martedì 25 ottobre 2011

Il Paese chiede una politica per la crisi

UNA SICURA OPPORTUNITÀ
DI ACCESSO AL LAVORO
Presidente vogliamo lavoro – gridano gli operai il 13 ottobre 2011, in occasione di una visita di Giorgio Napolitano alla Fincantieri di Genova – ci dia una mano”.
Nel paese per il Capo dello Stato c’è “una persistente difficoltà di intraprendere nuove iniziative economiche e di conseguire una occupazione stabile e consona alle attitudini e capacità acquisite”.
Lo Stato ha il delicato e gravoso dovere – afferma il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana – di provvedere alle opportunità di accesso al lavoro nei vari ambiti”.
L’Ufficio Studi della Confartigianato rileva che sono quasi 2 milioni in Italia i giovani tra i 25 e i 34 anni senza lavoro. L’Italia ha il primato negativo in Europa per il più alto tasso di guiovani inattivi: 25,9% a fronte del 15,7 della media europea.
L'esecutivo non ha ancora compreso la gravità della situazione. I valori fondamentali della società (la persona umana, la famiglia, la sussidiarietà, la solidarietà) passano in secondo luogo nel sistema Stato – mercato che impone le proprie concezioni individualistiche nell’attuale mondo globalizzato, dove le regole del mercato non tengono conto della dignità della persona umana.
Lo Stato è il primo responsabile di tutta la politica del lavoro, cioè è il datore di lavoro indiretto che deve provvedere all’emanazione delle leggi che disciplinano il settore lavorativo. Le attività delle società produttive, direttamente responsabili perché determinano i contratti e i rapporti di lavoro, esigono una politica che garantisca il rispetto degli inalienabili diritti delle persone.
La difesa degli interessi esistenziali dei lavoratori in tutti i settori produttivi è resa possibile soltanto da uno Stato che dispone di istituzioni che considerano la persona umana come soggetto del lavoro e non come “merce”. La responsabilità primaria in una società civile e politica spetta all’autorità politica, intesa come funzione essenziale senza la quale la persona umana non può acquisire il bene comune, indispensabile alla sua vita e a quella di tutta la società civile.
Il compito delle persone, investite di potere politico, è quello di emanare una legislazione che garantisca un'ordinata convivenza sociale nella vera giustizia perché tutti i lavoratori possano trascorrere una vita dignitosa. La legge civile deve assicurare soprattutto i diritti fondamentali che appartengono alla persona.
Il lavoro è una dimensione fondamentale dell'esistenza dell'uomo che rimane sempre il soggetto della sua attività e di qualsiasi prodotto che ne scaturisce. In questa dimensione soggettiva c’è il fondamento della dignità del lavoro umano. Il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso che ne è l’artefice.
Il lavoro è un bene essenziale perché con esso l’uomo realizza se stesso ed espleta la sua libertà nella comunicazione con gli altri per la creazione del bene comune, necessario al benessere materiale e spirituale della società civile. L’operaio ha anche una vita familiare che è un suo diritto e una sua vocazione naturale. La sua attività è condizione per la nascita e il mantenimento della famiglia, ritenuta cellula primordiale di tutta la comunità civile. La perdita del salario del capo famiglia mina alla radice l'unità fondamentale della stessa società.
L’esigenza di creare ricchezza e sostenere la competizione nel mondo globalizzato non può tralasciare la preminenza dei valori essenziali e il mantenimento della coesione sociale.
La globalizzazione, che mira soltanto al primato dell’economia e della finanza, scardina l'economia sociale di mercato, controllata dalle leggi che salvaguardano le varie attività che producono ricchezza e benessere. La liberalizzazione degli scambi commerciali e la deregolamentazione delle attività d’impresa dà riconoscimento a quei poteri forti del mercato globale che portano a considerare preminente la competizione tra i mercati nazionali e le varie imprese di profitto, spingendo all’estremo la competizione tra i vari soggetti dell’economia.
Lo sviluppo economico, derivante dalle idee economicistiche e materialistiche del mercato globale, dissolve i legami sociali, perché si basa sull'opera degli individui lavoratori, considerati semplici mezzi di produttività e non come persone, dotate di ragione e di libertà, cioè soggetti di ogni attività umana.
Gli ordinamenti democratici dello Stato non possono essere soggiogati dal relativismo etico di coloro che non considerano essenziali, per il bene comune della società, i veri valori del popolo italiano che sono la dignità della persona umana che lavora, il mantenimento della sua famiglia, la sussidiarietà nel controllo dell’applicazione delle norme e la solidarietà sociale. “Mentre la questione sociale esplode sostiene Pier Ferdinando Casini si parla di processo lungo o breve. È surreale la distanza fra governo e Paese”.

