venerdì 28 gennaio 2011

Un popolo unito e solidale

IL VERO BENE DELL'ITALIA È
NELLA COESIONE NAZIONALE
Giuseppe De Rita, presidente del Centro Studi Investimenti Sociali, dà dell’Italia il 3 dicembre 2010, nel 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, tenutosi a Roma, il seguente giudizio: “Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili. Episodi di violenza familiare, bullismo, gusto apatico di compiere delitti comuni, tendenza a facili godimenti sessuali. Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori”.
Le famiglie vivono in ansia. Si riscontra “stanchezza verso la personalizzazione della politica. Leaderismo e carisma non seducono più: Quasi il 71% degli Italiani ritiene che nell’attuale situazione socio-economica la scelta di dare più poteri al governo e/o al capo dello del governo non sia adeguata per risolvere i problemi del Paese”.
Il problema degli Italiani nel 2007 era di non “aver fiducia nello sviluppo di popolo” perché le istituzioni e la cultura erano diventate “parole svuotate”, cioè valori che non significavano più nulla.
Da una realtà al collasso, da una società “mucillagine”, indifferente per un obiettivo comune, si era passati nel 2008 a una tenuta delle famiglie e del sistema imprenditoriale italiano. Il sociologo De Rita aveva notato una metamorfosi di fronte alla crisi globale, grazie al ruolo degli immigrati, dei piccoli imprenditori coraggiosi e a una gestione oculata dei consumi.
Il Rapporto 2009 del Censis aveva evidenziato la richiesta di aiuti per le famiglie con figli e per i giovani. Si avvertiva la necessità di “comunità”, cioè bisognava fare gli interessi di tutta la società civile.
Il nostro Paese nel 2010 per il Censis è stato dominato da “un inconscio collettivo, senza più legge, né desiderio”, cioè il rapporto tra la legge e i desideri è in crisi. “Siamo una società in cui gli individui vengono sempre più lasciati a se stessi, liberi di perseguire ciò che più aggrada loro senza più il quotidiano controllo di norme di tipo generale o dettate dalle diverse appartenenze a sistemi intermedi”.
“Tra tante difficoltà e tensioni - afferma Giorgio Napolitano – è essenziale che ciascun soggetto istituzionale, economico e sociale faccia più che mai la sua parte e il suo dovere e che continui ad operare bene nell’interesse del Paese. L’Italia deve guardare al futuro con più “ambizione” e l’imperativo è andare oltre i limiti, forzare la crescita oltre le previsioni che sono molto al di sotto delle nostre esigenze. Il tasso di crescita delle esportazioni, valutato nella misura di circa l’uno per cento nel 2011 e nel 2012, è minore del tasso di espansione del commercio mondiale”.
Per il Capo dello Stato l’Italia deve “sentirsi nazione unita e solidale”. “Sentirsi Italiani significa riconoscere come problemi di tutti quelli che preoccupano le famiglie in difficoltà, quelli che nei giovani suscitano, per effetto della precarietà e incertezza, pesanti interrogativi per il futuro”. Si tratta per Napolitano di affrontare i problemi del lavoro e della vita quotidiana, dell’economia e della giustizia sociale. L’Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud.
“C’è bisogno di lavorare per l’Italia senza polemiche – sostiene Pier Ferdinando Casini – ed esercitare un ruolo di responsabilità, individuando modalità organizzative e priorità programmatiche su cui si auspica un positivo confronto con il governo per il bene dell’Italia e per una autentica coesione nazionale. C’è bisogno di abbassare il tasso di litigiosità, di pacificare l’Italia e riunificare il Paese. Basta polemiche, guardiamo avanti, guardiamo all’Italia che con le speculazioni internazionali in agguato ha bisogno del concorso di tutti senza confusione né distinzione di ruoli”.
Il fine delle Istituzioni politiche è quello di aiutare le persone per il loro sviluppo. L’azione morale di ogni persona si realizza nella costituzione del bene comune, cioè nell’agire sociale attraverso varie forme espressive che sono la famiglia, i gruppi sociali intermedi, le associazioni e le imprese di carattere economico.
Il compito politico della società è un compito di civilizzazione e di cultura che si propone di aiutare i cittadini ad essere liberi. Si tratta di un compito morale perché ha lo scopo di migliorare le condizioni della vita quotidiana. I mezzi devono essere proporzionati e appropriati al fine del corpo politico che è la giustizia e la libertà.
La società politica è destinata essenzialmente allo sviluppo delle condizioni di ambiente che portino i cittadini a un grado di vita materiale, intellettuale e morale conveniente al bene e alla pace sociale.
La comunità politica contribuisce, così come la comunità familiare a procurare nella persona gli inizi di quella crescita che la persona conduce al suo termine.
Occorre che la società abbia un’anima fatta di buona volontà, di relazione, di rispetto e di amore da persona a persona e tra persona e comunità.
Il mercato deve tener conto di tutti, perché così può essere non solo morale ma anche efficiente, in quanto non si può escludere dal benessere, abbandonare nell’emarginazione, nella malattia e nella miseria una parte importante dei cittadini.

mercoledì 26 gennaio 2011

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo quattordicesimo
L'ospitalità del Grande Comneno
L’ambasciatore ser Filelfo è scortato dai cavalieri di Alessio IV di Trebisonda fino al grande castello, costruito sulla cima di un alto colle che si erge sulle terre del Ponto dell'Asia Minore.
La famiglia imperiale, quella dei Comneni, ha regnato sul popolo della Grande Chiesa di Costantinopoli prima della sua profanazione da parte dei Latini della IV Crociata. Ogni sovrano comneno usa, nella stesura dei documenti ufficiali, il titolo di "Imperatore e Autocrate di tutto l’Oriente, l’Iberia e delle provincie trans marine". Il suo titolo abituale è "Il Grande Comneno".
La parentela con l’imperatore Manuele II dei Paleologhi è sentita come aspirazione recondita per un' eventuale ascesa al trono della città fondata da Costantino il Grande.
Le relazioni politiche tra i due imperatori, che esprimono la loro fede nella Santa Sapienza con la stessa lingua degli antichi filosofi della Grecia, sono sempre improntate al reciproco rispetto e all’ascolto della parola del sacro testo, proclamata dal patriarca Giuseppe II.
I saccheggi, le guerre civili e gli assedi della capitale dell’Impero romano d’Oriente hanno permesso alla città del Ponto Eusino di prosperare, di emulare lo sfarzo e la grandiosità raggiunta dall’imperatore Giustiniano che aveva perpetuato l’imperium di Augusto nella Nuova Roma.
Il messaggero del bailo della Serenissima e i due giovani mercanti, Marco e Francesco, percorrono, sui destrieri arabi bardati con le insegne della casa imperiale, le strade pavimentate e affiancate da case con le cupole scintillanti sotto i raggi del tiepido sole d’ottobre.
Gli abitanti salutano festosamente i cavalieri che avanzano con il vessillo dell’aquila d’orata dei Comneni e inneggiano al loro Signore: “Viva il nostro imperatore!”.
Le fanciulle, avvolte nei variopinti vestiti di seta orientale, lasciano cadere dalle finestre delle case tanti piccoli fazzoletti colorati che creano un’atmosfera di sogno per gli ospiti venuti dalle lontane città dell’Occidente.
Le campane a festa indicano che è mezzogiorno ed è domenica. La città è piena di donne e uomini che frequentano i mercati rionali e la fiera campionaria, nella parte basa della città, separata da alte mura e da poderosi bastioni dalla zona portuale.
L’abitato tra l’approdo delle navi e il castello dell’imperatore è suddiviso in tre zone separate da mura e da profondi burroni percorsi da piccoli fiumi, su cui vengono manovrati grandi ponti levatoi tra i cancelli dei bastioni perimetrali.
La zona commerciale, fuori del grande muro della città bassa, parallelo all’ormeggio delle navi, dispone di uno spazio per le carovane nella parte Nord Orientale, vicino alla valle dei conciatori di pelle, percorsa da un fiume che fiancheggia la strada commerciale del Sud- Est. La struttura che accoglie i mercanti è circondata da un muro e dispone di stalle, di magazzini per custodire le mercanzie, di un albergo, di una grande fontana e di una piccola moschea.
Non molto distante dal centro carovaniero si erge la costruzione ben fortificata del fondaco-magazzino dei mercanti genovesi che controllano con perizia e con grandi profitti il traffico commerciale della città in concorrenza con i Veneziani.
I mercanti della Serenissima Repubblica hanno innalzato un fondaco protetto da spesse mura vicino a un monastero nella parte Nord Occidentale del porto. La loro attività commerciale è garantita da trattati stipulati tra il Grande Comneno e il Senato della Repubblica di San Marco.
Il signore della città cerca di mantenere il giusto equilibrio tra le fazioni dei grandi mercanti dell’Occidente e impone il rispetto delle leggi per consentire la regolarità dei traffici commerciali tra l’Oriente e la città di Costantinopoli.
L’astuzia politica e la genialità dei governati comneni hanno permesso al piccolo impero non solo di sopravvivere alle invasioni dei mongoli di Gengis Khan e all’irruenza devastatrice di Tamerlano, ma di arginare le pretese di dominio e sciogliere la durezza degli animi dei capi tribù turcomanni che hanno occupato le montagne del Ponto per il pascolo delle loro pecore.
Le principesse più belle della città, scendono dal castello imperiale e vanno in sposa ai figli dei capi tribù degli emiri turchi che si impegnano a difendere la città dalle mire espansionistiche del sultano ottomano di Adrianopoli e a salvaguardare l’incolumità delle carovane che giungono dall’Oriente.
