martedì 20 aprile 2010

La leadership del PdL è trasparente

IL PARTITO SI CONSOLIDA
CON BERLUSCONI E FINI

Gianfranco Fini, leader e cofondatore del “Popolo della Libertà”, si incontra a pranzo, giovedì 15 aprile, con Silvio Berlusconi per uno scambio di idee sul comportamento di alcuni politici della Lega di Bossi.
Il Presidente della Camera ritiene che il partito è stato appena costruito e bisogna farlo crescere, affrontando le questioni e verificando le opinioni prevalenti democraticamente. Il suo ruolo istituzionale di “essere super partes” non gli impedisce di dimostrare la sua volontà e un’azione diversa dalla considerazione e dalla linea del suo partito.
La cultura democratica si fonda sul confronto delle idee e il cofondatore del PdL non vuole rinunciare alle sue idee pur rimanendo pronto a sottoscrivere di nuovo il programma di governo. Il Popolo della Libertà è costituito da contenuti valoriali e deve essere interlocutore privilegiato con il Paese, senza “appiattirsi sulla Lega".
Si rivendica una discussione dentro il PdL per una maggiore aderenza alle istanze del popolo italiano. I problemi dell’immigrazione e quelli legati alla perdita dei posti di lavoro sembrano non aver spazio nel partito. C’è disattenzione per i veri problemi della società civile.
Il partito dovrebbe essere “capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise”.
Si parla di rottura tra Berlusconi e Fini e di scissione nel partito.
Per il Presidente del Consiglio si tratta di risolvere “piccoli problemi interni ad una forza politica”.
Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura – dice Gianfranco ai suoi amici – perchè così hanno voluto gli Italiani. Il PdL va rafforzato e questo presuppone che il Popolo della Libertà abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell’intero Paese.
Silvio Berlusconi convoca per giovedì 22 aprile la Direzione nazionale del PdL per esaminare il voto delle elezioni regionali e le iniziative per l’attuazione del programma elettorale del prossimo triennio.
“La convocazione della Direzione nazionale del partito – dice Fini – è, sul piano del metodo, una prima risposta ai problemi politici che ho posto al Presidente Berlusconi”.
Il senatore Giuseppe Pisanu, membro del PdL, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, afferma: “C'è un leader che guida la coalizione e quello è il Presidente del Consiglio. Noi dobbiamo sostenerlo fino alla fine della legislatura. Ma non dobbiamo nemmeno nascondere che ci sono dei problemi aperti sui quali è necessario discutere”.
Il potere della leadership nel PdL è trasparente e poggia su due pilastri fondamentali: Berlusconi e Fini. Tutti i componenti politici del partito costituiscono l’arco del Popolo della Libertà. Chi cerca di togliere uno dei due piloni, intende far crollare tutta la struttura del partito. I fondatori si armonizzano dialetticamente ed indicano la strada. Le loro dichiarazioni sono nutrimento alla leadership del Popolo della Libertà.
I sostenitori dei due leader fanno parte di un processo di relazione dialettica, per cui le loro azioni influenzano in modo determinante il modo di reagire e di comportarsi dei due fondatori dentro e fuori del partito. Si tratta di collaborazione dinamica e viva, una contribuzione consensuale e valoriale che favorisce l'interazione tra i politici stessi.
Si tratta di costruire una società il cui centro è la persona che si realizza liberamente nella comunità civile. L’idea dinamica dominante in questo ideale concreto è quella della libertà e della realizzazione della dignità umana.
Il Popolo della Libertà si è impegnato a realizzare questo ideale di società civile fondata sul rispetto dell'uomo esistenziale e concreto, dei suoi diritti, sulla fede nel progresso interno della vita, della storia del popolo italiano e sulla forza della libertà.
L'appello alla libertà impegna ogni uomo o donna a farsi protagonista di una storia aperta, cioè la libertà al centro della vita quotidiana è apertura di fini e di senso del futuro degli Italiani.