mercoledì 19 ottobre 2011

Gli Italiani vogliono una politica per affrontare la crisi

EGOISMI ED OPPORTUNISMI
IMPEDISCONO LA CRESCITA
“La disoccupazione e la frustrazione giovanile – dice Giorgio Napolitano il 19 ottobre 2011 alla cerimonia per i nuovi cavalieri del lavoro – devono essere al centro delle nostre preoccupazioni. Dobbiamo avere l’assillo di dare risposte alle istituzioni europee e alle richieste dei giovani. Si guardi con coraggio agli interessi comuni di più lungo termine. Attenzione alla protesta pacifica in uno con il rifiuto e il dovere del rigore contro inammissibili violenze”.
Il Capo dello Stato manifesta la sua preoccupazione per la coesione sociale, l’equilibrio democratico e la convivenza civile. Per Napolitano occorrono “impellenti scelte di riforma strutturale e stimolo alla crescita”. Si tratta di “riconoscere come problemi di tutti quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani suscitano, per effetto della precarietà e incertezza, pesanti interrogativi per il futuro. Bisogna “proiettarsi oltre approcci legati a pur legittimi interessi settoriali.
“La priorità assoluta dell’Italia - sostiene Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia – è oggi uscire dalla stagnazione riavviando lo sviluppo con misure strutturali. La bassa crescita dell’Italia è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle giovani generazioni”.
Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, invoca una immediata attuazione della riforma fiscale e assistenziale. Ivan Malavasi, presidente di Rete imprese, chiede un maggiore impegno contro il sommerso che è ritenuto un “cancro” che determina uno svantaggio competitivo da eliminare. “Ci vuole un Piano Decennale – sostiene l’economista Marco Vitale – per poter traghettare l’Italia fuori da questa situazione attraverso dismissioni, sviluppo del reddito e la diminuzione della macchina politica che è la più costosa del mondo”.
“Il governo con la maggioranza numerica – sostiene Beppe Pisanu, presidente della Commissione Antimafia – non è in grado di reggere i pesi dei problemi che incombono e il Parlamento non è in grado di cambiare il governo”. Si tratta di “debolezza politica”. Una delle cause di questa situazione è “l’intreccio che si è creato tra crisi economico-finanziaria e crisi politica, l’una alimenta l’altra. La soluzione è una grande alleanza che sia in grado di rimettere l’Italia in camminata e di rassicurare i mercati e la comunità internazionale sulla serietà delle nostre intenzioni. Casini può dare un contributo per la nascita e la guida di un movimento politico liberale, laico e cattolico che metta a disposizione delle forze del mutamento, specialmente dei giovani e delle donne”.
I sostenitori del “partito della nazione” sono chiamati a “mantenere desta la sensibilità” per il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, di fronte ai rappresentanti del popolo che hanno piegato la propria ragione “all’attrattiva dell’utilità individualistica” a danno delle persone che costituiscono la comunità civile. Occorre vincere lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del denaro pubblico che sono ancora oggi le “le male bestie” di Luigi Sturzo.
Il superamento degli egoismi, cioè il trionfo della giustizia sociale, costituisce il fine dell’agire politico per eliminare gli ostacoli dei cittadini che hanno diritto ad “una vita buona”, fatta di prosperità materiale e spirituale. Il bene comune comprende non solo i servizi di utilità pubblica o di interesse nazionale, ma anche l’integrazione sociologica di tutto ciò che vi è di coscienza civica, virtù politiche, senso del diritto e della libertà, rettitudine morale, amicizia, felicità e virtù nelle vite individuali dei membri della società civile.