La cultura dell’Occidente è assimilata ed arricchita dai costumi ed usi dei prodi guerrieri turcomanni che vivono di pastorizia e dei tributi imposti ai mercanti in transito sui loro territori. I loro figli imparano dalle madri il senso del sacro e dai padri, emiri pastori, l’audacia e il coraggio dei guerrieri pronti a morire per la salvezza del proprio popolo.
Il corteo dell’ambasciatore imperiale, dopo aver attraversato la prima parte della città murata, si avvicina al centro della città che si stringe attorno alla cattedrale maestosa dedicata alla Vergine Maria. La sua cupola, sull’alto tamburo della chiesa, è coperta d’oro e brilla sotto i raggi del sole. La sua bellezza affascina e lascia incantati i piccoli mercanti dell’Occidente che sui loro destrieri avanzano verso il palazzo del Grande Comneno.
L’estasi, per la visione del tempio dorato dedicato alla Santa Madre, è interrotta dalla voce del cavaliere che guida la scorta dell’ambasciatore: “Là, in cima al colle, il castello dell’imperatore! Dobbiamo prima passare sul grande ponte levatoio che ci permette di scavalcare il burrone del fiume. State saldi sulle selle e non abbiate timore, i cavalli son addestrati per superare le profonde gole che separano i tre grandi distretti della città e la rendono sicura e ben protetta”.
“Non temere – esclama Marco – i veneziani sanno destreggiarsi tra le onde del mare e superare le asperità del terreno. I figli della Grande Laguna di San Marco per tante generazioni hanno imparato dai loro padri a percorrere tutte le vie e a superare ogni ostacolo per scambiare i prodotti del commercio e per ottenere il giusto profitto”.
“Dici cose vere – afferma Francesco rivolgendosi al fiero amico – ma qui conviene stare attenti ed affiancarci all’ambasciatore per proteggerlo e sostenerlo nel morale perché vedo che incomincia a oscurarsi in volto e a guardare con preoccupazione il fondo del precipizio. La sua incolumità è preziosa per noi che siamo più agili e addestrati ad affrontare qualsiasi pericolo. Il nostro bailo ci ha raccomandato di stare sempre vicino al messo imperiale che, pur essendo esperto delle opere dei Latini e dei Greci del passato, non è abituato al superamento delle avversità e agli ostacoli della Natura”.
“Sono d’accordo con te – risponde il giovane patrizio – e penso che spetta a noi giovani dimostrare di essere sempre pronti a difendere i nostri amici anche a costo della nostra vita”.
“Vi ringrazio, giovani veneziani – esclama il messo imperiale – e sappiate che anch’io so come si superano le difficoltà, altrimenti non sarei stato inviato a far da mediatore alle controversie politiche che ostacolano le relazioni commerciali tra l’Occidente e l’Oriente. Gli ambasciatori vengono scelti tra gli uomini che hanno grande conoscenza dei sentimenti dei diversi popoli perché hanno imparato a percorrere qualsiasi strada e ad affrontare qualsiasi rischio. Un ponte su un precipizio non mi fa paura, ma mi preoccupa di più l’abisso che si crea tra i governanti che non sanno trovare il giusto accordo per la prosperità dei loro popoli”.
I cavalieri arrivano in cima alla collina percorrendo una lunga strada che la attraversa da Nord a Sud. La sede imperiale del basileus Alessio IV è costituita da una serie di edifici in pietra e mattoni, racchiusi in un grande spiazzo circondato da alte torri e mura poderose che si ergono su profondi burroni. È il castello del Grande Comneno, luogo in cui risiede l’imperatore di Trebisonda che mostra con orgoglio il suo emblema: “L’aquila dell’Impero dei Romani, con le due teste che guardano all’Occidente e all’Oriente”.
La città è diventata il grande emporio del Ponto, centro dei traffici e degli interessi dei regnanti e dei mercanti. È il traguardo di tutto il commercio dell’Asia, punto di arrivo delle grandi carovane che dall’Est e dal Nord portano le merci per scambiarle con i prodotti dell’Occidente che arrivano da Costantinopoli. L’invasione dei Mongoli e le mire espansionistiche dei Turchi hanno convogliato tutte le merci verso il porto di Trebisonda.
L’aquila imperiale del dominio dei popoli è abbarbicata al pianoro della città che si specchia sul Ponto Eusino, il Mare Ospitale che, attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, alimenta il commercio del Mar Mediterraneo. Il Gran Comneno scruta dalla sommità dei suoi bastioni le strade carovaniere e le acque del mare che convogliano tutte le ricchezze dei signori della Terra. Il basileus del piccolo impero, anche se non possiede un grande esercito e un grande territorio, riceve le ambascerie e le richieste di trattati per favorire il passaggio delle merci e degli uomini.
La città murata apre i suoi cancelli per accogliere tutti coloro che vogliono scambiare in pace le merci e i viaggiatori che vogliono conoscere le culture degli altri popoli. Anche il papa, premuroso dei figli della Vergine che mostra la Santa Sapienza, invia dalla Cattedra di San Pietro i monaci diretti all’Impero della Cina. Tutti gli ambasciatori vengono ricevuti da Alessio che elargisce il suo benestare con contratti scritti su pergamene d’orate arrotolate con nastri purpurei e recanti il sigillo dorato del basileus.
Il nuovo palazzo dell’imperatore di Trebisonda è al centro del castello superiore e si affaccia con le sue finestre sull’arteria che da Nord a Sud attraversa l’area fortificata. È il cuore pulsante di tutto il piccolo impero del basileus del Ponto. La sua grande cupola dorata, che sovrasta il grande salone dei ricevimenti, è il simbolo della ricchezza e della potenza raggiunta dal Grande Comneno. Il suo dominio sul commercio delle mercanzie, che giungono con le carovane arabe, è riconosciuto da tutti i governanti dell’Occidente e dell’Oriente.
Nessuno sfugge agli occhi vigili dell’aquila reale, simbolo della potestà imperiale in possesso dei discendenti di Costantino il Grande. Il suo potere è riconosciuto dall’imperatore di Costantinopoli e dal Khan dei Mongoli che hanno ereditato il grande impero di Tamerlano e dominano sulle terre dell’Est asiatico.
La guardia imperiale accoglie con gli onori gli illustri ospiti e sfoggia tutte le sue armi scintillanti. Il suono delle trombe d’argento e il battito dei tamburi da parata avvertono che sono arrivati degli uomini di grande importanza per rendere omaggio al Gran Comneno.
Le finestre e il grande poggiolo ostentano i grandi drappi di seta con i ricami dorati dei simboli della casa imperiale. È festa grande per tutti i dignitari che indossano vesti di seta ricamata e sfoggiano gioielli decorati con pietre preziose del lontano Oriente. Lo scalone d’onore, che porta al primo piano, è adornato per il ricevimento dell’ambasciatore inviato dal basileus di Costantinopoli.
Il signore di Trebisonda, circondato dai dignitari del suo impero, accoglie, insieme alla sua consorte e ai suoi figli, ser Francesco Filelfo che consegna al Grande Logoteta un piccolo scrigno d’argento in cui è custodito il messaggio imperiale. Ai piedi del trono vengono deposti due grandi forzieri, di cui uno ricolmo di iperperi d’oro con l’effigie di Manuele II Paleologo e l’altro pieno di ducati d’oro della Repubblica di San Marco, dono del bailo di Costantinopoli per conto del Serenissimo Principe, il doge Tommaso Mocenigo.
Il sorriso compiacente dell’imperatore e lo sguardo dolce della basilissa Theodora rinfrangono lo spirito dei due giovani mercanti, inviati dal bailo, ser Emo, per accompagnare il messo imperiale. La presenza delle principesse imperiali inorgoglisce lo spirito di Marco che sussurra: “Non ho mai visto donne così belle in tutti i miei viaggi”.
“Sembra di essere già nel Paradiso descritto dagli artisti – dice sottovoce Francesco – dove viene rappresentata una schiera di angeli biondi”.
“Non fatevi sentire – dice tra le labbra l’ambasciatore – e non meravigliatevi perché questa è la realtà della corte di Trebisonda. Qui tutto appare meraviglioso e invita alla contemplazione come davanti a una icona dorata”.
Il basileus Alessio IV Comneno di Trebisonda, con accanto la sua consorte e i suoi figli, è seduto su un trono, ricoperto di porpora con ricami dorati, per ricevere le credenziali dell’ambasciatore e mostrare i simboli della sua potestà universale.
L’imperatore, un quarantenne con baffi, barba e tratti ereditati dalla madre, figlia di re Davide della Georgia, appare radioso nella sua veste nera, coperta da un grande scapolare d’oro pieno di pietre preziose dell’India. Il suo alto cappello è rivestito di verghe d’oro e di piume variopinte.
L’imperatrice, bellissima donna con i delicati lineamenti delle donne circasse, indossa una veste di seta porpora, decorata con grandi ricami in oro. Il suo diadema evidenzia molte gemme che brillano, sotto la luce meridiana dei grandi finestroni della cupola.
“Francesco, guarda sulla tua sinistra – sussurra Marco – e dimmi se sto sognando. Vedo un angelo con lunghi orecchini che indossa una trasparente sopravveste di seta candida, ricoperta di ricami doro. I suoi occhi iridescenti mi fissano e mi suscitano una sensazione inesprimibile che mi spinge ad avvicinarmi e ad esprimerle la mia completa dedizione”.