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo secondo
Il quartiere veneziano
Un nuovo giorno si apre per gli uomini della Capitana e tutti i veneziani, dal comandante all’ultimo dell’equipaggio, sono pronti ad incontrarsi con coloro che hanno atteso l’arrivo della galea. Ogni via, ogni piazza, ogni casa di Costantinopoli è pronta a ricevere e a dare agli uomini, disposti a scandire il proprio tempo, ciò che soddisfa ogni desiderio e realizza ogni sogno. È tempo di commerciare per il mercante che vuole guadagnare.
Il nobile Marco ed io, Francesco, desiderosi di conoscere e di imparare l’arte della mercatura, lasciamo la galea, e, accompagnati dal mercante Pietro, ci rechiamo alla casa del bailo. Percorriamo una strada pavimentata e fiancheggiata da case in muratura che hanno al pianterreno l’ingresso per botteghe di artigiani e negozi. Si sente un vociferare in veneziano: sembra di essere a Rialto.
L’abitazione di ser Benedetto è non lontano dal punto di attracco della nave di ser Giovanni. Il Quartiere dei Veneziani, situato nel distretto di Perama, è stato costruito vicino al porto del corno d’Oro ed è costituito da una piazza lastricata a cui fanno fronte molte case di mercanti e una chiesa dedicata alla Vergine Maria. Le case, costruite con mattoni e pietre, pur avendo la struttura delle abitazioni dei mercanti facoltosi della città, hanno l’aspetto delle case-fondaco di Venezia. Al centro della piazza c’è una fontana, alimentata da un antico acquedotto che porta l’acqua dalle montagne vicine. Una vicolo stretto porta ad un antico asse viario, ben tenuto e fiancheggiato da portici, che, percorrendo da Nord a Sud la città, incrocia la strada che chiamano Mesè.
Ser Pietro ci precede e si avvicina alla casa più grande del quartiere di fronte alla chiesa. L’ingresso dell’abitazione, costituito da un grande portone centrale sorvegliato da due guardiani, immette, attraverso un andito, in un grande cortile interno su cui si affacciano alcuni locali, muniti di portoncino d’ingresso e due piccole scale, su lati opposti, che portano all’ammezzato, dove alloggiano i collaboratori del bailo. Un’altra scala, a rampa dritta e dotata di balaustra in pietra lavorata, porta dal cortile interno al piano nobile, situato sopra l’ammezzato. Dal cortile interno si accede ad un piccolo giardino con pozzo e circondato da vari ambienti adibiti a stalle e a depositi.
“Siate i benvenuti – dice un nobile uomo che ci viene incontro sorridendo e con le braccia aperte - questa casa è sempre aperta per chi onora il leone di San Marco. Ti sono grato, Pietro, per aver accompagnato questi rampolli della nostra città, desiderosi di imparare l’arte del commercio e soprattutto l’arte di saper calcolare la giusta misura nelle cose umane. I loro padri hanno scelto bene perché questa città è maestra non solo nell’arte della mercanzia ma soprattutto in quelle cose che riguardano l’intelletto e lo spirito. Qui ci sono uomini che, pur appartenendo a religioni diverse, sanno essere veri amici e ti rispettano non per quello che possiedi, ma per la fiducia che sai accordare agli altri”.
“Sono onorato per l’accoglienza di questa casa – dice Marco - mio padre ha di voi la massima stima perché la fama della vostra accortezza nelle cose di governo e della vostra capacità nel trattare le merci trasportate per mare ha da tempo oltrepassato il territorio governato dal nostro Principe, il doge di Venezia”.
“Tuo padre – risponde ser Benedetto - amico della mia famiglia per tante imprese commerciali ben riuscite, sa che la casa del bailo è il luogo dove si impara l’arte del saper dare alle cose la giusta misura e l’arte della saper percorrere la giusta strada per costruire buoni rapporti tra chi governa la città e chi è costretto a navigare per il trasporto delle merci”.