lunedì 10 ottobre 2011

Uomini e donne che realizzano il bene comune

PER L'EMERGENZA OCCORRE
UNA NUOVA CLASSE POLITICA
“L’Italia non crescerà - ha detto Giorgio Napolitano – se non tutta insieme, dal Nord al Sud, se non metterà a frutto le risorse e le potenzialità della nostra gente. I giovani hanno bisogno di avere speranza e noi dobbiamo dare questa speranza. La Politica siamo tutti noi”.
“La priorità assoluta dell’Italia – ha sostenuto Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia - è oggi uscire dalla stagnazione riavviando lo sviluppo con misure strutturali. Si stanno sprecando risorse e stiamo mettendo a repentaglio non solo il futuro ma quello del Paese intero. La bassa crescita dell’Italia degli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle giovani generazioni”.
La disoccupazione e la povertà crescono in modo considerevole e lo squilibrio tra Nord e Sud si accentua sempre di più. Precarietà del lavoro, disoccupazione, disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. “La globalizzazione resta non governata - ha sostenuto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana – e sempre di più tende ad agire dispoticamente prescindendo dalla Politica. L’Italia non si era mai trovata tanto chiaramente dinanzi alla verità della propria situazione”.
L’imprenditoria italiana chiede la riforma del fisco. “Dobbiamo prevedere – ha sostenuto Ivan Malavasi, Presidente di Rete Imprese Italia – un sistema che premi, stimoli e agevoli l’efficienza produttiva delle imprese. Dobbiamo anche poter arrivare, per la singola impresa, a ridurre il carico fiscale sugli incrementi di reddito dichiarati”.
“L’unico modo per uscire dalla crisi politica, economica e sociale – ha sostenuto Lorenzo Cesa, segretari dell’Udc - è recepire con i fatti, e non solo a parole, il richiamo del Capo dello Stato e quindi lavorare da subito in Parlamento a provvedimenti condivisi che affrontino le grandi questioni che interessano davvero i cittadini italiani”
È auspicata da Benedetto XVI una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune”.
Il bene comune del popolo, inteso come vita buona, cioè conforme alle esigenze e alla dignità della natura umana che esige una vita moralmente giusta e felice, è il fine della politica. Questo bene deve fluire su ogni membro della comunità civile.

La politica sarà considerata giusta se realizza il compimento del bene comune, cioè se crea prosperità materiale quale presupposto per l’elevazione spirituale dell’esistenza umana. Il bene comune si realizza se tutta la comunità è coesa nella giustizia e nell’amicizia civica che sono le forze conservative della società.

L'attività dei rappresentanti del popolo non deve essere fondata sull’avidità, la gelosia, l’egoismo, l’orgoglio e l’astuzia, ma sui bisogni più intimi della vita delle persone e dell’esigenza della pace, dell’energie morali e spirituali dell’uomo.

Il superamento degli egoismi, cioè il trionfo della giustizia sociale, costituisce il fine dell’agire politico che diventa leva che trasforma l’ingiusto in giusto. L'azione del testimone del popolo non è semplice sopportazione, cioè non è calma imperturbabile, ma è provocazione che mira ad eliminare gli ostacoli della vita dei cittadini per la pace e la riconciliazione sociale.

La vita democratica dovrebbe essere un’organizzazione razionale di libertà eticamente e umanamente fondata. La società politica è destinata allo sviluppo delle condizioni di ambiente che portano la moltitudine a un grado di vita materiale, intellettuale e morale conveniente al bene e alla pace del tutto sociale.