“Ogni cosa a suo tempo – dice sottovoce ser Francesco – e non essere impaziente. Mi è stato detto che si chiama Maria ed è la figlia prediletta del padre che per lei ha in serbo un futuro come regina di un grande regno. Le mire ambiziose dell’imperatore vanno a Costantinopoli e perfino ad Adrianopoli, capitale dell’impero del sultano”.
“È pronto a far sposare le sue figlie – bisbiglia Marco – anche all’imperatore dei Turchi?”.
“Gli imperatori – mormora ser Filelfo – ricevono il potere direttamente da Dio e si elevano al di sopra delle leggi e delle convenzioni dei popoli. Il metropolita di Trebisonda ha già autorizzato i matrimoni delle principesse dei Comneni con gli emiri che circondano questo piccolo impero. Le madri spesso ottengono dei miracoli inattesi anche tra i fedeli del Profeta. La Santa Sapienza si serve della Natura per far germogliare e crescere gli alberi che daranno a suo tempo i veri frutti della saggezza”.
“Cosa intendi dire con queste tue parole – chiede Marco – ed a quale saggezza ti riferisci?”.
“Le nobildonne che vanno spose ai Turcomanni possono generare figli che hanno nello loro spirito la tendenza naturale a cercare la vera via della pace tra i popoli. La coesistenza armoniosa dei popoli diversi si crea con i matrimoni che generano legami saldi basati su contratti universalmente riconosciuti, perché ritenuti inviolabili da tutte le genti.
Il patto tra un uomo e una donna per il vincolo matrimoniale è eterno perché la vita che ne scaturisce si perpetua nell’infinito delle generazioni umane. Il legame di sangue tra popoli diversi sono un arricchimento perché si traduce in benessere per tutti. È questa la vera saggezza perché permette agli uomini e alle donne di popoli diversi di creare con i matrimoni quella vita buona che è godimento della bellezza e della bontà di tutte le cose create”.
“Sono d’accordo con te – ribatte sottovoce Marco – e spero che questo si possa avverare anche con gli Ottomani che si sentono di conquistare tutte le terre”.
“Nei rapporti di forza – risponde l’ambasciatore – occorre usare anche la diplomazia paziente che con il tempo rende ragionevole gli spiriti guerrieri”.
Il cerimoniere della casa imperiale, sovrintendente al tesoro personale del basileus, interrompe la magia dell’estasi ed esclama con voce tonante: “Il Gran Comneno Alessio si intrattiene con gli ospiti nel giardino delle meraviglie”.
Un lungo corteo segue Alessio che accoglie gli ospiti e la corte imperiale nel grande padiglione. Il luogo, allestito per accogliere tutte le piante esotiche che l’imperatrice riceve in dono dagli amici mercanti, è frequentato dai principi e dalle principesse comnene sotto la sorveglianza degli eunuchi della casa che collaborano con la basilissa per la coltivazione e la cura degli alberi e dei fiori.
Al centro del padiglione, sormontato da una cupola poligonale eretta su sottili colonne, è installata una voliera dove gli uccelli esotici possono mostrare tutto il loro piumaggio variopinto. I signori turcomanni fanno a gara per regalare al sovrano trapezuntino le specie più rare.In mezzo ai noccioli sono sistemate dei triclini, attorno ad una grande tavola intarsiata, coperti di porpora ricamata, dove il Gran Comneno è solito intrattenere gli ospiti di riguardo e offrire loro le prelibatezze della sua cucina e le fresche bevande conservate nelle cantine imperiali.
“Sono grato al Serenissimo Principe Tommaso Mocenigo – dice il basileus Alessio IV all’ambasciatore Francesco – per aver sollecitato il bailo di Costantinopoli ad intervenire in favore del coimperatore Giovanni VIII Paleologo contro il sultano di Adrianopoli che vuole estendere il suo dominio in tutta l’Asia Minore e sottomettere gli emiri turcomanni, insofferenti alle pressioni dei guerrieri ottomani.
La Repubblica di San Marco mi ha sempre offerto la sua disponibilità per la salvaguardia e la sicurezza delle vie commerciali, percorse dai mercanti che dall’Oriente portano le merci per il mercato di Costantinopoli. Trebisonda possiede tutti i magazzini per rifornire l’emporio della città di Costantino il Grande. Tutto il commercio passa per la mia città che accoglie i mercanti arabi e i rappresentanti commerciali dei paesi abitati dai Latini. I miei sudditi prosperano e assicurano la sopravvivenza della capitale dell’Impero romano d’Oriente.
Il faro del porto invita con la sua luce le navi ad un approdo che promette riparo e sicuri guadagni ai mercanti che visitano i miei magazzini. Il grande mercato a ridosso delle mura consente di fare buoni affari con la disponibilità dei banchieri a riconoscere le lettere di credito per l’acquisto di qualsiasi merce. Gli alberghi e i conventi aprono le loro porte per accogliere e fornire alloggio ad ogni richiesta.
La famiglia dei Comneni possiede sulle rive del Ponto Eusino un impero riconosciuto dal Signore dei Mongoli, discendente da Tamerlano che ha conquistato tutti i territori dell’Est. La sua amicizia permette di stringere rapporti con tutti i principi e gli emiri turcomanni che si sono opposti alle conquiste degli Ottomani. L’attuale situazione dell’Asia Minore richiede un’attenta valutazione delle mire egemoniche del sultano di Adrianopoli”.
“Lo stendardo del Leone di San Marco – afferma l’ambasciatore – è alzato con orgoglio sulle galee veneziane e garantisce le rotte commerciali dell’Est e dell’Ovest. I Veneziani ricompensano lautamente i signori che favoriscono il commercio e rispettano i trattati. Nei patti si stabiliscono regole certe e sconti che permettono di ricavare i giusti profitti dovuti a coloro che scambiano le mercanzie, affrontando un lungo viaggio e grandi pericoli per la loro incolumità fisica”.
“A tutti i mercanti che percorrono le rotte marine – afferma Alessio - è nota la protezione che Venezia offre ai loro viaggi. L’amicizia offerta dai senatori della Serenissima Repubblica mi consente di far fronte ai soprusi dei mercanti che vogliono imporre la forza per i loro guadagni senza pagare il giusto tributo alla nostra Amministrazione.
La mia città accoglie con benevolenza gli ambasciatori del bailo perché la loro venuta è garanzia di benessere per tutti e di amicizia. Il governatore della colonia veneziana di Trebisonda è sempre il mio ospite più gradito a cui sono lieto di far conoscere gli emiri turcomanni che onorano la mia casa. I loro figli sono miei nipoti e in loro scorre anche il sangue dei Comneni perché le loro madri appartengono alla mia famiglia.
L’Asia Minore da più di tre secoli è diventata la terra dei Turchi e la Rivelazione di Allah è recitata da tutti i credenti che si attengono alle prescrizioni del Corano. L’immagine della Santa Sapienza è indicata dalla Vergine Maria soltanto nel mio dominio, circondato dai possedimenti degli emiri turchi.
Il mio regno è come un’isola a cui possono approdare soltanto coloro che pagano il tributo ai signori delle tribù turcomanne che pascolano le loro pecore sui monti che circondano la città. Le vie del commercio passano per i loro territori e ogni carovana araba proviene dalla città di Tabritz, capitale del regno della tribù delle “Pecore Nere”.
Iskander è il loro capo, signore di un regno costituito con i territori dell’Armenia, della Mesopotamia e della Persia, conquistati da suo padre Qara Yusuf ai discendenti mongoli di Tamerlano. Il suo dominio si estende dai confini meridionali della Georgia fino alle foci del Tigri e dell’Eufrate. Il Khan Shah Rukh, figlio di Tamerlano e signore dell’impero mongolo creato da suo padre, cerca di riprendersi i territori conquistati dei guerrieri turcomanni, ma non riesce a vincere la loro tenacia ed il loro radicamento alle montagne del Ponto.
Questa città è stata risparmiata dal conquistatore Qara Yusuf che ha preteso in cambio un lauto tributo e la mano di una principessa per Jahan Shah, fratello di Iskander. I miei nipoti vengono allevati nelle dimore dei signori delle montagne che controllano le vie del commercio.
Tabritz è la capitale di questo dominio turcomanno che ha trasformato i pastori delle tribù delle “Pecore Nere” in guerrieri ricchi e potenti che impongono le tasse a tutti i mercanti che trasportano seta e pietre preziose. Le loro abitazioni non sono più di legno ma di pietra lavorata. Le sete ricamate con filo d’oro adornano le sale dei loro palazzi. Le fanciulle più belle dell’Asia sono scelte per allietare le loro dimore con le grida dei bambini che si rincorrono per le stanze.
Anch’io, basileus di Trebisonda, ho donato mia figlia a un loro principe che oggi onora la mia tavola con la sua presenza e mi rassicura che la sua progenie è educata secondo le tradizioni del diritto romano. Il futuro della devozione alla Santa Sapienza è affidato alle nostre donne che sanno toccare il cuore dei guerrieri più tenaci e convincerli al rispetto delle regole di convivenza tra i popoli”.
“Costantinopoli vive – afferma ser Francesco Filelfo – perché l’Occidente ha necessità di acquisire le merci che si vendono in quella città. Trebisonda prospera per mantenere Costantinopoli. L’aquila dell’Impero romano d’Oriente deve saper scrutare l’Est e l’Ovest per tener saldi i suoi artigli e mantenere il rispetto del diritto romano su cui si basano le regole dei trattati commerciali”.
