica di rifornitori che dai mercati portano tutto ciò che serve ad allestire un sontuoso banchetto. Il personale addetto alle cucine della reggia è stato rinforzato da una miriade di cuochi e inservienti per l'allestimento delle attrezzature necessarie per la preparazione delle i vivande.
I messi imperiali sono inviati presso i grandi palazzi della città per la consegna degli inviti. Tutti gli artigiani sono sotto pressione per confezionare i prodotti più raffinati per vestire i notabili dell'impero. Le donne invitate sono principesse di case regnanti. II bailo ha ricevuto l'invito purpureo e potrà occupare un posto nella sala che ospita 1'imperatore, i suoi familiari, i principi accreditati alla corte, il Grande Logoteta e i suoi ministri, i governanti delle colonie straniere. Gli inviti di rango inferiore, distinti per ogni categoria di grandi contribuenti, sono consegnati a coloro che ogni anno versano parte dei loro proventi nelle casse del Tesoro.
La grande basilica, costituita da un grande salone poligonale sormontato da una grande cupola e da un susseguirsi di sale minori, è approntata per ospitare i commensali dell’imperatore. I giardini che circondano l'edificio sono pieni di invitati che aspettano di essere introdotti nelle sale dagli eunuchi imperiali. L'inizio del banchetto è dato dal suono delle dodici trombe d'oro. Una musica d'organo si diffonde in ogni angolo e crea un'atmosfera irreale in attesa dell'ingresso del coimperatore Giovanni VIII. Il basileus è nel suo ritiro spirituale ed ha designato il figlio a manifestare i sacri simboli imperiali.
Il Grande Cerimoniere impone il rispetto dell'assoluto silenzio iniziale per accogliere l'erede dell'Impero romano d'Oriente. Tutti coloro che vengono introdotti al suo cospetto rendono omaggio alla sua persona secondo l'usanza della corte.
Ogni commensale indossa la veste con il colore stabilito ed occupa il posto indicato nell'invito. La musica dell'organo, le portate di vivande e la mescita di vini delle cantine imperiali, favoriscono la conversazione e stimolano gli animi dei festanti. La luce rossa del tramonto penetra attraverso le finestre del tamburo poligonale della cupola. I ceri dei grandi candelabri sono già accesi.
Una processione di saraceni si snoda al cospetto di Giovanni VIII e vengono aperti alla sua vista i grandi forzieri, ricolmi di pietre preziose, di perle e di monete d'oro. Il dono del principe ottomano, pretendente al trono imperiale di Adrianopoli, suscita stupore e consensi tra i commensali. Il coimperatore, sdraiato sul suo divano, ha come commensali alla sua tavola dodici amici e tra questi è stato designato anche il bailo e il suo segretario personale Francesco Filelfo, esperto di cultura e di lingua greca. La sua presenza è ritenuta indispensabile per rendere più efficace e piacevole la conversazione tra persone che siedono alla stessa tavole. Al ricco principe ottomano è riservato un posto d’onore alla destra di Giovanni VIII e vicino al divano del Principe Teodoro II. Il giovane ospite, pur appartenendo alla casa imperiale di Adrianopoli, è stato addestrato non solo all’arte della guerra , ma anche educato alla conoscenza della cultura classica. La sua conversazione in lingua greca e latina attira l’attenzione del bailo.
"Il mio segretario - dice ser Benedetto al guerriero turco ­mi sussurra che non ha mai ascoltato un giovane così ben preparato e conoscitore della lingua di Cicerone e di quella degli antichi filosofi della Grecia. Anch'io devo correggere le mie opinioni sui nuovi conquistatori ottomani che riescono a governare popoli che una volta erano governati dal basileus. Ho conosciuto durante i miei viaggi in Egitto e in Siria dei mercanti arabi conoscitori di tutte le opere dei filosofi greci ed in possesso di splendidi palazzi. Le loro case sono dotate di biblioteche piene di opere dei grandi storici e filosofi del passato".
"Mi stupisco - replica il principe ottomano - che un nobile patrizio della Serenissima Repubblica non conosca i costumi e le usanze delle grandi famiglie turche ottomane. Il loro dominio si sta espandendo in tutto l'Oriente e ben presto anche l'Occidente sarà alle dipendenze della volontà del sultano. La formazione di un grande impero richiede che i figli delle nuove case regnanti siano preparati alla guerra e ad imporre un nuovo diritto.