Si tratta di realizzare una democrazia nella quale i cittadini non abbiano solo diritto di suffragio, ma si trovino impegnati in modo attivo nella vita politica del Paese. Lo Stato sia strumento a servizio della comunità civile, cioè lo Stato proporzionerà il suo modo di agire in rapporto ai valori della comunità.

Se si vuole proporre un partito per la nazione occorre raggruppare tutti coloro che vorranno dedicarsi a una certa concezione di democrazia da perseguire e dei mezzi idonei per il conseguimento della “vita buona” per tutti.

I valori del popolo iataliano (dignità della persona umana, famiglia, solidarietà, sussidiarietà), devono penetrare la cultura e promuovere il benessere della comunità civile.

sabato 1 ottobre 2011

Occorre risvegliare la speranza di una vera democrazia

NOSTALGIE DEMAGOGICHE
DI UN LONTANO PASSATO


“Negli ultimi tempi - ha affermato Giorgio Napolitano il 30 settembre 2011 alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli – io ho più volte ricordato l’Articolo 5 della Costituzione. Dice che la Repubblica è una e indivisibile, e subito dopo, lo stesso articolo riconosce e valorizza le autonomie locali. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nell’ambito della Costituzione e delle leggi. E nelle leggi non c’è spazio per la secessione”.
L'opinione del Capo dello Stato è stata chiesta dal professore Massimo Villone per le dichiarazioni di Umberto Bossi a proposito di “una via democratica alla secessione” del “popolo padano”.
Per il Presidente della Repubblica Italiana, il “popolo padano non esiste”. “La memoria degli eventi - ha sostenuto Napolitano - che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale”.
“Il Presidente Napolitano - afferma il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa – riesce meglio di tutti a interpretare il comune sentire degli Italiani. Occorre lavorare perchè cambino le cose, sperando che faccia altrettanto chi si ostina ancora in queste ore a pensare che la crisi del Paese si risolve evocando la “Padania” e la “secessione”.
“Il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia – ha sostenuto Pier Ferdinando Casini – è una grande occasione per una riflessione collettiva sul nostro passato e un ripensamento, per il futuro, del senso di appartenenza alla comunità nazionale. Purtroppo oggi il distacco tra la politica e i cittadini si è gravemente accentuato e le rivendicazioni del cosiddetto "federalismo", alimentate dalla Lega, mettono in discussione le ragioni stesse dell'Unità”.
Oggi lo Stato è in crisi perché troppo angusto per risolvere i “problemi del lavoro e della crescita economica” ed è troppo dilatato per rappresentare gli interessi elementari dei cittadini.
Si utilizzano gli slogan del “federalismo” e della “secessione” per affrontare la crisi economica – finanziaria imposta dal mondo globalizzato. Per i politici della Lega il “problema è l’obiettivo”, cioè la realizzazione del federalismo. Alcuni seguaci di Bossi sono convinti che “la Lega in questo momento sia l’unico partito che rappresenta il Contratto Sociale”. Rousseau dice che il popolo delega lo Stato a gestire alcune funzioni, quindi i politici. Noi sappiamo come scrive addirittura Jean Rousseau, che chi governa deve interpretare la volontà generale. Per citare il contratto sociale di Rousseau intendiamo rispettare il mandato che il popolo ci ha conferito e che è riportato sul Programma”.
La “volontà generale” di Rousseau, pensatore illuminista del Settecento, non è rappresentativa perché è solo un’autorità lontana dal popolo. Il popolo nell’unità di volontà generale rappresenta se stesso. La sua autorità è un potere forte e non ha bisogno di essere controllato dal basso. Il cittadino è costretto a fare quello che la volontà generale decide, in quanto non c’è possibilità di dissenso. Coloro che non si piegano alla progettualità astratta della volontà generale sono piegati con la forza.