“La legge - continua Alessio – ha bisogno di essere sostenuta dalla spade e dagli scudi dei guerrieri che la sappiano proteggere dai soprusi del più forte”.
“L’esercito più forte – risponde l’ambasciatore - spesso è sconfitto dalla tenacia e dalla coesione di uomini pronti a rischiare la propria vita e a utilizzare l’arma della pazienza e la forza della convinzione che inducono alla tregua delle armi in cambio di vantaggi economici immediati”.
“Sono d’accordo con te – ribatte il Gran Comneno – e la mia famiglia da molti decenni governa la città con pazienza ed equilibrio, imponendo l’osservanza del diritto romano agli abitanti e il rispetto dei trattati a tutti i mercanti. Per gli emiri turcomanni che circondano con i loro possedimenti il mio piccolo dominio, offro sempre la mia piena disposizione per ogni soluzione equa richiesta da loro, evitando qualsiasi pretesa dettata dall’orgoglio. La pazienza esercitata con sicurezza ottiene risultati che si rilevano vantaggiosi con il passare del tempo perché acquietano gli animi turbolenti ed evidenziano la bontà degli accordi”.
“Le modalità d’azione dei Comneni di Trebisonda - afferma l’ambasciatore – sono spesso oggetto di critica da parte dei signori dell’Occidente che non capiscono le finalità dei matrimoni delle principesse con gli emiri. La cultura dei Romani d’Oriente è diversa da quella dei credenti che si attengono alla Rivelazione manifestata dal Profeta di Allah. L’imperatore Manuele II consiglia ai suoi figli di sposare le nobildonne dell’Occidente che sono educate secondo gli insegnamenti dei Santi Padri che hanno acquisito la loro saggezza con l’esperienza della Parola rivelata con il Sacro Testo dell’Evangelo”.
“Costantinopoli è riscaldata anche dal sole che tramonta sulle terre dei Latini – sostiene il basileus – e può scegliere ciò che è più conveniente alla città. La mia famiglia ha imparato a contemplare il sorgere del sole perché è la direzione verso cui gli emiri guardano con grande speranza. La ricchezza viene dall’Oriente, mentre le preoccupazioni giungono da Occidente con gli Ottomani e con i Latini.
La famiglia dei Paleologi pensa di riconquistare tutte le terre che appartengono ormai all’impero del sultano di Adrianopoli con l’aiuto del papa e con gli eserciti dei regnanti latini. Le spose, promesse ai figli di Manuele II, affrontano un lungo viaggio per sostenere le aspirazioni degli imperatori che si esprimono con la lingua di Platone e di Aristotele. La cultura degli antichi greci è oggetto di studio da parte degli uomini colti che si esprimono con le parole degli antichi imperatori di Roma. La ricostituzione dell’antico Ecumene, con un solo imperatore che riconosce la cattedra dell’apostolo Pietro, è desiderata dal papa e dal basileus di Costantinopoli.
La storia gloriosa delle legioni di Roma appartiene al passato; la nostra vita è nel presente e guarda al futuro. Oggi il pensiero è sopravvivere, mediando ciò che può essere salvato da chi dispone di un esercito in grado di abbattere qualsiasi muro difensivo. Il pericolo è in agguato ed occorre essere pronti per cercare un compromesso o per evitare la vendetta di chi, disponendo di un esercito numeroso, si sente offeso dalle scuse di chi non può difendersi con la stessa forza”.
“Trebisonda è in Oriente – incalza ser Filelfo – ma la sua cultura appartiene all’Occidente. I suoi abitanti si identificano negli eroi dell’antica Grecia e nei martiri che seppero donare il loro sangue per mantenere intatta la fede nella Santa Sapienza indicata dalla Vergine. Questa terra è stata resa fertile dal loro sacrificio e darà i suoi frutti quando i rappresentanti dei vari popoli si riuniranno di nuovo nel tempio della Santa Irene di Costantinopoli”.
“Il mio regno – incalza Alessio – è protetto dagli emiri che ogni giorno guardano nella direzione indicata dal Profeta Maometto. Ho fatto un’alleanza con i capi dei guerrieri turchi e devo osservare il patto, siglato con il sangue delle mie figlie. La città di Costantino è lontana e, per condividere le sue aspettative, devo attraversare le terre di coloro che recitano il Corano o solcare il Ponto Eusino con le navi di potenze lontane”.
“Tutti i mari – esclama l’ambasciatore – sono protetti dalle galee della Serenissima Repubblica di San Marco e nessuna imbarcazione impedirà ai Veneziani di proteggere i loro amici”.
“Il mare di Trebisonda – afferma il Gran Komneno – è infestato dai pirati e corsari che si dichiarano amici del sultano di Adrianopoli e sono costretto ad assicurarmi gli approvvigionamenti con le carovane provenienti dai paesi dei Turchi”.
“Il basileus di Costantinopoli – sostiene ser Filelfo - desidera far diminuire gli assalti alle sue mura da parte dell’esercito degli Ottomani”.
“Il sultano Murad II – dice Alessio – si trova attualmente in Asia Minore per far valere i suoi diritti nei confronti dei pretendenti al trono imperiale ottomano e per rafforzare la sua supremazia in Asia Minore. I miei informatori mi hanno riferito che vuole ingrandire i suoi possedimenti a danno dei Turcomanni e ridurre il suo tributo ai mercanti che non si servono del porto di Trebisonda e preferiscono percorrere la via della costa per giungere a Costantinopoli”.
“Le mire espansionistiche dell’imperatore degli Ottomani – afferma l’ambasciatore – sono note al Senato della Serenissima Repubblica. L’espediente consigliato dal bailo ser Emo, per uscire dall’attuale situazione difficile, è quello di ridurre le tasse per le merci che vengono caricate sulle navi in modo da invogliare tutti i mercanti a servirsi delle galee veneziane armate per il Ponto Eusino”.
“I trattati stipulati con le altre marinerie – risponde il basileus – mi impediscono di agevolare le navi di San Marco. La soluzione sarebbe quella di diminuire i noli di trasporto delle galee veneziane e ridurre le giornate di navigazione, invogliando i remigi a stare più tempo alla voga. Il risparmio di tempo è considerato prezioso per i piccoli mercanti . I tributi sono indispensabili per pagare i soldati che garantiscono la sicurezza sulle mura e per le strade della città”.
“L’ideale – suggerisce l’ambasciatore – sarebbe quello di coalizzare tutti gli emiri contro il nemico comune che vuole espandere l’impero ottomano”.
“L’azione è difficile – sostiene il Comneno - perché nessuno vuole rischiare il proprio regno di fronte al grande esercito del sultano”.
Uno dei signori turcomanni, sdraiato sul suo triclinio, interviene: “I condottieri romani solevano affrontare un nemico più potente con la divisione delle sue forze”.
“Principe, il tuo consiglio è prezioso – afferma Alessio – e richiede un’attenta valutazione. I guerrieri ottomani sono fedeli al loro sultano e non rischiano la loro vita. Soltanto un grande condottiero della stessa famiglia di Murad II potrebbe attirare a sé i suoi soldati per arrivare più in fretta al trono imperiale. Nelle famiglie numerose i principi più giovani aspirano al potere senza considerare il rischio della vita”.
“La questione dell’assedio di Costantinopoli – afferma il segretario del bailo – va risolta in Asia Minore, dove i regnanti turcomanni sono più numerosi e più vicini al pericolo di perdere il loro dominio di fronte all’espansione ottomana. In Occidente i Latini sono lontani dall’area d’interesse del sultano e sono distratti dalle beghe locali. Il papa cerca di risolvere il problema facendo appello al pericolo che incombe sulla Cristianità”.
“La sconfitta – afferma Alessio - inflitta ad Angora all’esercito del sultano di Adrianopoli dal Grande Emiro Tamerlano non fa sentire il pericolo degli Ottomani. I Mongoli governano tutta l’Asia e consentono alle tribù dei Turcomanni di costituire piccoli emirati. I loro capi cercano di scrollarsi il giogo del Khan di Samarcanda ma subiscono continue sconfitte e sono costretti a pagare un tributo più pesante al vincitore.
Solo la tribù delle “Pecore Nere” resiste al figlio di Tamerlano. Il suo capo ha occupato la città di Tabritz. Tutta la Mesopotamia è controllata da Iskander che ha insediato il fratello Jhan Shah nella ricostruita città di Bagdad. Il tributo che pagavo a Tamerlano ora lo devo ai Turcomanni.
Gli emiri si combattono tra di loro e sono intenti ad acquisire le ricchezze necessarie a sostenere le loro piccole scaramucce. Il tributo dei mercanti che passano per i loro territori è sufficiente per costruire i loro piccoli castelli sulle alture e per armare i loro piccoli eserciti.
La salvezza di Costantinopoli è avvertita dall’imperatore Manuele II e dal vescovo di Roma. Solo chi ha esperienza di vita può temere il pericolo per i propri figli. Il basileus è vecchio e conosce la forza e l’astuzia degli Ottomani che mirano a conquistare tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L’imperium di Augusto è finito e altri conquistatori imporranno la loro volontà”.
“Il papa Martino V – afferma ser Filelfo – sostiene con la sua autorità il basileus per la ricostituzione dell’Impero di Costantino il Grande. La città da lui fondata custodisce i fondamenti del diritto romano che sono gli elementi essenziali per governare tutto l’Ecumene con la guida del successore dell’apostolo Pietro”.