La legislazione, imposta dai nuovi conquistatori, è basata sia sulle antiche tradizioni dei nostri padri, sia sulla cultura assorbita dagli Arabi. I grandi condottieri, per governare i popoli e le terre conquistate, hanno saputo, fin dall'inizio, rispettare la cultura dei nuovi sudditi e farla propria. i miei padri hanno appreso un nuovo modo di vivere e una nuova sapienza dai dotti Arabi.
Agli uomini del deserto è stato rivelato un modo di essere uomini che permette di rispettare l'ordine della natura e di costituire delle comunità su norme rispettate da tutti. Questa nuova possibilità ha dato loro la capacità di attirare e di convincere tante popolazioni a vivere secondo regole giuste, cioè più rispondenti alle esigenze dello spirito umano. Tutto l'Oriente si è adeguato a questo nuovo modo di essere uomini e gli Arabi hanno costituito dei grandi imperi senza cancellare la sapienza dei popoli sottomessi. Molti di loro hanno migliorato e arricchito la conoscenza umana con un sapere sempre più ricco di cognizioni che rivelano i segreti nascosti nelle cose dei nostro mondo.
Tutto quello che viene acquisito dalla ragione umana si tramanda alle nuove generazioni e si diffonde tra le popolazioni. Il sapere degli Egiziani, degli Assiro-Babilonesi, degli Ebrei, dei Greci, dei Romani, dei Cristiani, degli Arabi, è stato assorbito dal nostro popolo. I Turchi hanno appreso tutte queste conoscenze e le hanno impiegate per costituire dei nuovi regni. Dopo i periodi delle grandi culture, seguono sempre nella storia i periodi di cambiamento, causati dai popoli che hanno la capacità pratica e la forza di applicare le nuove idee al contesto delle comunità umane che evolvono verso nuove aggregazioni in territori diversi.
Ora spetta agli Ottomani governare e imporre la loro volontà, perché hanno la capacità di dominare e di imporre le loro regole di vita. Quello che vogliono le popolazioni è di vivere sereni e disporre di quello che necessita al sostentamento delle famiglie. Tutti coloro che accettano di essere governati dai sultano possono liberamente continuare le loro attività. La sottomissione garantisce a loro una nuova prosperità sotto il volere del sultano. Tutti devono riconoscere il nuovo Signore che si fa chiamare Sultano dei Romani.
"Come possono sussistere - afferma Giovanni VIII - due imperatori con due culture diverse sul territorio che per più di un millennio è stato governato con la legislazione ereditata da Costantino il Grande? Il grande condottiero romano in questa città stabilì la una nuova capitale dell'Impero romano e fece erigere un monumento alla Santa Sapienza. La Nuova Roma ha dominato per tanti secoli perché il suo dominio si è sempre fondato sul diritto di ciò che è giusto per qualsiasi uomo. La cultura del giusto è condivisa da tutti perché ogni persona riceve quello che gli è dovuto secondo le sue condizioni e le sue origini.
Mio padre, Manuele II, rispetta la supremazia dei sultano sulle terre da lui conquistate ed è sempre stato in ottimi rapporti con i signori ottomani che riconoscevano il suo titolo di basileus. Se la sua designazione imperiale è ostacolata, non rimane che chiedere aiuto all'Occidente o trovare un principe ottomano che posa prendere le sue difese nei confronti di un giovane sultano che non rispetta le sue prerogative di dominio su questa città".
"Il nodo della questione - dice il giovane interlocutore - è proprio questo dominio sulla città che è il centro di tutto il commercio. Chi domina questo centro è signore di tutto il mondo. Al sultano spetterebbe il dominio su questo centro commerciale e al basileus potrebbe essere riconosciuta la sua autorità sugli abitanti della città. Al sultano dei Romani spetta la capitale dei Romani perché ha conquistato tutte le terre e le popolazioni che una volta appartenevano all’Impero romano d'Oriente.
Se la casa dei Paleologi non si sottomette alla volontà del sultano, non si può ripristinare la pace in questo crocevia di rotte commerciali. Un dominio su tante popolazioni non può reggersi su due capitali diverse. Una sola deve essere la capitale e questa è Costantinopoli. Il basileus potrebbe governarla in nome del sultano, rispettando la sua volontà e versando al suo erario una parte dei proventi derivanti dal transito delle merci.