Il pensiero del socialista Pierre-Joseph Proudhon, lettore del “Contratto Sociale” dello svizzero Jean-Jacques Rousseau, è ancora radicato nella Valle Padana. In Italia, i seguaci di Proudhon volevano realizzare nell’Ottocento una democrazia federalista con un patto (=foedus), un contratto tra le persone responsabili, come una nuova religione civile dell’umanità. La società veniva divinizzata; “quello che conta è la società e l’individuo non conta più nulla”. I “proudhoniani” italiani presentavano il federalismo come rivolta libertaria conto l’autoritarismo dello Stato dispotico. Si trattava di democraticismo.
Essenza del federalismo come movimento, per il politologo Gianfranco Miglio, è la partecipazione dei cittadini verso l’autogoverno responsabile. Il federalismo in sostanza dovrebbe presupporre un tessuto sociale robusto, una coesione sociale forte e una compagine politica vigorosa. La prospettiva federale non è dissolutiva, cioè non è disgregazione ma è liberalizzazione generale, pluralismo dinamico e auto emancipazione. Non si tratta di un restringimento della democrazia ma come allargamento, come meta della democrazia, cioè come autogoverno.
In tempi recenti, è avvenuto un equivoco dove “federalismo” appare come “vertigine scompositiva”, cioè si vuole plasmare lo spirito dell'eletore con l’idea che gli organismi della società politica debbano segmentarsi. Il “dispotismo” della maggioranza parlamentare si trasforma in demagogia con l'esaltazione “dell’etnos”, del “popolo padano”, cioè preminenza della comunità chiusa o ripiegamento sulla realtà del campanile. Si parla di “sovranità del popolo” e si invoca la “volontà generale” dell’assemblea parlamentare.
L'atteggiamento come quello etnicista che si ammanta del nome di federalismo ha radice nella paura. Si teme la globalizzazione e lo sconfinamento dei nuovi mercati vissuti come ribaltamento, cioè come voragine che viene ad aprirsi improvvisamente. Tutto ciò genera ansietà e ci si ripiega su se stessi. Si tratta di un problema psicologico collettivo dove il federalismo non ha nulla a che fare. Il federalismo solidale verso gli amici è solo spreco perché si aiuta chi non ha bisogno e sfigura l’ideale stesso di solidarietà se praticato per ottenere appoggio o voti politici.
Il popolo è oggi di fronte a un nuovo “male” rappresentato dal "democraticismo strisciante": le maggioranze parlamentari manifestano prevaricazione nelle decisioni delle Camere. Il mito della democrazia con il continuo richiamo al “dogma” del “popolo sovrano”, alla sua “volontà” o alla continua determinazione della “legge del numerosoffocano la democrazia.
La società politica italiana ha scelto la democrazia, ha stabilito di reggersi con forma repubblicana e costituirsi in Stato, retto da norme costituzionali. Il popolo italiano, come società politica costituita, cioè come insieme di coscienze personali che, avendo una storia in comune attestata dall’unità del linguaggio, avendo scelto di vivere insieme con giustizia e cultura civica, ha deciso, dopo la Seconda guerra mondiale, di autogovernarsi.
La Costituzione è l'evento fondamentale di convivenza. I rappresentanti del popolo sono investiti di autorità in modo limitato e la esercitano in nome del popolo nella forma di potere esecutivo nel Governo, nella forma di potere legislativo nel Parlamento e nella forma giudiziaria nella Magistratura. Il popolo rende partecipi della sua autorità i suoi rappresentanti senza vincolo di mandato e questi non possono emettere leggi senza il consenso dei cittadini.
L'azione del rappresentante del popolo deve alimentare il progresso della civiltà nel senso di arricchire il bene comune che è fatto di prosperità materiale e spirituale per tutti gli uomini e le donne.
La democrazia è un sistema politico in cui il popolo ha bisogno di testimoni che gli insegnino ad essere autenticamente popolo. Il corpo politico necessita persone che mantengano la tensione morale nella comunità civile, perché ha esigenza di ritrovare la propria identità attraverso l’azione di politici che sappiano promuovere il benessere sociale per tutti.