“Non basta – ribatte il Gran Comneno - il desiderio di un vecchio imperatore o il carisma spirituale di un grande vescovo per abbattere la forza prorompente del popolo turco che ha l’energia e la volontà per imporre la sua legge.
L’Occidente è diviso in tante nazioni e i loro capi fanno a gara per riempire i loro forzieri ed erigere palazzi sontuosi con sculture che riproducono gli antichi miti della Roma pagana.
Le città cercano di autogovernarsi con statuti autonomi e lasciano il potere in mano ai ricchi mercanti che cercano di fare solo profitti per le loro famiglie.
Ogni uomo si riconosce autore di ciò che lo circonda e si autoproclama signore di se stesso. La sua coscienza si chiude nell’egoismo della ragione e si libera di ogni autorità costituita per leggere nell’oscurità i sacri testi sapienziali.
Ogni popolo si sente minacciato dai vicini e corre alle armi per imporre la propria giustizia. I sacri luoghi vengono derubati delle spoglie dei loro martiri e le genti non hanno più gli eroi in cui identificare il loro passato.
Ai Romani è stato tolto il loro imperatore ed anche il sultano si dichiara padrone dei territori che appartenevano all’Impero romano d’Oriente.
L’immagine del basileus di Costantinopoli non è più venerata per le vie della Tracia e della Macedonia.
La fede di un solo popolo si è sciolta in tanti rivoli a cui corrono i credenti per riempire i loro recipienti di certezze”.
“La vera via della vita è una sola – esclama ser Filelfo – e ad essa vanno ricondotte le coscienze che aspirano alla Giustizia che appaga ogni aspettativa. La pace, invocata per la prosperità di tutti i popoli, si può ottenere finalizzando ogni risorsa e ogni sforzo alla costituzione di un imperium condiviso da tutti i popoli e rappresentato dal basileus in grado di far valere il diritto della Natura e quello condiviso da tutte le genti”.
“Domani – esclama il basileus Alessio IV – mi recherò nel sacro tempio della Santa Sapienza e pregherò la Vergine di indicarmi la strada per la salvezza di Trebisonda”.

domenica 9 gennaio 2011

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo tredicesimo
L'inviato del Patriarca
La grande vela triangolare, con il vento favorevole del Ponto Eusino, permette alla nave di ser Filippo di proseguire speditamente verso il faro di Trebisonda. Gli occhi dei marinai sono attentamente rivolti alla costa per vedere apparire, durante la notte o attraverso le nebbie del mattino, la sua luce. Il porto è vicino e non bisogna oltrepassarlo. Ser Ludovico, consigliere del capitano, è sul ponte della galea e ordina ad Antonio, paron esperto della manovra della vela e sovrintendente dei prodieri, di incitare i marinai a guardare attentamente la costa. Un premio in ducati d’oro è stato promesso per chi vede per primo il faro.
Un grande entusiasmo e una speranza di fortuna albergano in ogni uomo della ciurma. La città del Gran Comneno Alessio è il traguardo dopo tanti giorni di sofferenza sotto le sferzate gelide dei venti autunnali del Nord. L’arrivo è anche l’inizio della prosperità per i rematori veneziani che sperano di diventare ricchi in ogni porto. La fama delle cupole d’oro dei palazzi e la ricchezza degli abitanti del grande emporio del Ponto è nota nella capitale del basileus.
Il santo patriarca di Costantinopoli, Giuseppe II, ha inviato un uomo fidato al vescovo della città per ottenere dei fondi da distribuire ai poveri della capitale, assediata dal sultano ottomano. La sua autorevolezza è riconosciuta da tutti i vescovi che si identificano nelle tradizioni religiose e culturali dell’Impero romano d’Oriente, tutelate dalla famiglia del basileus e dal Gran Comneno.
La disgregazione e riduzione dei domini imperiali, a causa delle invasioni turche e mongole, non hanno scalfito la supremazia del Primate della Chiesa dell’Impero romano d’Oriente. Gli avvicendamenti dinastici, le lotte politiche e le guerre civili non hanno ridotto la devozione del popolo.
La cattedrale del Patriarca, fatta ricostruire dall’imperatore Giustiniano, costituisce il centro di tutta la religiosità dell’Ecumene del basileus. La venerazione della Sapienza di Dio è diffusa nel popolo che in suo onore ha costruito un tempio in ogni grande città dell’impero.
Il messaggero del Primate della Chiesa di Costantinopoli è un ieromonaco del monastero di San Giorgio ai Mangani, cioè un sacerdote consacrato al servizio divino con il nome di Demetrio. Le sue capacità sono note al Patriarca, perché accompagna sempre il suo abate che occupa il secondo posto d’onore durante le funzioni della Grande Chiesa.
Demetrio è sulla galea di ser Filippo e passa il tempo conversando con i viaggiatori di rango. Il religioso, conoscitore dei Sacri Testi e delle opere degli antichi greci, conversa brillantemente in lingua latina con i mercanti della nave.
La sua famiglia è fuggita dalla città di Adrianopoli, diventata capitale dell’impero del sultano ottomano. Un tempo suo padre amministrava i possedimenti imperiali e rispondeva direttamente al Gran Logoteta del basileus. Da bambino dimostrava di possedere grandi doti intellettive e una propensione alle cose sacre.
Il santo patriarca emerito, Eutimio II, lo aveva avviato agli studi teologici e lo aveva affidato alla guida spirituale di un santo monaco, fautore dell’unione di tutti i cristiani dell’Occidente e dell’Oriente.
Il monastero del religioso aveva già ospitato nel passato l’ex basileus Giovanni Cantacuzeno che si era fatto monaco assumendo il nome di Matteo. Dopo la sua morte, gli aristocratici della città si riunivano sotto i portici o sotto gli alberi del grande giardino del convento per discutere sulla necessità di favorire un avvicinamento ai Signori dell’Occidente. Il loro intento era quello di arginare l’invasione inarrestabile della potenza ottomana.
Il sacro luogo, vicino alla Grande Chiesa e al centro commerciale del Foro di Costantino, ospitava i poveri e curava le malattie di coloro che non potevano pagare le prestazioni di un medico. L’abate riceveva ingenti donazioni per i poveri dai mercanti e dalle principesse della casa imperiale.
Anche il ricco Oikantropos, capo del Partito dei vecchi aristocratici, si fermava a conversare con i monaci intorno alle cose più importanti dell’impero. I ricchi amministratori della reggia delle Blacherne sono i frequentatori più assidui del convento perché amano chiedere consiglio ai religiosi più anziani, conosciuti in tutta la città come uomini sapienti e saggi.
“Il capitano, ser Giovanni, mi ha riferito – dice Filelfo al sacerdote - che questa notte avvisteremo il faro di Trebisonda e, con il vento favorevole, potremo approdare domani verso mezzogiorno. I rematori hanno consumato il loro rancio e sono intenti a scrutare la costa. Noi potremo conversare fino all’ora del sonno”.
“I remigi – afferma Demetrio – non giocano ai dadi e non fanno sentire il loro vociare come le altre sere”.
“Sono curioso di conoscere – afferma l’ambasciatore – lo scopo del tuo viaggio. I religiosi non si allontanano dalla loro città quando i nemici la circondano e le famiglie si sentono in pericolo”.
“Hai ragione. Il momento è drammatico - sostiene il monaco - e le chiese sono piene di fedeli che implorano la Vergine che eleva le sue mani per chiedere la protezione dell’Altissimo. La loro città continua ad essere stretta dalla morsa degli Ottomani che hanno conquistato quasi tutta l’Asia Minore e la Tracia. Costantinopoli si mantiene in piedi grazie alla marina del Leone alato di San Marco. Il Patriarca, con il consenso del mio abate, mi ha consegnato una lettera da recapitare al metropolita di Trebisonda”.
“Anche tu, come me, sei latore di una lettera per salvare un popolo affamato. Siamo entrambi ambasciatori e testimoni per una capitale che non ha più lo splendore di una volta e non riesce più a sfamate i suoi figli. Le risorse della città si esauriscono per pagare i mercenari e per le riparazioni delle mura che sono l’ultimo baluardo ai continui assalti dei guerrieri del sultano”.
“Il Patriarca è angosciato - afferma Demetrio - perché le chiese si riempiono di supplici e di donne piangenti. Le giovani donne vedono sfiorire la loro bellezza e non ricevono offerte di matrimonio. Le fonti battesimali aspettano invano i nuovi nati. Si pensa soltanto a ciò che garantisce la sopravvivenza”.
Anche l’ambasciatore del bailo manifesta le sue preoccupazioni: “Ser Emo, rappresentante della Serenissima, mi ha confidato, prima di partire, che il papa Martino V cerca di aiutare Manuele II, favorendo legami di sangue tra i Principi eredi dell’Impero romano d’Oriente e le nobildonne che appartengono ai Signori dell’Occidente. La Chiesa di Roma, che custodisce le sacre spoglie dell’apostolo Pietro, non può più sostenere le ingerenze dei governanti nazionali nelle questioni ecclesiastiche. Il papa guarda con speranza all’imperatore per ricostituire l’Ecumene cristiano, cioè un unico grande impero. Gli eredi dei Romani devono essere uniti sotto un'unica potestà imperiale e sotto un’unica autorità ecclesiale. L’impero di Costantino il Grande potrebbe essere ricostituito. Il basileus come imperatore che governa con il segno di Cristo”.
