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domenica 15 luglio 2018

Papa Francesco santifica i martiri di Otranto del 1480


Massa Lubrense e gli 800 martiri di Otranto
NESSUNO RINNEGÒ LA FEDE IN CRISTO
PAPA FRANCESCO SANTIFICA GLI IDRUNTINI
La Cappella di S. Francesco, con la tela di S. Francesco di Paola cui essa è dedicata, custodisce l'urna contenente le reliquie dei Martiri di Otranto, città che sotto il regno di Ferrante I fu improvvisamente assalita il 28 luglio 1480 e devastata dai Turchi.
Alla liberazione della città idruntina parteciparono anche soldati di Massa il 10 settembre 1481. Sull'urna contenente le reliquie, custodita nell'attuale cappella di S. Francesco, è scritto: “Martyres Hydruntini MDLXXXIII”.
Il 12 maggio 2013, Papa Francesco canonizzò gli otrantini, trucidati dai turchi nell’agosto del 1480 perché rifiutarono la conversione all’Islam.
"“Mentre veneriamo i martiri di Otranto, – ha detto papa Francesco – chiediamo a Dio di sostenere tanti cristiani che, proprio in questi tempi e in tante parti del mondo, ancora soffrono violenze, e dia loro il coraggio della fedeltà e di rispondere al male con il bene”.

sabato 17 febbraio 2018

Uomini illustri della nobile famiglia Liparulo


UN GIURECONSULTO NAPOLETANO
INVIATO DA SISTO V A PALESTRINA
Alcune reliquie di San Agapito, giovane cristiano di Palestrina (Roma) giustiziato con la decapitazione il 18 agosto 274 d.c. all’epoca dell’imperatore Aureliano, traslate a Corneto (oggi Tarquinia (Viterbo)) nel 1437 per le vicissitudini storiche che coinvolsero Palestrina ed i suoi signori Colonna, ritornarono in parte a Palestrina per intercessione del cardinale Marcantonio Colonna e di papa Sisto V. Il papa,...
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Francesco Liparulo Sant'Agapito Prenestino torna a Palestrina (Roma) per opera di Sisto V e di Francesco LiparuloGestire

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Nel Cinquecento Francesco Liparulo scriveva e parlava di "Diritto". Sul frontespizio del volume lo stemma della nobile famiglia Liparulo di Massa Lubrense (NA): "CANE LEVRIERO CON STELLA SIMBOLO DELL'INCARNAZIONE E STELLA DEL MATTINO, SIMBOLO DI MARIA MADRE DI DIO"

sabato 9 settembre 2017

L’incanto della penisola di Sorrento o Capo di Minerva

SORRENTO E MASSA LUBRENSE
PATRIA  DI  NOBILISSIMI UOMINI 
Giovanni Antonio Sommonte (Napoli 1538 - Napoli 1608) nella sua “Historia della città e Regno di Napoli”, “Per dar saggio dell’origine delle famiglie clarissime per la nobiltà napoletana” descrive, da pag.137 a pag. 139 del sopracitato libro, un confronto vicino Barletta tra navi di Ancona che caricavano grano e navi del Regno di Napoli che innalzavano il vessillo degli Svevi nel 1255 per sostenere il re Manfredi figlio dell’imperatore Federico II. 

“..Al tempo di Alessandro IV Pontefice - scrive Summonte - Manfredi corse traverso una galeazza dei Venetiani alla marina di Molfetta. …Nel giorno di San Bartolomeo d’agosto 1255 in Barletta si vide una bella battaglia: Una nave era di Messer Simone Ventimiglia, cavaliero principalissimo del Regno di Sicilia, l’altra era di Sorrento di Messer Paolone Donn’Orso e l’altra di Pozzuolo di Messer Henrico Spada e vi era anche quella di Costanzo di Pozzuolo”. 