La diversità delle culture tra le due case imperiali può trovare un giusto accordo, come si è verificato con i possedimenti dei conventi della Penisola Calcidica. Il governo ottomano chiede ai proprietari dei beni immobili una semplice sottomissione alla sovranità del sultano e il pagamento di una parte dei proventi. La costruzione della Santa Sofia è riconosciuta sacra dalle culture di tutte le popolazioni dell'impero ottomano e il sultano garantisce la sua incolumità".
"Per più di un millennio - afferma ser Benedetto - si sono consolidate delle norme commerciali, tra l'Occidente e l'Oriente, garantite dall’imperatore. Il prezzo delle merci è stato stabilito dopo un attento esame dei noli e delle tasse imposte dai vari governi. Le continue guerre di conquista degli Ottomani hanno causato l'interruzione di flussi commerciali dai paesi del Nord e uno scompiglio in tutto il Mar Egeo.
Le carovane che portavano la seta da Bagdad a Trebisonda sono state dirottate per altre vie più costose. La Serenissima Repubblica è costretta a spendere una notevole quantità di ducati in oro per la costruzione di galee per la protezione dei convogli che attraversano il Mediterraneo. L'atteggiamento dei sultani nei confronti delle potenze marittime cambia con le loro successioni. Alla loro morte sorgono molti pretendenti che creano scompiglio per la loro ricerca di sostenitori stranieri che appoggino la loro ascesa. La mancanza di regole certe rende l'attività commerciale priva di sicurezza. I tempi di partenza e di arrivo delle merci richiedono di essere rispettati per il rifornimento dei mercati e delle fiere che si tengono in determinate date.
L' insicurezza spinge i mercanti e i loro governi a stringersi attorno alla casa imperiale dei Paleologi e a difenderla anche con notevoli costi pur di garantire la regolarità del traffico commerciale che passa per la città. Le sue mura sono solide e il porto è presidiato dalle potenze marinare dell'Occidente".
"L'attuale situazione - risponde il principe - è soltanto momentanea e tutto il settore commerciale prima o poi troverà una sistemazione più rispondente alle forze in gioco. Io ho chiesto aiuto al coimperatore per diventare sultano e ricambierò l'ospitalità se riuscirò nel mio intento".
"La mia città - interviene Giovanni VIII - apre le porte a tutti coloro che vogliono farla prosperare e le chiude a chi vuole sostituirsi a colui che è stato designato a governarla. Anche il sultano vi potrebbe essere accolto se rinunciasse alle sue pretese di dominio. La forza delle armi non basta a far aprire le porte se a difenderle ci sono coloro che credono nella giustizia e nel diritto dei Romani ad esprimersi secondala cultura dei loro padri e ad esercitare liberamente le loro attività commerciali. Il potere delle armi passa con il tempo ma le radici profonde di una cultura, basata sulla libertà dello spirito umano, emetteranno nuovi germogli dopo l'esplosione degli odi e degli egoismi di possesso. Le grandi potenze dell'Occidente sono sempre disposte a presidiare le mura di questa città che è la loro fonte di ricchezza".
"La città potrà resistere - interrompe il guerriero ottomano - se arriveranno le navi colme di soldati e di rifornimenti. Quando la potenza ottomana bloccherà l'ingresso al porto con la chiusura degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, la città non avrà più le forze sufficienti ad arginare l'ondata delle milizie assetate di bottino che si scaglieranno contro le mura terrestri.
Il governo di Adrianopoli recluta, nei territori conquistati. tutti i falegnami e i costruttori di navi che una volta costruivano le navi per il basileus. Anche i costruttori navali delle città latine vengono allettati con paghe esorbitanti. La loro maestria serve a costruire le navi che ostacoleranno la supremazia delle potenze marinare dell'Occidente. Se l'imperatore di questa città non dispone di forze autonome, in grado di respingere gli attacchi del sultano, la città cade e gli abitanti vengono fatti schiavi. Prima o poi lascerò questa città e affronterò il mio destino.