“Come è possibile la realizzazione di questo desiderio – dice Demetrio - se i cristiani sono divisi tra di loro? Non bastano le aspirazioni dei credenti ma occorre un uomo che sia il capo di un grande esercito, come avveniva al tempo di Augusto: un governo in grado di censire tutti i popoli dall’Ovest all’Est che rispettano una sola legge. Il nostro imperatore non ha più un esercito e soccombe dinanzi alla grande potenza del sultano. Molti aristocratici sono pronti a sottomettersi al governo ottomano pur di riavere le terre perdute”.
“Il papa – sostiene ser Filelfo – è l’unica autorità che può convincere gli uomini potenti a salvaguardare la loro cultura e ad arginare l’avanzata del grande esercito turco. I principi slavi e i popoli del Danubio sono pronti a schierarsi uniti per formare un grande esercito con le nazioni occidentali. Venezia e le potenze commerciali del Mediterraneo sono pronte ad offrire a Martino V il sostegno economico e la disponibilità delle loro navi per sostenere uno sforzo unitario e compatto contro l’esercito del sultano. L’ultimo successore di Pietro è stato eletto dai vescovi, riuniti nella città di Costanza, per eliminare tutte le divisioni tra i credenti e riportare la cristianità a vivere unita in pace. La concordia tra i credenti si può ristabilire soltanto sotto la potestà di un imperatore che garantisca il rispetto del diritto romano per tutti i popoli”.
“Spesso penso al motivo del mio viaggio – afferma il monaco - e mi convinco che lo scopo del Patriarca non è soltanto quello di avere aiuti per i più poveri ma di sensibilizzare i fedeli del piccolo impero a sollecitare il Gran Comneno per unire tutti i principi delle città costiere dell’Est e del Nord del Mar Pontico. I Comneni di Trebisonda si sono imparentati con i principi e gli emiri dell’Asia Minore. Le principesse più belle della città hanno sposato emiri, fedeli di Allah e credenti nella parola rivelata al suo Profeta Maometto. Il vescovo, metropolita di Trebisonda, in stretta unione con il Patriarca, concede alle fanciulle cristiane il permesso di sposare i fedeli che si attengono alla sacra scrittura del Corano. La pace e la concordia tra le popolazioni richiedono anche il sacrificio delle più intime convinzioni. L’obbedienza delle principesse cristiane è ricompensata dalla assoluta dedizione dei loro mariti che sanno rispettare la loro cultura e la loro fede. L’amore dell’unico Dio supera gli egoismi degli uomini e dona la pace e la prosperità ai popoli che hanno fiducia nei loro governanti”.
“La politica dei matrimoni tra i principi – sostiene l’ambasciatore imperiale – è seguita anche dal papa Martino V e dal basileus. L’unione, istituzionalizzata e resa sacra con il rito della Chiesa, impegna i sovrani ad essere solidali tra loro e i loro popoli a sperare in un futuro migliore. La nascita di eredi, in grado di affrontare con maggiori disponibilità finanziarie e con il sostegno di più soldati qualsiasi minaccia militare, è garanzia di prosperità e di benessere”.
“Quale beneficio – interviene il giovane Marco - apporta alla città questa politica del Gran Comneno? Si tratta di unioni tra popoli di culture diverse”.
“Il piccolo impero dei Comneni – risponde ser Filelfo – è tenuto in grande considerazione dalla Serenissima ed anche il papa vuole inviare i suoi delegati alla corte imperiale di Alessio.Trebisonda è un traguardo del commercio dell’Est, cioè tutto il flusso delle carovane che trasportano le merci, provenienti dalla Cina e dall’India, entra nella città, dopo aver attraversato i territori dei mongoli e dei popoli iraniani. La sua importanza è cresciuta dopo la distruzione dell’emporio di Bagdad da parte dei guerrieri di Tamerlano. Il flusso carovaniero è stato deviato verso il Mar Pontico.
I mercanti veneziani hanno ingrandito la loro colonia e allacciato relazioni commerciali con i mercanti arabi e turcomanni di Tabritz. I religiosi che si recano alla corte del Signore dei Mongoli sbarcano nel porto della città e seguono le carovane verso l’Oriente.
Il Gran Comneno da alcuni anni paga un tributo all’Amministrazione degli Ottomani per mantenere buone relazioni con il capo del più grande esercito. Il sultano di Adrianopoli è interessato a mantenere in vita il piccolo impero per salvaguardare il suo dominio.
I Turchi Selgiucidi, i Turcomanni e i Mongoli dell’Asia Minore sono ancora ostili alla sua espansione. Sono passati appena vent’anni dalla sconfitta del suo avo, il sultano Beyazid. La vittoria dei guerrieri di Tamerlano ad Angora frena il suo desiderio di espansione e rende orgogliosi i capi delle tribù che hanno appoggiato l’invasione mongola.
Il Signore di Trebisonda, beneficiato dalla vittoria mongola, è diventato il perno della cerniera tra l’Impero ottomano e l’impero dei Mongoli, suddiviso in tanti principati ed emirati creati dai discendenti di Tamerlano. I loro domini si estendono dai territori iraniani fino ai territori della Cina del Gran Khan. Il Signore dei Mongoli è curioso di conoscere la cultura dei religiosi dell’Occidente ed è desideroso di allacciare relazioni e scambi culturali con il Capo della Chiesa di Roma”.
“Mi risulta – sostiene il monaco – che il poderoso esercito mongolo si è disciolto e nella regione sono rimasti i guerrieri delle tribù turcomanne, ostili al predominio degli Ottomani e amici del Gran Comneno. I loro capi hanno costituito un regno che si estende al Sud della Georgia fino al mare dove sfocia il fiume Eufrate. La loro capitale è la città di Tabritz, vicino al Mar Caspio. I principi turcomanni, interessati al commercio carovaniero fino al Mar Pontico, desiderano stringere relazioni con il Signore di Trebisonda che offre come pegno di amicizia e di buon vicinato le proprie figliole. La loro bellezza è nota in tutta l’Asia Minore e la Mesopotamia”.
“Sono curioso – interviene Marco – di vedere da vicino queste donne che affascinano gli emiri. La fama della loro bellezza è giunta fino a Venezia”.
“I matrimoni – chiarisce il monaco – tra le principesse imperiali e i Signori della guerra, appartenenti a tribù dell’Est, desiderose di conquiste territoriali, sono un espediente politico per evitare la distruzione del piccolo regno dei Comneni. Il Signore di Trebisonda non dispone di un esercito in grado di far fronte all’impeto di uomini armati, abituati a sostenere qualsiasi sacrificio, anche a rischiare la propria vita per ottenere un territorio per le proprie famiglie.
Si tratta di uomini delle steppe spinti verso l’Occidente da altre tribù più forti e più agguerrite. Un popolo scaccia un altro popolo e si impadronisce della sua terra. L’antica legge del più forte è considerata di diritto e non si arresta di fronte a ciò che è giusto. La giustizia di chi vive attaccato alle risorse della terra è quella di provvedere ala sopravvivenza del proprio gruppo tribale.
La pace, imposta da Costantino e dai suoi discendenti con l’applicazione della giustizia salvaguardata dall’esercito imperiale, non è riconosciuta dagli armati che sbaragliano i mercenari imperiali. La spada di chi ha l’esigenza di sfamare i propri figli conosce soltanto la giustizia naturale del più forte”.
“Le tribù che hanno conquistato Roma – afferma ser Filelfo – hanno riconosciuto la giustizia imposta dal diritto romano ed hanno accolto la cultura dei vinti. L’antica legge dei nostri padri ha accomunato le genti ed ha creato nuovi popoli che si sono riconosciuti in nuove istituzioni, basate sulla condivisione del territorio e sul rispetto delle autorità preposte alla gestione del bene comune”.
“Dell’Impero romano d’Oriente – afferma Demetrio – è rimasto il territorio metropolitano di Costantinopoli, il regno del Gran Comneno e un piccolo despotato della Morea. La cultura dei nostri padri segue la riduzione del territorio.
Un altro modo di concepire la vita della comunità si è affermato nell’Asia Minore. Le istituzioni del mondo arabo, che si sono già confrontate con quelle delle popolazioni dell’Oriente, ora vengono imposte dalle tribù turche e mongole. La cultura dell’uomo dei grandi spazi, dominati dal sole dei deserti e dalla fede del mistico Profeta di Allah, domina su tutto l’Impero romano d’Oriente. Le tradizioni dei cavalieri delle steppe si sono fuse con quelle dei carovanieri dell’Arabia. Gli animi, abituati ai rigori invernali del Nord si sono abituati a recitare le rivelazioni fatte a Maometto, mercante delle distese sabbiose dell’Est.
I campanili vengono sostituiti dai minareti e non si odono più per le strade le litanie della Vergine e dei suoi devoti. La legge del senato romano è sostituita dalla legge dei dottori della sacra scrittura del Corano. L’autorità dei santi Patriarchi dell’Oriente è venuta meno e rischia di soccombere di fronte all’avanzare incessante di nuove istituzioni. Gli antichi riti hanno abbandonato i sacri luoghi delle città e si rinnovano sui monti, lontano dal popolo del basileus.
La città di Costantino è l’ultimo baluardo che mantiene saldo il richiamo dell’antica fede della Nuova Gerusalemme. Il suo popolo implora la Vergine e spera nella sua protezione. Le sue braccia mostrano il Verbo della la Santa Sapienza. Il Patriarca sostiene le speranze dell’imperatore Manuele II ed è pronto a rinunciare al suo primato di metropolita imperiale. Il suo sguardo si volge al soglio di Pietro per sostenere la Chiesa dei santi Padri conciliari. La mia missione è quella di sostenere i fedeli con l’aiuto del vescovo di Trebisonda”.