Il nobile funzionario della Serenissima Repubblica si rivolge a me: “Tu sei Francesco. Il mio segretario, ser Filelfo, molto amico della tua famiglia, mi ha parlato delle tue capacità e della versatilità al ragionare e al far di conto nelle cose attinenti alla mercatura. Questo è il posto giusto per chi vuole affinare le proprie doti naturali, ma anche per imparare la lingua dei greci che con il loro intelletto e con il loro spirito raggiungono le cime più alte della conoscenza e del sapere. I dotti dell’Est e dell’Ovest vengono a stare in questa città per confrontarsi e trovare consenso su ciò che assilla e impegna gli spiriti più profondi. Le relazioni che intercorrono tra i nostri uffici e il governo imperiale potranno aiutarti per diventare un uomo fidato del Leone di San Marco. Ser Francesco Filelfo è tenuto in grande considerazione dal basileus e da suo figlio, il coimperatore Giovanni VIII”.
“Le tue parole – interviene ser Pietro – sono di incoraggiamento per questi giovani che saranno all’altezza dei loro padri e faranno onore alla loro patria. Il futuro di Venezia è assicurato dall’impegno di coloro che vogliono imparare ad avere un alto senso della giustizia, dell’onore e dell’amicizia. Non bastano le ricchezze dei nobili, soggette all’avvicendamento della fortunati, occorre che tutto un popolo, da chi fa affidamento sulla proprietà fino a chi fa affidamento soltanto sulle proprie capacità manuali, educhi i propri figli ad affrontare con coraggio e conoscenza le piccole avversità, per essere pronti a lottare per il benessere e la salvaguardia di tutti coloro che parlano la stessa lingua e che vivono sullo stesso territorio. Il governo della Serenissima Repubblica potrà durare finché ci saranno giovani che considereranno importante emulare l’orgoglio e l’impegno dei padri per il benessere della propria città”.
“Sono d’accordo con te – aggiunge il bailo – e iniziamo subito a mostrare a Marco e a Francesco come operano i Veneziani a Costantinopoli”.
Il funzionario mostra agli ospiti i locali della casa, adibiti al disimpegno di tutto ciò che attiene al governo locale della colonia. Al pianterreno, dopo un vano, adibito a magazzino con la presenza di uno scrivano e di un guardiano, si susseguono alcuni locali, attrezzati con tavoli e scaffali pieni di carteggi. Francesco viene presentato a ser Ludovico, responsabile della riscossione delle tasse, imposte dal governo imperiale della città, e dei noli e contributi dei mercanti, destinati a sostenere le spese dell’amministrazione della colonia.
“Benvenuto tra noi – dice il responsabile dell’ufficio che mi accoglie con un sorriso – qui potrai apprendere come la città si sostiene con i contributi dei suoi abitanti e conoscere i funzionari del governo imperiale. L’imperatore ha bisogno di molto denaro per mantenere il suo esercito di mercenari. I rapporti con gli amministratori greci e con i rappresentanti della famiglia imperiale richiedono la conoscenza della lingua greca di cui avrai lezioni da ser Filelfo, molto stimato dalla famiglia imperiale. I suoi consigli sono richiesti dallo stesso basileus.
Gli ospiti vengono introdotti in un altro locale, di fronte al precedente ufficio, dove il responsabile governativo accoglie con grande gioia i nuovi arrivati ed esclama; “Ser Pietro sono molto contento di rivederti e di ricordare i lunghi viaggi sulle galee dell’Arsenale durante i quali abbiamo affrontato assieme tante tempeste, per portare le merci nei porti del Ponto Eusino e ad Alessandria. Quante volte ci siamo armati per respingere i pirati che infestono i mari con le loro navi sempre pronte a coglierci di sorpresa. Il Leone di San Marco ha la spada sguainata per respingere qualsiasi attacco”.
“Salute a te, ser Marin, corre voce a Venezia che la tua famiglia possiede qui dei magazzini ben forniti con merce che arriva dall’Estremo Oriente e dall’India. Ti sarò grato se mi farai conoscere i mercanti che scambiano le favolose pietre preziose con i ducati della Serenissima Repubblica”. Si dice che quelle contrade lontane dispongono di enormi quantità di gemme e che le monete d’oro, coniate dalla Zecca di Venezia, non sono sufficienti ad acquistarle”.