Ci furono dei prigionieri e si provvide al loro riscatto. Nella vicenda furono implicati “il figlio di Messer Petrilllo Accongiagioco di Ravello, parente di Messer Giovanni Salvacoscia che era padrone della galera d’Ischia, e Proculo Venato gentil’huomo di Pozzuolo, Giuseppe Domini Marini e Serio Mastro Giudice di Sorrento. Donn’Orso di Sorrento, Salvacoscia d’Ischia e il Costanzo di Pozzuolo - sostiene lo storico napoletano - erano nobilissimi di questi luoghi e per le comodità del mare si esercitavano a questo misterio d’armar galere a proprie spese. Pietro Salvacoscia oltre l’esser governatore d’Ischia per l’imperatore Federico II fu anche padrone di molti legni con i quali servì poi Carlo I D’Angiò e fu da questi costituito Vice Ammiraglio. Similmente Carlo successore di Pietro Salvacoscia in tempo di Roberto (Re di Napoli dal 1309 al 1343) averli fatto con i suoi legni molti segnalati servizi nell’Isola di Sicilia e in premio di quello ne ottenne il Contato di Bellate”.

Nella “Descrittione della città di Massa Lubrense, mandata in luce dal Dottore Giovanni Battista Persico in Napoli nel 1646”, lo storico napoletano scrive: “La città di Massa Lubrense è Penisola circondata dal Mare da tre parti cioè da Tramontana, Ponente e Mezzo Giorno; solo da Levante è congiunta con il Territorio di Sorrento… Il circuito di Massa per mare comincia dallo scoglio volgarmente detto Petrapoli, verso Levante,… e si estende infine alla marina di Massa detta Fontanella: Quivi anticamente era un bel Molo, insino ad oggi si veggono dentro del mare alcuni suoi pilastri, in questo molo vi stavano 60 navilji, li quali servivano per il traffico delle mercantie dei Cittadini Massesi, prima che si ritirassero ad habitare in Napoli. Girando il mare si termina a Crapolla. Nell’estremità del Monte di Termene, vi sono li vestigij del celebre Tempio di Minerva. Sotto il Tempio di Minerva v’è un bellissimo Porto verso Ponente detto comunemente Ieranto. In questo porto verso Ponente possono stare comodamente 600 navi o vascelli grossi  quando qui si ritirano perché son difesi dalla Tramontana e Magistrale ma non dallo Scirocco a Mezzo Giorno li quali fanno grande tempesta in quel mare. Dopo vi è una montagna chiamata Capo di Penna, appresso sèquita Montealto; dopo sèguita la Campanella, il monte la Mortella,  appresso marina di Nerano”.


“La città di Massa - scrive il Persico nella “Descrittione" del 1646 - ha molte famiglie le quali da 400 anni in circa hanno vissuto nobilmente. Anzi alcune famiglie sono più di 500 anni come quelle dei Liparulo, Cangiani, de Marino, de Fontana, Persico, de Mari, Maggio, Pisani, de Simoni, d’Amitrani, de Maria, de Pastini, de Scoppa, de Perelli, de Maldacei, de Turri, de Palombi, de Tizzani… Hanno alcuni tenuto banco pubblico in Napoli, prima che li banchi si ponessero nei lochi pij; di questi il primo fu Berardino Turbolo, il secondo è Prospero suo fratello, il terzo Giovanni Alfonso Liparulo, il quarto Mario de Mari e Caputo”.

“Li Cittadini di Massa - evidenzia Persico nella sua Storia - sono stati sempre celebri nell’arte militare. Il Re Roberto nell’anno 1330 il 9 di gennaio fa una onorata patente a don Tesselino Fontana, nella quale dice che li conferisce la Cappella reale di S. Pietro ad curtim in Salerno per li suoi meriti si anco ad supplicationis instanti Federici Fontana fratris tui Ducis militum et qual grata servita nobis prestita cum suis strenuis militibus, Iaccone Persico, Josepho Fontana, Iacobo Liparulo, Ioanne Caputo, Pero Monforte et alijis sui commilitonibus sui sumptibus. La sopraddetta patente è inserita nella Renuncia della detta Batia di S. Pietro fatta dal sopraddetto D. Tesselino,  fatto vescovo di Vico Equense nell’anno 1330 da Papa Giovanni 21 detto XXII, per mano del Notaro Giuseppe Cesare Grillo di Salerno”.