“Le richieste del basileus - afferma il corriere imperiale - sono ascoltate dai senatori della Serenissima. Venezia offre le sue risorse per salvaguardare il predominio marittimo delle vie commerciali e sostiene qualsiasi iniziativa del papa Martino V. Il popolo di San Marco è pronto a sacrificare i suoi figli per Costantinopoli. La sua fede è ancorata all’apostolo Pietro e alla Chiesa di Roma. I suoi ordinamenti traggono le loro origini da quelli dell’Impero romano. La potestà del Serenissimo Doge è approvata da tutto il popolo veneto che mantenne salda la sua cultura e le sue istituzioni, ancorate al diritto romano. Lo stendardo del Leone di San Marco, inalberato su ogni galea veneziana, è garante di pace perché salvaguarda le vie commerciali e la diffusione delle merci che sono fonte di benessere e di pace condivisa”.
“Le tue parole – afferma il monaco – sono come un balsamo per le ferite del mio animo. La pace non si può ottenere soltanto con lo scambio delle merci, ma occorre il rispetto delle culture e il riconoscimento dei diritti che i popoli si tramandano attraverso le loro generazioni.
Quando all’improvviso appaiono all’orizzonte nuovi popoli e nuovi diritti, qualsiasi ordinamento vacilla e, se non è sostenuto con la forza, crolla per far posto ad altri costumi sostenuti da spiriti più determinati e coesi. La libertà dello spirito richiede la saldezza delle membra e la forza delle braccia di chi è pronto a sacrificare la propria vita.
L’esercito di Costantino è servito per radicare una fede e ricostituire un grande impero fondato sul diritto romano. Bisanzio ha assunto il suo nome ed è diventata centro di cultura e di fede. La nuova Roma ha riconosciuto, in un grande concilio di santi Padri, la sacralità del Primato del vescovo della chiesa che custodisce le spoglie dell’apostolo Pietro. Tanti popoli hanno vissuto in pace perché hanno creduto nella pace della Santa Sapienza. La grandezza di Costantinopoli è nota a tutti i popoli della Terra ed è diventata una preda ambita dai Signori della guerra. La loro potenza non deriva dalla contemplazione del Segno del Verbo, ma soltanto dalla forza delle armi. La cultura del diritto romano, salvaguardata e custodita dal basileus, è in pericolo perché il sultano impone con le sue armi un altro tipo di cultura su tutte le terre da lui conquistate.
Non conta più il diritto della proprietà perché tutto appartiene al nuovo imperatore ottomano. Le sue concessioni non si fondano sul diritto dell’uomo a possedere la terra per garantire il sostentamento della sua famiglia. I popoli conquistati perdono il loro territorio che diventa proprietà di un solo padrone. Il diritto del più forte, che scaturisce delle armi, non garantisce il diritto della proprietà. La nuova giustizia, imposta dal vincitore, si basa sulla proprietà di un solo signore della guerra. La pace, imposta con le armi senza il diritto della proprietà, non trova la coesione di uomini liberi perché tutti si sentono privati del diritto di godere dei frutti della terra che appartiene a tutti gli uomini che si riconoscono figli di un unico Dio”.
“Le tue considerazioni – afferma ser Filelfo – sono vere ma bisogna valutare attentamente la realtà dell’Oriente che non è diversa da quello che è già accaduto in Occidente. Ai ricchi proprietari terrieri dell’antica Roma sono subentrati tanti conquistatori. I guerrieri hanno concesso ai coltivatori della terra l’usufrutto delle loro fatiche in cambio delle loro servitù. I vincitori hanno riconosciuto indispensabile il diritto romano ed hanno applicato le antiche leggi per il riconoscimento delle proprietà. La terra con il tempo è stata di nuovo suddivisa in tante proprietà che si tramandano attraverso le generazioni. La stessa cosa può accadere con le conquiste degli Ottomani. Il sultano riterrà conveniente concedere la sua proprietà ai suoi servitori”.
“Quello che accade in Oriente – sostiene il monaco – è diverso. I nuovi conquistatori non condividono la stessa cultura dei residenti. Il diritto romano riconosce ad ogni uomo quello che è giusto secondo una prassi che si è consolidata attraverso le generazioni ed è diventata la legge di tutti. I guerrieri, provenienti dalle steppe dell’Asia, hanno abbracciato la fede degli Arabi e non hanno ancora assimilato lo spirito della fede del Profeta di Allah. Il diritto della steppa non è il diritto romano della giustizia.
I popoli che appartenevano all’Impero romano d’Oriente non sono amministrati secondo la loro giustizia ma sono sottoposti ai desideri degli uomini che brandiscono la spada e riconoscono la legge del bottino di guerra. Le tribù provenienti dall’Est riconoscono soltanto il diritto che scaturisce dalla conquista e non assimilano le leggi dei vinti. Chi è conquistato non ha più una legge che lo possa difendere ed è inserito in un dominio senza una vera giustizia”.
“Le tue parole – risponde ser Filelfo – spaventano i giovani mercanti che ci ascoltano e ingenerano nei loro animi un astio e una paura per l’espansione degli Ottomani. Le potenze dell’Occidente sono in grado di sostenere il basileus contro l’avanzata dell’esercito del sultano. Il Patriarca Giuseppe è unito all’imperatore Manuele II per difendere Costantinopoli e i loro messi sono stati inviati in Oriente e anche alle potenze dell’Occidente.
I principi germanici aspettano l’esortazione del papa per la formazione di un grande esercito. I loro possedimenti sono minacciati dagli Ottomani. Venezia è interessata ai traffici marittimi e dispone di risorse che possono spingere il governo di Adrianopoli a sottoscrivere dei trattati di pace che si basano sul diritto della libera circolazione delle merci. Nel Mediterraneo è sempre in vigore la legge romana del rispetto delle attività commerciali. La libera circolazione delle merci è fonte di cultura condivisa perché si basa sullo scambio reciproco delle risorse della Terra.
Anche i conquistatori hanno bisogno del necessario per vivere e devono rinunciare alle loro prerogative di guerra. La spade possono uccidere ma non sfamano i corpi che hanno bisogno di nutrirsi per mantenere il vigore necessario ala guerra. I mercanti impongono ai Signori della guerra il rispetto dei trattati di scambio delle merci. La loro sottoscrizione crea consuetudini che si trasformano in nuove leggi condivise. Gli Ottomani hanno bisogno dell’Occidente perché il loro esercito si mantiene con i rifornimenti di ferro, legname e tessuti, trasportati con le navi delle potenze marittime. Il sultano non può fare a meno di questi approvvigionamenti”.
“Se il sultano – afferma Marco – ha bisogno di alimentare il suo esercito con i traffici marittimi, perchè Venezia non interrompe questo flusso di materiali?”.
“L’interruzione del commercio con l’Oriente – risponde il messo imperiale - impedirebbe alla Serenissima di imporre la sua supremazia sui mari e il rispetto dei trattati commerciali da parte degli Ottomani. Le loro conquiste non spaventano Venezia.
Il Doge, Serenissimo Principe Domenico Mocenigo, è cosciente del pericolo che incombe sull’Occidente ma non ha timore di un esercito che è stato già sconfitto dai mongoli di Tamerlano. I signori della guerra si avvicendano nella conquista delle terre, ma nessuna nave nemica può gettare la sua ancora nel bacino di San Marco. Venezia è sicura finché il suo popolo saprà percorrere liberamente le rotte marine”.
“Il sultano – afferma il monaco – permette ancora alle galee veneziane di approdare nei porti dell’Egeo e del Ponto Eusino perché non dispone ancora di una flotta capace di contrastarle efficacemente. Le sue mire sono per il momento di consolidare il suo predominio in tutta l’Asia Minore e di impadronirsi di Costantinopoli.
La città del basileus è completamente circondata e sta soffocando tra le spire insidiose dei continui assedi alle sue mura che ogni giorno si sbriciolano e i muratori non riescono a far fronte ai continui abbattimenti. La grande metropoli degli imperatori dei Romani d’Oriente si è ridotta a un piccolo paese e le sue mura diventano sempre più distanti dal centro cittadino. Il popolo delle attività manuali sta morendo perché non c’è più lavoro produttivo. Si vive alla giornata senza alcuna speranza per il futuro. I poveri che bussano ai conventi aumentano ogni giorno e il santo Patriarca è costretto a ricorrere agli altri metropoliti della sua giurisdizione per rifornire le mense dei poveri”.
“La situazione è drammatica – dice ser Filelfo – ma non bisogna disperare. La fede dei credenti è salda e il basileus è fiducioso di ricevere l’aiuto promesso dal papa Martino V. Il coimperatore si prepara per reiterare il viaggio di suo padre in Occidente e pregare sulla tomba dell’apostolo Pietro”.
“Il basileus – afferma Demetrio – a partire da Michele VIII Paleologo, restauratore dell’Impero romano d’Oriente dopo la pausa degli usurpatori Franchi, si è sempre rivolto al vescovo di Roma nei momenti di crisi. La sua autorità è ritenuta indispensabile per frenare le ingordigie dei Principi latini ed invogliarli ad agire per la salvaguardia dei Luoghi santi.