“Sarò lieto di portarti e di farti conoscere i commissionari che lavorano per i miei fratelli – risponde il collaboratore del bailo – non appena avrò terminato il controllo dei registri in cui sono state annotate le merci passate per il Corno d’Oro e dirette al mercato di Rialto. Ser Benedetto mi ha comunicato l’arrivo di un nobile veneziano che mi aiuterà nel mio lavoro”.
“Ecco Marco - interviene prontamente il bailo - un giovane patrizio che ti aiuterà nella tenuta dei libri contabili e nei contatti con i mercanti. La sua famiglia ha sempre dato dei valorosi generali per le galee veneziane e dei saggi consiglieri al nostro Serenissimo Principe di San Marco. Sono sicuro che sotto la tua guida, ser Marin, questo figlio di una nobile famiglia farà onore alla sua famiglia e sarà pronto per affrontare con coraggio le avversità che si incontrano lungo le rotte commerciali”.
“Sono impaziente di recarmi all’abitazione di mio cognato – dice ser Pietro a ser Benedetto – non ho ancora avuto il tempo di rivedere mia sorella, sposa di ser Ludovico che ha aperto un banco nel quartiere delle Blacherne, vicino al palazzo imperiale. Sarò suo ospite fino alla prossima partenza della Capitana”.
“La mia casa – risponde il bailo – è sempre aperta a chi si dedica con passione a procacciare ricchezza con il commercio, per il benessere della propria famiglia e per la prosperità della nostra città lontana a cui aspiriamo ritornare, anche se questa seconda patria, Costantinopoli, è per noi la terra che ci dà nutrimento. Il nostro cuore e i nostri affetti sono rimasti là dove sorge la protezione di San Marco che, con la sua intercessione divina, ci protegge lungo le rotte dei nostri viaggi”.
Dopo l’uscita di ser Pietro, Francesco e Marco vengono portati al piano nobile dell’abitazione dove vengono presentati alla famiglia del bailo. Il loro alloggio, situato nell’ammezzato dell’abitazione, è attiguo a quello dei collaboratori più importanti del bailo. All’ora del pranzo si ritrovano tutti gli ospiti nel salone del piano nobile dove il padrone di casa intrattiene gli amici e concorda con loro il lavoro da disimpegnare nel pomeriggio.
“Dopo il pranzo – dice il bailo rivolgendosi ai due giovani ospiti – andrò a trovare i mercanti più importanti della colonia, ser Antonio e ser Alvise; vi presenterò come miei collaboratori affinché vi facciano conoscere come lavorano i veneziani residenti in questa città. Bisogna che impariate al più presto la lingua greca e per questo vi saranno molto utili le lezioni di ser Francesco Filelfo che vi introdurrà al palazzo imperiale dove potrete conoscere i figli delle più nobili famiglie della città. Vi consiglio di non uscire dalle mura terrestri della città che sono ancora assediate dai nemici del coimperatore. Sembra che Giovanni VIII, contro il desiderio di suo padre, il basileus, abbia favorito uno dei figli del defunto imperatore dei Turchi Ottomani contro il suo legittimo erede che ha assediato la città. L’esercito ha respinto, nello scorso mese di agosto, un sanguinoso assalto dei guerrieri ottomani ”.
“Grazie alle mura terrestri – interviene ser Ludovico – che fino ad oggi non sono mai state violate dai nemici. Il governo imperiale ha aumentato le tasse per la riparazione dei danni causati dall’ultimo attacco dei nemici. Le casse del governo sono ormai vuote e se non interviene l’aiuto finanziario dell’Occidente non ci sarà più la possibilità di pagare i mercenari. L’Impero romano d’Oriente è costituito dalla città di Tessalonica, difesa da Venezia con grande dispendio di risorse , dal piccolo Despotato di Mistrà in Morea e dalla capitale dell’impero. Temo un aggravio molto più consistente di tasse che graveranno sulla colonia e sulle merci. Il mercato di Rialto sarà scosso e risentirà di questi aumenti”.