“D. Tesselino Fontana - sostiene il Prospero - ritrovandosi occupato in Roma nell’anno 1334 il 15 ottobre fa un’amplissima patente a Don Andrea Liparulo  di Massa, suo vicario generale. L’originale di questa patente si conserva appresso il Signore Antonino mastro Giudice gentil’huomo di Sorrento”.

Angioini e Aragonesi si contesero il Regno di Napoli nel Quattrocento e Cinquecento. 

“L’anno 1459 - scrive il Persico - mentre Re Ferdinando Primo d’Aragona guerreggia con Giovanne d’Angiò Francese, Giovanni Gagliardo Spagnolo, familiare del Re Alfonso, avendo il governo del Castello di Massa e la città di Castell’à Mare di Stabia le diede in mano de Francesi; Vico e Massa si ribellarono si dubita anche di Sorrento per la sospettione d’alcuni li quali segretamente favorivano le parti di Giovanne. …Nel 1461 Ferrante comincia a recuperare le città e le terre del Regno ribellate. Nel 1464 la Regina Isabella, sua moglie, Luogotenente Generale del Regno, fece un indulto per la ribellione. Al ritorno in Napoli, Re Ferrante vittorioso, acciò la piccola città di Massa non li desse più fastidio con una nuova ribellione, nell’anno 1465 fece rovinare e buttare a terra il castello, le mura della città, li palazzi del Governatore e ad altri uomini principali e tutte le case dei cittadini e distrutta anco la cattedrale; il vescovo fu costretto andare alla chiesa antica di Santa Maria della Lobra sopra il mare dove si dice Fontanella”. 

Molti Massesi tra cui i Turbolo e i Caputo scapparono nella capitale del Regno.

Re Ferrante il 13 ottobre 1470 divise i confini di Massa da quelli di Sorrento e concesse a Giovanni Sancez, consigliere regio, la città di Vico e di Massa con titolo di barone.

Nel 1485 i nobili napoletani, comandati dal principe Roberto Sanseverino, si ribellarono a Ferdinando I d’Aragona e chiesero aiuto ai Francesi e al papa. La ribellione fu soffocata con condanne esemplari. 

L’imperatore Carlo V d’Asburgo nel Cinquecento si oppose alle ingerenze in Italia di Francesco I re dei Francesi. La nobiltà napoletana si schierò parteggiando per l’armata francese inviata in Italia da Francesco I e comandata da Odetto de Foix, detto Lautrec, con l’appoggio degli Inglesi e Svizzeri per liberare  papa Clemente VII.

Nell’anno 1528 - evidenzia il Persico - avendo Monsù Lotrecco preso molte città del Regno di Napoli mandava Governatori Francesi e avendo mandato uno in Massa il Sindaco della famiglia Liparulo con l’eletto della famiglia d’Accetto fa una protesta con dire che già Vico e Sorrento le quali sono città murate hanno ricevuto il Governatore Francese, Massa era costretta anco a riceverlo essendo state da Re Ferrante buttate le mura per terra”. 

"La città vecchia di Massa - scrive Persico - si finì di diroccare circa il 1550 con l'occasione di edificare la nuova città, la quale si edificò nell'istesso sito dove era stata la vecchia". 

Saverio di Franco nella sua “Ricerca di un’identità politica: Giovanni Antonio Summonte e la Patria Napoletana” pubblicata nel 2012 sostiene che “Summonte viveva, come lui stesso aveva dichiarato, alla Porta piccola o Porta Caputo, sul lato opposto  all’attuale ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli Federico II, era la zona in cui operavano gli abitanti di  Massa Lubrense  che giungevano alle porte di Napoli" con il loro carico di rifornimenti per la città: latticini, vino, frutta e, sopra tutto, quei vitelli che erano celebrati fin dall’antichità. La colonia massese era cospicua in Napoli e alcuni cittadini assursero a grande potenza: come i Caputo e i Cangiano”.  
Francesco Liparulo - Venezia