L’abate del convento di San Giorgio ai Mangani, in stretta sintonia con il Patriarca, riunisce i dotti e gli aristocratici dell’impero per conoscere il loro parere sull’intervento del papa. I loro animi si infiammano in lunghe discussioni che portano alla creazione di due fronti opposti: gli Unionisti, strettamente legati all’attuale Amministrazione della città e gli Antiunionisti, rappresentanti della vecchia aristocrazia dei possedimenti terrieri. I loro diverbi nascono dalla paura di un ritorno degli antichi signori della guerra dell’Occidente che, invece di andare a difendere il Santo Sepolcro di Gerusalemme, hanno messo a ferro e fuoco Costantinopoli.
Il ricordo dei guerrieri cristiani della IV Crociata che hanno razziato l’oro delle loro chiese è ancora vivo nel profondo dei loro animi. Tutti parlano in difesa del popolo. I magnati dell’antico impero sono disposti anche per un accordo con il sultano, pur di riavere le loro terre e di ripristinare il commercio interrotto dai continui assedi degli Ottomani. L’unione dei fedeli che seguono il rito greco con i guerrieri franchi del rito latino è detestata dagli abitanti. Il loro risentimento è condiviso dai presbiteri e dai monaci che hanno visto spogliare le loro chiese dai fratelli cristiani dell’Occidente. La loro avversione si riversa sul papa che aveva proclamato la crociata. Il legame dei credenti dell’Est e dell’Ovest è stato spezzato dall’ingordigia e dalla sete di ricchezza degli uomini abituati a usare la spada e razziare tutto quello che appartiene agli altri popoli”.
“La responsabilità delle atrocità commesse dai crociati – sostiene Filelfo – è imputabile agli uomini che le hanno commesse. Il sangue versato può essere riscattato soltanto con altro sangue. La politica dei matrimoni, tra i principi di Costantinopoli e le principesse latine, favorita dal basileus Manuele II e sostenuta dal papa, può far dimenticare i torti subiti dagli abitanti di Costantinopoli. L’istituzione, che unisce con un vincolo sacro il sangue di una donna latina con quello di un principe della casa imperiale dei Paleologi, può aiutare a guarire le ferite ingiustamente causate agli uomini e alle donne della città”.
“Le lacerazioni, procurate dai Latini e dai Franchi, sono ancora profonde – afferma il monaco Demetrio - e costituiscono un substrato di terrore che alberga nella coscienza di ogni credente nelle sacre Istituzioni. La storia atroce dei delitti e l’asportazione dei sacri oggetti dalle chiese viene raccontata ad ogni bambino e bambina educati alla venerazione delle sante immagini ed al rispetto dei luoghi consacrati.
I crociati dell’Occidente sono considerati sacrileghi ed empi. L’aiuto richiesto dai nostri governanti ai principi latini è sempre economico e finanziario e non riguarda l’eventuale invio di uomini in difesa della città del basileus. Il popolo teme il ritorno dei crociati, stupratori e ladri nelle dimore dei loro fratelli che professano la stessa fede. Il loro astio è tale da considerare male minore il governo dei principi ottomani.
I matrimoni imperiali tra i principi paleologhi e le nobildonne latine, celebrati dai vescovi secondo il rito di Costantinopoli e con la benedizione del papa Martino V, sono ancora pieni di aspettative e non ancora hanno dato alla luce i loro frutti per una rappacificazione basata sul sangue di nuove generazioni. La basilissa Sofia del Monferrato non ha dato alcun erede al coimperatore Giovanni e nemmeno la basilissa Cleope di Malatesta ha allietato la casa del despota Teodoro che governa la Morea.
Il desiderio del vescovo di Roma, pastore di tutti i Cristiani, di ricostituire l’Ecumene imperiale basato sul diritto romano per tutti i credenti del Vangelo, non trova il consenso del clero e dei monaci che tramandano le spoliazioni delle chiese e il trafugamento delle sacre reliquie dei santi da parte degli uomini delle Crociate”.
“Il tempo e la fede daranno i loro frutti – sostiene ser Filelfo – ma ora bisogna arginare l’espansione ottomana e contrastare le pretese del sultano di sottomettere il basileus e di impossessarsi del grande mercato di Costantinopoli.
Il sultano ottomano Murad II possiede le città costiere dell’Egeo e la parte occidentale dell’Asia Minore. Il suo esercito è contrastato dai Mamelucchi del califfo del Cairo e dagli emiri dei Turcomanni che governano le città di Tabritz e la ricostruita Bagdad, dopo la distruzione delle orde mongole, con il benestare del Grande emiro Shah-Rukh, erede dell’impero di Tamerlano.
L’emiro turcomanno Qara Iskander, capo della tribù dei Kara Koyunlu, cioè delle “Pecore nere”, regna su tutta la regione, ad Ovest del Mar Caspio, che va dai confini meridionali della Georgia fino alle foci del Tigri e dell’Eufrate. La seta, proveniente da Samarcanda passa per Tabritz, capitale del suo dominio.
Il Gran Comneno Alessio IV, vassallo di Tamerlano, paga ora i tributi al Signore turcomanno di Tabritz che si è reso indipendente dai Grandi emiri mongoli dell’Asia. L’imperatore di Trebisonda ha concesso la mano di una delle sue figlie più belle a Qara Iskander, assicurando, con la sua politica matrimoniale, la difesa della sua città, cioè del grande porto del Mar Pontico e del centro carovaniero che riceve tutto il commercio proveniente dall’Oriente.
I mercanti della seta non passano più per Bagdad, ma percorrono la via a Sud del Mar Caspio che passa per la città persiana di Tehran e raggiunge Trebisonda, dopo la sosta carovaniera di Tabritz e il pagamento dei tributi al capo dei Turcomanni.
L’imperatore comneno e l’emiro delle “Pecore nere” sono gli unici alleati che possono salvare Costantinopoli ed arginare l’avanzata dei guerrieri ottomani.
Il vescovo di Roma invia grandi doni ad Alessio per aiutare i missionari che si recano in Oriente e percorrono le vie dei mercanti della seta”.
“Sono curioso – incalza Demetrio – di conoscere quello che il segretario del bailo della Serenissima Repubblica pensa del commercio della seta”.
“Il popolo della Grande Cina, creatore delle preziose stoffe di seta, accoglie da molti anni – afferma ser Filelfo - gli uomini di fede che manifestano la cultura del diritto ed esaltano le doti più profonde dello spirito umano. La sua civiltà millenaria si confronta con orgoglio e curiosità con quella dell’Occidente perché prova una profonda condivisione e una corrispondenza tra i principi delle scritture sapienziali tramandate dai dotti dell’Oriente e quelle proclamate dai missionari.
Il confronto e lo scambio delle esperienze umane genera negli animi un reciproco rispetto e spinge ad una conoscenza sempre più concreta, favorendo il commercio dei manufatti degli artigiani cinesi e l’accoglienza generosa dei mercanti che trasportano i prodotti dei popoli dell’Ovest”.
“Il santo Patriarca di Costantinopoli – interrompe il religioso - mi ha incaricato di ottenere dal vescovo di Trebisonda la sua intercessione, per invogliare i ricchi mercanti della città a sostenere con le loro proficue offerte il popolo che invoca la Vergine della Santa Sapienza.
Sono curioso di conoscere il motivo del tuo viaggio.
"La tua richiesta – risponde l’ambasciatore imperiale – sollecita la mia ragione per un chiarimento della situazione attuale che preoccupa la Repubblica di San Marco e il papa Martino V.
Il sultano ottomano, già padrone della Rumelia, cioè della Tracia e delle regioni danubiane, ha conquistato tutta l’Anatolia occidentale ed ora si prepara per sottomettere i piccoli sultanati dell’Anatolia orientale per chiedere il tributo ai mercanti che trasportano le spezie e la seta dall’Oriente per la via commerciale del Sud del Mar Caspio.
La conquista di tutta l’Anatolia, cioè il controllo ottomano di tutte le vie carovaniere lungo le quali si snoda il commercio terrestre delle spezie, potrebbe costituire un danno irreparabile per Venezia che perderebbe la fonte della sua ricchezza.
L’imperatore di Trebisonda possiede ora l’unico sbocco sul Mar Pontico del commercio orientale delle spezie. Il suo piccolo dominio è circondato dai guerrieri turcomanni che controllano tutte le vie commerciali dalla Georgia fino alle foci dell’Eufrate. Il figlio di Tamerlano, il Grande Emiro Shah Rukh, padrone di tutta l’Asia, riconosce la loro autonomia e permette al capo turcomanno dei Qara Koiunlu di riscuotere i tributi dai mercanti arabi che scambiano le merci dell’Occidente con quelle dell’Oriente nei mercati delle città persiane.
L’alleanza tra Alessio e l’emiro Qara Iskander è benvista dall’imperatore Manuele II perché trattiene l’impeto del sultano ottomano e permette l’arrivo delle merci per alimentare il mercato di Trebisonda e il grande emporio di Costantinopoli.
Trebisonda è l’ultima speranza di salvezza per i marinai che navigano tra le nebbie del Mar Pontico e per tutto il commercio dell’Occidente. Se si spegnesse la sua luce, i mercanti di Venezia dovrebbero sottomettersi agli esosi tributi degli Ottomani e perderebbero il monopolio del commercio delle spezie in tutto il bacino del Mediterraneo”.
“Sento grida di giubilo – dice il giovane Marco – e gli ordini del capitano che inducono i marinai e i rematori a impegnarsi con più attenzione al governo della galea che deve entrare nel porto della città. Scorgo bagliori delle cupole d’oro dei palazzi, colpite dai raggi del grande faro".