“Venezia vuole mantenersi neutrale – sostiene ser Marin - e salvaguardare la libertà delle rotte commerciali. Nell’ultima successione del sultano, il Serenissimo Governo si è discostato dalle scelte di Giovanni VIII ed ha preferito attenersi alle scelte della famiglia imperiale turca. Le galee di San Marco non hanno rivali che possono ostacolare la politica commerciale del Senato veneto e conviene non esporsi in scelte che possono inasprire gli animi di quelli che possono disporre di eserciti potenti e agguerriti. L’imperatore dei Turchi ha un esercito invincibile ed è padrone di molte regioni che una volta erano governate dal basileus. I proprietari delle terre preferiscono sottostare al nuovo governo turco che richiede meno tasse e concede una certa autonomia per le fedi religiose, dimostrando di essere tollerante per la culture dei popoli sottomessi. Molti aristocratici che una volta lottavano per diventare funzionari del governo centrale dell’Impero romano d’Oriente, cominciano a guardare con simpatia alla corte ottomana di Adrianopoli e ad opporsi alla politica della corte paleologa delle Blacherne”.
“Venezia si mantiene neutrale – dice il bailo – per le faccende interne dei principi ottomani perché bisogna avere accortezza nelle relazioni con i mercanti turchi. Molti principi turchi hanno la residenza qui in città e sono amici del basileus. La difesa di Costantinopoli è ritenuta da Venezia di importanza vitale perché è il centro di tutto il commercio, emporio unico riconosciuto da tutti i popoli. Il patrocinio dell’imperatore, garante universale della libertà e del diritto di scambio o di compravendita di qualsiasi mercanzia, è richiesto da tutti. Qui il diritto si è consolidato da tanti secoli ed il consenso sulle regole commerciali è alla base dei rapporti tra i mercanti di qualsiasi paese. Ogni straniero è libero di professare la propria religione e, per i reati interni alla sua colonia, risponde all’autorità locale, riconosciuta e accreditata presso la corte. Questo è il luogo dove ogni controversia umana può essere risolta sotto l’autorità dell’imperatore, garante universale, che dà ad ognuno la possibilità di avere fiducia nell’altro e di essere riconosciuto uguale nella trattazione del proprio punto di vista”.
“Sono d’accordo con te – interviene ser Francesco Filelfo – l’autorità dell’imperatore discende da quella di Costantino il Grande che divenne l’unico imperatore per l’Occidente e per l’Oriente perché seppe riconoscere il segno della Santa Sapienza. Questa città è chiamata anche Nuova Roma perché il diritto romano è stato trasformato in diritto universale, riconosciuto da tutti perché è il diritto che investe ogni uomo nella sua interezza. La città, dove ognuno è libero di esprimersi nella sua umanità e di sognare l’appagamento di ogni desiderio, è sorta nel luogo dove le terre e le acque dell’Oriente e dell’Occidente si incontrano. Qui gli uomini di tutti i continenti possono incontrarsi e scambiare quello che hanno, sicuri di aumentare il proprio benessere o di diventare ricchi”.
“Sei molto ottimista – replica ser Ludovico – e comunque questa peculiarità della città deve essere mantenuta. I governi, interessati all’esistenza di questo emporio, dove si è liberi di commerciare secondo regole condivise da tutti, potrebbero partecipare e sostenere l’imperatore con finanziamenti necessari a pagare i mercenari del suo l’esercito. La difesa della città, centro delle rotte commerciali, permetterà ai mercanti di poter ricevere tutte le merci dall’Oriente per scambiarle con quelle provenienti dall’Occidente. Tutti trarranno beneficio nel salvaguardare l’indipendenza della città da qualsiasi monopolio commerciale”.
Il pranzo, a base di pesce pescato nel Bosforo ed acquistato sui banchi del mercato di Perama, volge al termine. Per Marco e Francesco è stata l’occasione per conoscere il pensiero dei collaboratori del bailo e soprattutto per ammirare le donne che compongono la famiglia dell’uomo più eminente della colonia. La padrona di casa è una nobildonna appartenente ad una ricca famiglia veneziana. Le sue graziose figlie, Maria ed Elisabetta, hanno allietato con il loro sorriso e le loro premure i due giovani ospiti che hanno ascoltato i discorsi di uomini influenti ed impegnati nel governo del rione veneziano. Ser Benedetto invita i due giovani ospiti a tenersi pronti per fare visita nel primo pomeriggio ai mercanti e ai venditori di stoffe del rione.