P.S. Pagina web: galeaveneta.blogspot.com

giovedì 7 settembre 2017

Uomini di Massa Lubrense (NA) nella capitale del Regno

NOBILI VICINO ALLA CAPPELLA DELLA REGINA
NELLA REAL S. CASA DELL’ANNUNZIATA DI NAPOLI 
Capaccio Giulio Cesare (Campagna, 1550 – Napoli, 8 luglio 1634) nella sua opera “IL FORASTIERO”, pubblicato nel 1634, indica tra gli uomini insigni di Massa Lubrense i Liparulo (pag. 1019), tra i quali quello Alessandro, “vescovo della Guardia, persona insigne e cognita da i papi dai quali fu onorato dell’officio di Referendario”. I Liparulo nel 1582 “aiutarono di alcuni migliaia di dinari il tempio, nel quale habitano in Massa i padri di San Francesco di Paola, come in Napoli edificarono la chiesa della Trinità, con frati minori”.

Nell’Origine Vicende Storiche e Progressi della Real S. Casa dell’Annunziata di Napoli per Giambattista D’ADDOSIO del 1883 si legge: "LA 3.^ Cappella ...Innanzi a questa cappella ... veniva in seguito il piliero con l'altarino... Notamenti B. FOL. 184. A 24 ottobre 1565 li Maystri della (Real S. Casa dell’Annunziata a Napoli) prestano assenso a la cessione fatta per D. Cesare Volpe a li eredi del Marco Liparulo d’un piliero con altarino… il piliero con l’altarino dato nel 1553 a Lionetto Volpe, alias Ricchetto, e dal figlio di costui, Cesare Volpe, ceduto a Marco Liparulo, ed era dedicato a San lorenzo”. La 3^ Cappella nella Annunziata era del “Marchese di Laino Conte della Cerra, D. Ferrante Cardines, per acquisto fatto nel 1524”.

domenica 13 agosto 2017

13 AGOSTO MARTIRI DI OTRANTO

NESSUNO RINNEGÒ LA FEDE IN CRISTO
PAPA FRANCESCO SANTIFICA GLI IDRUNTINI
La Cappella di S. Francesco, con la tela di S. Francesco di Paola cui essa è dedicata, custodisce l'urna contenente le reliquie dei Martiri di Otranto, città che sotto il regno di Ferrante I, fu improvvisamente assalita il 28 luglio 1480 e devastata dai Turchi. 
Alla liberazione della città idruntina parteciparono anche soldati di Massa Lubrense il 10 settembre 1481. Sull'urna contenente le reliquie, custodita nell'attuale cappella di S. Francesco è scritto: “Martyres Hydruntini MDLXXXIII”.

Da Wkipedia:
Il 12 maggio 2013, Papa Francesco canonizzò gli otrantini, trucidati dai turchi nell’agosto del 1480 perché rifiutarono la conversione all’Islam.
Il 13 agosto di ogni anno, Otranto ricorda con una grande e suggestiva celebrazione i suoi Eroi Martiri del 1480.

Il 28 luglio 1480 una flotta navale turca del sultano dell'Impero ottomano Maometto II proveniente da Valona, forte di 90 galee, 40 galeotte e altre navi, per un totale di circa 150 imbarcazioni e 18.000 soldati, si presentò sotto le mura di Otranto[3].
La città resistette strenuamente agli attacchi, ma la sua popolazione di soli 6.000 abitanti non poté opporsi a lungo ai bombardamenti. Infatti il 29 luglio la guarnigione e tutti gli abitanti abbandonarono il borgo nelle mani dei Turchi, ritirandosi nella cittadella mentre questi ultimi cominciavano le loro razzie anche nei casali vicini.
Nel massacro che ne seguì, tutti i maschi di oltre quindici anni furono uccisi, mentre le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù. Secondo alcune ricostruzioni storiche, i morti furono in totale 12.000 e i ridotti in schiavitù 5.000, comprendendo anche le vittime dei territori della penisola salentina intorno alla città[4].
Vani furono i primi tentativi di riconquista, organizzati tra agosto e ottobre del 1480 da Re Ferdinando di Napoli, che richiamò alla guerra il figlio Alfonso d'Aragona e fece una flotta con l'aiuto del cugino (Ferdinando il Cattolico) e del Regno di Sicilia[5]

Dopo tredici mesi Otranto venne riconquistata dagli Aragonesi, guidati da Alfonso d'Aragona, figlio del Re di Napoli".