Costantinopoli è città di pace e non è la mia città. lo amo la guerra perché mi permette di conquistare il potere ed ottenere il dominio sulle popolazioni. Il commercio non è la mia aspirazione e non mi consente di esprimere la forza racchiusa nel mio spirito e nelle mie braccia. Sono nato per galoppare nelle distese sconfinate dei campi di battaglia e intendo conquistare il trono imperiale degli Ottomani. Mio padre era sultano e anch'io voglio dîventarlo, anche se mio fratello, più anziano di me, si è già seduto sul trono."
"Il tuo ardore giovanile ti fa onore - dice il ballo - ed apprezzo il tuo desiderio di combattere e di coprirti di gloria. L'ospitalità del mio coimperatore potrebbe tradursi in una profonda riconoscenza se tu impegnassi le tue energie e il tuo esercito personale per difendere questa città e i suoi traffici. Non basta desiderare di diventare un grande sultano, occorre anche la capacità di riflettere e di stipulare giuste alleanze per impiegarle nel tempo e nel modo più giusto, secondo il momento propizio. La città dispone di uomini saggi che ti possono aiutare a vagliare più attentamente i tuoi propositi e a forgiare il tuo carattere prima di intraprendere un grande progetto. Le grandi potenze marittime, interessate a questa città, potrebbero aiutarti nel tuo desiderio, se ti impegni a riconoscere il ruolo del basileus e a salvaguardare i suoi diritti imperiali."
"La mia riconoscenza - replica il principe ottomano -- nei confronti di Giovanni VIII è stata dimostrata con un dono che è un pegno di amicizia che può sostenere l'incolumità di questo grande emporio commerciale. L'arbitrato della casa paleologa su tutto il traffico, di mercanzie è riconosciuto dalla mia scelta di essere sostenuto dal coimperatore".
"Non bisogna dimenticare che anche la città di Tessalonica sta vivendo un brutto momento - sostiene il principe Tommaso, terzogenito dell’imperatore - ed è continuamente assediata. I rifornimenti giungono soltanto con le navi. Tutta la Macedonia è stata conquistata e la città, considerata il secondo emporio più importante dell'impero per il traffico commerciale e per le sue industrie, rischia la distruzione completa. Le industrie non ricevono più le materie prime e i mercati sono sprovvisti delle merci dell'entroterra. Il fiorente flusso commerciale con la capitale dell'impero si sta spegnendo e la città sta sopravvivendo con i rifornimenti che arrivano con le galee veneziane.
Il Serenissimo Governo di San Marco, pur avendo stipulato un contratto si pace con il sultano è continuamente costretto a difendere il porto della città per salvaguardare il suo traffico commerciate. Io, despota della città, non riesco più a tenere a bada il partito dei bottegai e piccoli commercianti, perché non hanno la possibilità di sfamare le proprie famiglie. Le casse dei principato sono vuote, perché non sono più alimentate dai proventi commerciali. La situazione è drammatica e sono venuto a chiedere aiuto a mio fratello per sostenere il governo della città ".
"Anch'io sono qui - interviene prontamente Teodoro II - ­per sostenere il governo della Morea. L'esercito del sultano, attraverso l'Istmo di Corinto, cerca di penetrare nel mio despotato e conquistare tutta la regione. Le fiorenti città dell'Attica non mandano più i loro manufatti perché tutto il flusso commerciale, proveniente dalla Beozia e dalla Tessaglia, è stato bloccato o dirottato verso i mercati controllati dagli Ottomani. La mia corte è mantenuta con il commercio sostenuto dai mercanti veneziani che difendono le rotte commerciali verso la capitale dell'impero e verso le città dell'Occidente.
Molti principi e signori latini sono interessati al centro culturale, sostenuto dai dotti dell'impero che si sono rifugiati presso la mia corte. Mia moglie Cleofe mi spinge a proteggere e ad accogliere tutti i dotti dell'impero e a promuovere ogni espressione artistica. Grandi monumenti ed opere d'arte abbelliscono la città di Mistrà, centro politico e commerciale del mio piccolo principato.
Le minacce ottomane assorbono la maggior parte dei proventi del mio piccolo stato servono per pagare i soldati e per ottenere la protezione delle galee che inalberano il Leone di San Marco. La salvezza del mio governatorato dipende dalla sopravvivenza del centro commerciale della capitale dell'impero. Le famiglie aristocratiche della Morea mandano i loro figli a combattere sulle mura di questa città. Il loro sacrificio è il pegno della devozione al basileus che ha speso tante energie per proteggere il despotato. I giovani guerrieri, eredi del valore degli antichi Spartani, preferiscono morire in questa città, per difendere le sue porte.
