lunedì 9 ottobre 2017

La ricchezza dei Veneziani

LA MERCANZIA DELLA GALEA VENEZIANA
Il comandante della Capitana ritorna a bordo per controllare personalmente le operazioni dello sbarco della mercanzia e chiama il suo scrivano di bordo: “Tommaso, controlla insieme a Francesco, aspirante ragioniere al commercio del nostro governatore della colonia, i registri di viaggio e accertati che le quantità, annotate sui libri, corrispondano a quelle stivate. Ogni involucro dei panni deve avere il suo segno distintivo, quello annotato alla partenza. Ad ogni destinatario la sua mercanzia che corrisponde al nolo pagato, come risulta dal Registro dei noli”.

Anche il balestriere ha udito l’ordine e, attraverso il boccaporto centrale, scende sottocoperta. Tommaso lo invita a fare la ricognizione della mercanzia: “Francesco, aiutami a controllare i colli per consegnarli ai mercanti o ai loro agenti commissionari che stanno arrivando con i bastasi della colonia, addetti allo scarico. Iniziamo a vedere quello che c’è nella prima stiva che è la più grande”.
Lo scrivano legge sul registro e conta 252 colli, ognuno con il segno distintivo del destinatario. Si tratta di merce pregiata ed ogni involucro si aggira intorno alle mille libbre. 
Francesco chiede: “Cosa contengono questi involucri?”

“Nella parte sinistra del registro – risponde Tommaso - è indicato che si tratta di merce di ser Domenico: panni bastardi, panni loesti, panni farisee. Inoltre ci sono dei sacchi che contengono stagno per un valore di 2200 ducati d’oro. Si tratta di mercanzia che proviene da Londra”. 
Il fiduciario del capitanio controlla che gli involucri non siano stati manomessi o danneggiati e si accerta della loro integrità, per evitare le richieste di risarcimento al Consiglio del bailo.

“Tommaso, cosa contengono i colli con questo segno?”
Lo scrivano risponde: “Sono panni da 60 da Padoa, panni da 65 da Padoa, panni da 40 da Venexia, panni da 40 da Venexia contraffati alla Fiorentina, panni Vexentini, panni da Parma. Tutti di proprietà di ser Giacomo”.

Dalla prima stiva passano alla stiva più vicina alla poppa, dopo il comparto dello scrivano e l’armeria della nave. La seconda stiva è più piccola della prima, ma contiene merce più pregiata.
“Francesco, controlliamo tutto ciò che c’è qui – esclama il fiduciario - e verifichiamo l’esatta corrispondenza con il registro di carico”.
Sul lato destro della stiva ci sono: 60 casse contenenti conterie e chincaglierie, cioè i paternostrani, prodotti a Murano, di proprietà di ser Alvise; 25 sacchetti, chiusi e con il sigillo di San Marco, contenenti ventiduemila ducati d’oro, destinati al bailo, per le esigenze del governo della colonia. Sulla sinistra sono allineate: 32 borse di grossi d’argento destinati al banco di ser Francesco, per un valore di diciottomila ducati d’oro; 4 bauli pieni di vesti di seta pregiata, lavorate con filo d’oro e d’argento nelle botteghe di San Lio, San Salvatore e San Zulian. Il valore dei quattro bauli, pieni di ormesini, zendadi e broccati, è di cinquemila ducati, destinati a ser Antonio, agente commissionario di un ricco mercante residente a Venezia. In fondo alla stiva ci sono 5 casse contenenti lingotti d’argento, per un valore di ventimila ducati d’oro, destinati a un banchiere greco, intermediario della zecca imperiale.
Lo scrivano dopo la verifica, chiude la stiva con la chiave e fissa negli occhi il balestriere di guardia: “Alvise, non fare avvicinare nessuno”.
Francesco Liparulo - Venezia
P.S. Brano tratto da “Mercanti veneziani a Costantinopoli” di Francesco Liparulo vedi pagina web: galeaveneta.blogspot.com

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