Il pomeriggio, di una giornata di fine settembre, è ancora caldo sulle rive del Bosforo e la città si prepara a ricevere, per le vie commerciali interne, uomini e donne interessati agli acquisti e a curiosare per le botteghe. Anche il rione veneziano si anima e tra la gente passano Marco e Francesco accompagnati dall’uomo più autorevole della comunità. La piazza è gremita di gente che ha voglia di intrattenersi con gli altri e di scambiare le proprie opinioni su quello che accade in città, assediata da circa tre mesi, e sul rincaro dei prezzi.
“Vi faccio conoscere – dice il bailo – un mercante veneziano che dispone di un grande negozio frequentato dai venditori di stoffe del vicino rione turco”.“Se i Turchi assediano la città sul lato della terraferma – dice Marco - dovremmo temere un atteggiamento ostile da parte dei residenti turchi”.
“Io inizio ad avere un certo timore – dice Francesco – perché i Turchi sono molto forti e vincono coloro che si oppongono con le armi”.
“Non c’è nulla da temere. I mercanti turchi – risponde l’accompagnatore – non amano le guerre e desiderano stare in pace con tutti, perché hanno bisogno di lavorare, di mantenere le proprie famiglie e soprattutto di compiere gli atti religiosi prescritti dalla loro religione. In fatto di preghiere i Turchi dimostrano di essere dei credenti molto più religiosi di noi. La loro religione prescrive di pregare più volte al giorno, mentre noi ci accontentiamo di farlo solo alla domenica.
Nei rapporti commerciali, tutto si basa sull’amicizia e sulla fiducia. Bisogna guardare negli occhi il proprio interlocutore e sentire vibrare la sua anima, altrimenti non si può instaurare nessuna comunicazione. Il commercio è innanzitutto apertura all’altro per spiegare quello che si vuole offrire e l’interlocutore deve essere ben disposto, dal profondo del suo cuore, ad aprirsi a sentimenti di intesa e ad accendere l’intelletto per un consenso convinto su quello che viene espresso in merito alla merce. Il mercante è uomo di pace, bussa alle case degli acquirenti che aprono se sono sicuri di non essere offesi, altrimenti la loro porta rimane chiusa.
La città permette l’ingresso se chi vuole entrare è considerato amico di chi governa, responsabile della sicurezza di tutti. Non bisogna temere chi è in città perché è amico del nostro imperatore che protegge tutti coloro che si sono affidati alla sua giustizia, posta all’ombra della Santa Sapienza. Stai tranquillo, Francesco, avrai modo di conoscere uomini e donne che, pur avendo una cultura diversa dalla nostra, dimostrano di possedere doti di umanità e di intelligenza che ci lasciano sbalorditi.
Conosco mercanti residenti turchi con cui i nostri mercanti scambiano merci preziose e spesso sono anche loro ospiti. Ti consiglio di non avere pregiudizi nei confronti dei mercanti di altre culture, anche se appartengono allo stesso popolo che assedia la città. Le azioni di guerra scaturiscono dal desiderio di vendetta, per un torto ricevuto, o di possesso delle ricchezze degli altri. A noi, che vogliamo commerciare, non resta che difendere o aiutare chi garantisce la libertà delle rotte commerciali.
Chi sceglie questa città come residenza, o viene in modo pacifico, desidera soltanto stipulare relazioni di amicizia per accrescere ciò di cui dispone o per migliorare la propria condizione di vita. Al Serenissimo Principe, Tommaso Mocenigo, interessa che i porti siano aperti all’ingresso delle navi ed è disposto ad aiutare chi è impedito nell’assicurare l’approdo alle galee piene di mercanzia.