Costantinopoli è l'ultimo baluardo che custodisce la storia e la cultura greco-latina. Se la città viene conquistata dai guerrieri che provengono dall'Est, tutta l'antica cultura dei loro padri viene abbattuta e su di essa nascerà un altro modo di vivere e di vedere il mondo. I principi latini che sono cresciuti secondo il pensiero e le leggi dei nostri saggi non avvertono l’importanza di questa città. Mio padre ha cercato di stipulare patti di sangue con i signori dell'Occidente, favorendo il mio matrimonio con una donna latina. Anche mio fratello ha sposato una donna del Monferrato per portare nuova linfa e nuovo vigore.
La salvezza della Nuova Roma può venire solo dal luogo dove nacque il diritto dell'uomo di essere libero. Dalla capitale dell'antico impero dei Romani può venire l'aiuto che il basileus e suo padre hanno sempre invocato. Il papa Martino V è figlio di quella antica città che custodisce la fonte della libertà a cui aspira ogni persona per progredire e per acquisire un vero benessere. La mia devozione al sua augusta persona è continuamente proclamata con la richiesta di aiuti concreti per sostenere la casa dei Paleologi".
"Anche la Serenissima Repubblica - esclama il bailo - avverte la necessità di arginare l'avanzata inarrestabile dei guerrieri ottomani. Il loro valore e la loro intelligenza rende vani tanti sforzi per combattere il loro poderoso esercito che abbatte ogni difesa. L'unica arma per combatterli è la mediazione e la capacità di convincerli a favorire il commercio che porta ogni beneficio ed è la fonte vera della ricchezza. I giovani sultani fanno fatica a capire la necessità di tenere aperte le vie commerciali. Molte volte devo avvalermi dell'aiuto dei saggi mercanti ottomani, al fine di ottenere dei salvacondotti o dei permessi speciali per fare circolare le merci sotto lo stendardo del Leone alato di San Marco.
La colonia turca di questa città è piena di ricchi mercanti che desiderano soltanto commerciare. Tra di loro spesso nascono accese discussioni, per trovare una soluzione al conflitto che impedisce alla città di tenere aperte le. porte delle mura terrestri e far transitare le merci destinate ai mercati. Il. loro governatore, ricco mercante che in varie occasioni dell'anno mi invita a gustare ì succulenti cibi turchi, mi accompagna spesso presso il governo imperiale di Adrianopoli per perorare la causa commerciale. La sua intercessione ha sempre avuto buoni frutti quando il basileus favoriva le istanze presso il governo ottomano. Il giovane sultano Murad II si sente ostacolato nella sua azione imperiale e vorrebbe vedere prove tangibili di amicizia da parte della casa paleolaga”.
"Mio padre - interviene il coimperatore - mi consiglia dì non intromettermi nelle faccende familiari della casa imperiale di Adrianopoli. Come posso rimanere insensibile alle richieste di soccorso che mi provengono dai principi e alle loro attestazioni di amicizia? Anch'io sono giovane e mi sento di aiutare chi mi chiede ospitalità e mi promette di essere amico di tutti gli abitanti di questa città. La mia dimora è sempre aperta a chi bussa per essere aiutato, anche se ci sono dei rischi da non sottovalutare. Il futuro mi è sconosciuto e nel presente vedo soltanto gli occhi di chi mi chiede aiuto”.
Il nocciolo della questione - dice il principe ottomano - non è l'ospitalità concessa alla mia persona ma il potere dell'imperatore che non può essere diviso tra due persone perché spetta solo al più forte. Le usanze del mio popolo si basano ancora sulle leggi della natura dove chi ha più forza domina gli altri ed è padrone di tutto. La supremazia del più forte crea l'ordine secondo natura che dà vita ad una gerarchia subordinata. Ognuno riceve dall'alto un potere secondo la volontà di chi lo precede nella gerarchia. Al sultano spetta tutto e lui decide a chi concedere onore e potere. L'esercito è alle sue dirette dipendenze e lo segue nella sua azione di potere. Chi ottempera ai suoi desideri può vivere e prosperare perché è suo amico, mentre chi lo ostacola viene eliminato o fatto schiavo, perché impedisce al potere di avere il suo corso naturale.