domenica 6 agosto 2017

Uomini illustri del regno di Napoli

Uomini illustri del Regno di Napoli.
Pietro Giannone nella sua “Istoria civile del Regno di Napoli” esalta l’opera del dotto giureconsulto Leonardo Liparulo che nel 1573 fu fatto vescovo di Nicotera da papa Gregorio XIII. 
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“… Fiorì ancora nel Regno di Roberto (1309 - 1343), e più in quello della Regina Giovanna sua nipote il famoso Andrea d'Isernia. Per la sua profonda dottrina legale, e particolarmente in materie feudali, fu nel Regno di Carlo II, padre di Roberto, fatto Avvocato fiscale, e poi Giudice della G. C., indi da Carlo istesso creato Maestro Razionale della Camera de' Conti: ufficio, come fu detto, in que' tempi di grande autorità: a cui donò ancora molte Terre, e fece altre remunerazioni. Roberto suo figliuolo lo mantenne nel medesimo posto di Maestro Razionale ch'esercitò per molti anni, sino che, morto Roberto, dalla Regina Giovanna non fosse stato innalzato ad esser suo Consigliere e Luogotenente della Camera Regia; Tribunale ove egli avea menati molti suoi anni in qualità di M. Razionale.
…Primieramente, ciò che si narra della sua moglie, de' figliuoli e delle dignità, che costoro avessero avute dalla Regina Giovanna, è tutto favoloso, siccome fu dimostrato dal Vescovo Liparulo, che con molta diligenza ed esattezza tessè la vita di questo Giureconsulto”.

Wikipedia: 
Roberto d'Angiò, detto il Saggio (1277Napoli, 16 gennaio 1343), figlio del re Carlo II d'Angiò e della regina Maria Arpad d'Ungheria, fu nominato nel 1296, durante il regno di suo padre, primo duca di Calabria, titolo che manterrà fino alla sua incorazione a re di Napoli, avvenuta alla morte del padre nel 1309. Sarà sovrano del Regno di Napoli, assieme ai titoli di conte d'Angiò e del Maine, conte di Provenza e di Forcalquier, e re titolare di Gerusalemme, fino alla sua stessa morte, avvenuta nel 1343. Senza eredi legittimi in vita, Roberto sarà succeduto al trono dalla nipote Giovanna, figlia di suo figlio Carlo, duca di Calabria.

"Andrea da Isernia (Isernia, 1230 circa – Napoli, 1316) è stato un giurista italiano di epoca basso medioevale che divenne noto per i suoi studi sul diritto feudale (la "Lex Lombarda") tanto da guadagnarsi l'appellativo onorifico di "monarca feudistarum" ("re del diritto feudale”). Fu docente di diritto civile a Napoli dal 1288 al 1316. Fu autore dei Commentaria in usus feudorum e dei Riti della Magna Curia maestri nazionali".

Pietro Giannone (Ischitella, 7 maggio 1676Torino, 17 marzo 1748) è stato un filosofo, storico e giurista italiano, esponente di spicco dell'Illuminismo italiano. Fu praticante presso Gaetano Argento, che disponeva di una vasta biblioteca, la frequentazione della quale fu essenziale per la sua formazione. I suoi interessi non si limitarono soltanto al diritto ed alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici e dedicandosi per ben vent'anni alla stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria civile del regno di Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la Chiesa per il suo contenuto. 


Giureconsulti napoletani di Massa Lubrense (NA).


IL LEGISTA NARDUS LIPARULUS (... – 1578) LEONARDO LIPARULO DI MASSA LUBRENSE (NAPOLI) IN UNA PUBBLICAZIONE DI FRANCOFORTE DEL 1598. IL DOTTO UOMO DEL RINASCIMENTO APPARTENEVA ALLA NOBILE FAMIGLIA LIPARULO DI MASSA LUBRENSE E NEL 1571 ESPRESSE IL SUO PENSIERO SU  "D. ANDREAE DE ISERNIA IN USUS FEUDORUM COMMENTARIA". 