Il basileus non ha un esercito in grado di contrastare il sultano ma si nasconde dietro delle mura di pietre e di mattoni. Le porte chiuse della città lo irritano perché l'imperatore dei Romani non apprezza la sua amicizia e non vuole vivere in pace. La resistenza al sultano e lo spargimento di sangue dei suoi amici diventano il presupposto per la schiavitù e la strage. Questa città è al centro delle sue conquiste e deve diventare una sua proprietà. La questione della cultura, ritenuta essenziale per ostacolare il dominio dell'imperatore turco, è soltanto una opposizione che pregiudica la sua offerta di pace in cambio di una semplice imposta,. Il rifiuto della sua amicizia in nome di una cultura, ritenuta condivisione di usanze e costumi di comunità, crea un continuo stato di incomprensione e di guerra".
"Le tue idee sono apprezzabili - sostiene ser Benedetto - ­ma non tengono conto che lo spirito dell'uomo aspira alla libertà, cioè alla possibilità di poter decidere non solo secondo ragione ma anche secondo i sentimenti che nascono dal profondo del cuore. Le cose della natura hanno le proprie leggi che permettono uno sviluppo secondo un ordine già prestabilito, L'uomo, oltre al corpo che segue la legge naturale, avverte in sé uno spirito di libertà che è ricerca di progredire secondo la propria volontà interiore. La scelta autonoma di un modo di vivere non può essere imposta da chi si ritiene il più forte perché cadrebbe il presupposto della scelta individuale di libertà. L'amicizia imposta con la forza non è condivisione di arricchimento reciproco ma un ricatto, perché costringe l'interlocutore ad accettare una interazione che non corrisponde al suo desiderio.
Il basileus ed il coimperatore non vogliono cedere la città al dominio del sultano perché ritengono di essere gli eredi degli imperatori che per più di un millennio hanno governato questa capitale. Questo dominio ritenuto da loro sacro, cioè ottenuto secondo una Volontà che si è manifestata al popolo per tanti secoli, non può essere ceduto secondo una richiesta di amicizia che è la semplice espressione di una volontà basata sulla forza fisica. Nella cultura dei Romani, la forza dello spirito dell'uomo è ritenuta più grande di quella che proviene da un esercito. Tanti eserciti si sono scagliati contro le mura terrestri della città e questo ricordo rafforza lo spirito dei suoi abitanti a resistere e a sperare in un futuro migliore".
"L'amicizia e l'ospitalità ricevuta - afferma il principe ottomano - sono per me motivo per augurare al Signore di questa città e ai suoi discendenti i poter regnare per salvaguardare questo grande centro commerciale, dove ogni uomo può liberamente scambiare la propria mercanzia. L'appartenenza al popolo turco non mi impedisce di essere amico e di manifestare la mia riconoscenza e la mia solidarietà. La cultura di questa città non è lontana da quella che mi hanno trasmesso î miei precettori. Alla stessa sorgente attingono gli uomini provenienti dai vari punti della Terra ed ognuno ha il recipiente che gli è stato assegnato. Tutto ciò che è stato rivelato e trasmesso ci porta a condividere i valori più profondi e a comprendere le passioni che scaturiscono dalla nostra umanità.. Il desiderio del potere assoluto scaturisce dalla natura fisica dell'uomo che è simile a tutti gli esseri viventi. Nella vita ognuno lotta secondo la vitalità interna della propria specie. Il basileus ha tutte le ragioni per opporsi a chi insidia la sua supremazia, ma deve avere anche la linfa vitale della forza fisica per farle valere. Anch'io ho le mie ragioni per pretendere il posto del sultano e devo fare affidamento sulla forza dei miei sostenitori per diventare imperatore".