sabato 15 luglio 2017

Massa Lubrense e gli 800 martiri di Otranto

NESSUNO RINNEGÒ LA FEDE IN CRISTO
PAPA FRANCESCO SANTIFICA GLI IDRUNTINI
La Cappella di S. Francesco, con la tela di S. Francesco di Paola cui essa è dedicata, custodisce l'urna contenente le reliquie dei Martiri di Otranto, città che sotto il regno di Ferrante I, fu improvvisamente assalita il 28 luglio 1480 e devastata dai Turchi. 
Alla liberazione della città idruntina parteciparono anche soldati di Massa il 10 settembre 1481. Sull'urna contenente le reliquie, custodita nell'attuale cappella di S. Francesco è scritto: “Martyres Hydruntini MDLXXXIII”.

Il 12 maggio 2013, Papa Francesco canonizzò gli otrantini, trucidati dai turchi nell’agosto del 1480 perché rifiutarono la conversione all’Islam.

venerdì 14 luglio 2017

RICORDI DELL’ ESTINTA NOBILE FAMIGLIA LIPARULO


Storia di Massa Lubrense del dottor Gennaro Maldacea del 1640":' Hanno alcuni Massesi tenuti banchi publici in Napoli , prima che < si istituissero quelli che vi sono : e questi furono , Berardino Turbolo e suo fratello Prospero : Giovanni Alfonzo Liparulo, Mario de Mari e Caputo.
Pittura del Cinquecento a Napoli:
Wikipedia:
Girolamo Imparato nel 1592 aveva eseguito un “Battesimo di Cristo”, una tavola per la Cattedrale di Massa Lubrense commissionata dalla famiglia Pisano, come si ricava dal cartiglio in basso: D(OMINUS) M(ATTIA) P(ISANI) F(IERI) F(ECIT) 1592 . 




Una datazione diversa era stata avanzata da P. Leone de Castris, Pittura del Cinquecento a Napoli. 1573-1606, cit., pp. 148, 171 nota 35, che proponeva di identificare il Battesimo di Cristo con la pala destinata a un’altra chiesa di Massa, Santa Maria della Sanità, pagata al pittore da Giacomo Liparulo nel 1599 (cfr. Regesto)

martedì 11 luglio 2017

LA TORRE LIPARULO IN "C"

CAPITOLO VIII 
STORIA DELLA PRESA DI MASSA LUBRENSE DAI TURCHI


a idrici-;amanti "zar-.- dazztzìuioii. 'Otaro'Giu-lio ‘iiîaiî’eſevzſeriſſe nîej
…“d’ella’preſa di Maſſa da Turchi. '.t. Alli ;del meſe di Giugno 58.' giornomel quale ſi celebra la feſta di S. Antonio di Padua Lunedi nel fardel giorno venne l’armata Turcheſca contra la Città di Maſ ſa,e Sorrento con cento,e più galere,e tutte le'ſaccheg,~ giorno,e non vi rimaſe in Maſſa caſa'alcuna, la quale nö foſſe ſtata depredata,ſi pigliauano l’oro, argento gioie,e parmi ricchi`dizſeta,e lino,ſturauano le botte di vino, r6— pcuano li ziri-d’oglio,ſolamente tre torrireſt-Orno intat te,e ſi ſaluorno quelli ch’in eſſe ſi ritirorno cioè la Tor re di D.Nieolò di Turre,laquale.hoggi ſi poſſiede dal Signor Dottor Gennaro de Turr‘e ſuo pronepoteda Torre di Pietro Palma,la~quale è'vicino al VeſcOuado,& hoggi lalpoſſedonoliSigno’ri della famiglia di Piſa; la terza la Torre di D.Andrea Liparulo, la quale hoggi ſi poſſiedo dal Signor Dottor Leonardo Liparulo, ſuoi fratelli e.; ſcriueil predetto Notaro GiuIÌOKCeſareflh’eſſo Con' tut— ti“ gli altri fù ſacche giato,eli furno rubbate tutte le'ſue robbe,li fù preſa la ua moglie con trè ſigliuoli maſchi trè femine ſi ſaluò lui, con il ſuo figliolo piccolo Anto— -nino il quale ſtato anco Notaro,& viſſuto 83. anni.