"Le tue motivazioni sono comprensibili - sostiene ser Benedetto - ma le istituzioni delle comunità cercano tutti i mezzi per impedire l'emergere di passioni individuali. L'emergere di forze che possono ledere l'equilibrio che permette a tanti uomini, uniti dagli stessi ideali, di vivere secondo un benessere comune, è combattuto secondo le leggi delle città- Le energie giovanili dovrebbero essere incanalate ad alimentare le forze di coesione di un popolo e non a disgregare le comunità. Le tue aspirazioni scaturiscono da natali regali ma dovrebbero avere delle fondamenta solide, fatte di legittimità e di motivazioni concrete, scaturite dalle necessità di tutto il tuo popolo.
La serenissima è molto preoccupata per le lotte tra i principi della casa imperiale ottomana, perché coinvolgono il basileus e i despotati dei suoi figli. Il commercio di questa città è ostacolato dai provvedimenti di sicurezza lungo le mura terrestri e dalle deviazioni di carovane lungo le vie commerciali dell'Anatolia. Le famiglie dei piccoli artigiani e delle piccole botteghe risentono delle continue interruzioni nel flusso dei rifornimenti. L'aumento delle tasse e delle imposte, per far fronte agli assedi dei guerrieri ottomani, sta eliminando il piccolo commercio interno".
"Apprezzo le considerazioni e le preoccupazioni del nobile Benedetto - afferma il coimperatore - ma il principe Mustafà ha i suoi diritti da far valere e a me non dispiace essere amico di chi sa essere riconoscente. Si tratta di favorire l'ascesa di un amico al trono imperiale ottomano. La riuscita dell'impresa va a vantaggio della città".
Il Grande Cerimoniere fa suonare le dodici trombe d'oro ed impone il silenzio nella grande basilica. Giovanni VIII si alza dal suo divano e si dirige verso il grande trono, rivestito d'oro, collocato sopra una piattaforma, a pochi metri dalla tavola imperiale. Un grande sipario di seta purpurea viene alzato per nascondere il movimento dei coimperatore. L'organo della basilica diffonde un soave musica di attesa. Gli eunuchi fanno apparire il futuro imperatore sul trono con al fianco la sua giovane consorte. La coppia imperiale si eleva su tutti e riceve le acclamazioni di rito pronunciate dai grandi dignitari imperiali: «Gloria al basileus. Viva Giovanni». Il momento più atteso dell'anno è vissuto con trepidazione dagli aristocratici.
L'imperatore toglie l'anello d'oro dalla pergamena e legge i nomi dei grandi funzionari a cui affida la gestione dei monopoli dell'impero.
Il primo ministro, il Grande Logoteta, chiama gli aristocratici designati: "Foinicantros, arconte del monopolio della seta e delle manifatture di porpora, rendi omaggio al basileus e dimostri la sua riconoscenza".
L'aristocratico, coperto di vesti di seta con grandi frange d'orate e con una grossa collana al collo, avanza nella sala seguito da sei uomini che portano tre forzieri d'argento. La gratitudine per il beneficio concesso è dimostrata con un dono all'erario. imperiale in oro, argento e pietre preziose, diviso in tre casse. Il funzionario si prostra davanti al trono imperiale ed esclama: "Lunga vita al basileus ".
Foinicantros, diventa l'uomo più importante della città perché è il responsabile di tutte le industrie della seta presenti nel territorio urbano. Tutto il commercio della seta è sottoposto ad un rigido controllo, Le quantità che entrano ed escono dalla città devono bilanciare la produzione interna della seta grezza, la produzione dei tessuti pregiati di seta e la loro tintura. Al monopolio è strettamente legata la produzione delle manifatture di porpora, destinate ai re, ai principi ed ai grandi dignitari dell'impero e dei regni stranieri. Ogni pezza di porpora, per uscire dalla città deve essere registrata secondo il regolamento del Prefetto. I mercanti sono tenuti a comprare tutte la seta prodotta dall'industria locale e provvedere alla sua commercializzazione. La mancanza di rispetto dei regolamento è severamente punita dall'arconte preposto alla giurisdizione del commercio.
Gli altri beneficiari delle concessioni imperiali sono gli aristocratici Xrusantros per la Zecca imperiale, Timemantros per la riscossione delle imposte commerciali, Tamiantros per la gestione delle spese militari e Teicantros per le costruzioni pubbliche e private. Ognuno dimostra la sua riconoscenza con il pagamento pubblico e anticipato del beneficio ricevuto. I grandi beneficiari sono gli uomini più acclamati e più invidiati perché diventeranno i più ricchi della città.
CONTINUA....