L’imperatore turco, Mehmed I, ha firmato nel 1419 un accordo con i veneziani e questo sta ad indicare che siamo in pace e in buoni rapporti con il governo imperiale turco di Adrianopoli. L’assedio a questa città, posto il 20 giugno scorso da Murad II, figlio del defunto imperatore Mehmed I, è stato posto perché il co-imperatore Giovanni VIII ha appoggiato il fratello del defunto imperatore turco, Duzme Mustafa, che si è ribellato contro il legittimo erede. Tutto è successo contro la volontà dello stesso basileus che ha manifestato la sua contrarietà alle decisioni prese da suo figlio. La rabbia del nuovo imperatore turco si è riversata il mese scorso contro le mura terrestri che hanno retto all’assalto. Venezia cerca di mediare tra i contendenti e di non intromettersi negli affari interni dell’impero turco. Vi dico questo perché sappiate regolarvi in caso di dispute con chi è titubante o non comprende le finalità della nostra patria lontana”.
La casa del mercante, che il bailo vuole visitare con i due giovani ospiti, viene presto raggiunta. Si tratta di una casa fondaco in cui un ricco veneziano immagazzina la sua mercanzia per i venditori al minuto che tengono banco lungo la strada principale della città, la Mesè. Il mercante tiene al piano terra anche un piccolo negozio di stoffe, provenienti dalla Persia, e gestito da un suo collaboratore. Il piano nobile della casa è abitato dalla famiglia del suo commissionario che tratta mercanzia proveniente dalla Siria e dall’ Armenia. Il padrone del fondaco, quando non è impegnato nel disbrigo delle attività commerciali, si ritira nel suo palazzo che si è fatto costruire nel distretto delle Blacherne, dove dimorano i più ricchi della città e dove i banchieri tengono i loro uffici di rappresentanza. Accanto al negozio di stoffe che si affaccia sulla piazza del rione, c’è un portone sorvegliato da un servo. Il bailo si fa annunciare ed è subito ricevuto da un uomo alto che si presenta con una toga di seta nera e con una grande stola di broccato.
“Sono onorato di essere a tua disposizione – esclama il mercante che accoglie il bailo a braccia aperte – e sono lieto di accogliere questi giovani e nobili veneziani”.
“Ser Filippo, sono felice di vederti sempre in forma e di presentarti Marco e Francesco, giunti con la galea di ser Benedetto. Ho scelto la tua casa perché tu possa iniziare questi giovani all’arte della mercatura e far conoscere loro alcuni segreti nella tenuta dei libri contabili. Ho già dato loro un alloggio nella mia casa e li ho già presentati ad alcuni miei collaboratori che li seguiranno nell’addestramento”.
“Sono disponibile e possiamo entrare nella stanza in cui lavorano due scrivani, Agostino e Bernardo, che annotano sui registri le merci che mi giungono con le navi attraverso il Bosforo e quelle che mi vengono portate dalla Siria attraverso l’Anatolia”.
Il locale, adibito alla conservazione delle scritture contabili dei traffici del mercante, è situato al piano terra e si affaccia su una corte interna a cui lati ci sono vari locali per il magazzinaggio delle merci. Nella stanza ci sono due grandi tavoli, su cui sono soliti lavorare gli scrivani e due scrittoi su cui sono appoggiati dei libri contabili. Due grossi scaffali, pieni di carte contabili, completano l’arredamento della stanza.
“Avvicinatevi allo scrittoio – dice il mercante ai due giovani allievi – e vedrete tutto quello che è stato scritto su questo quaderno. Su ogni foglio, sono scritte nella parte sinistra tutti i debiti, annotati con la parola dare, che indicano tutte le merci che ho ricevuto e immagazzinato, cioè i costi di acquisto e di trasporto delle merci. Sullo stesso foglio, nella parte destra sono state apportati i crediti, annotati con la parola avere, che indicano i destinatari a cui andranno vendute o inviate le stesse merci che ho ricevuto. È importante scrivere due volte la stesa merce perché i conti in entrata e in uscita vanno pareggiati per avere l’entità dei profitti e delle perdite. Tutti questi conti vengono abilmente tenuti dagli scrivani e il compito del mercante è quello di conoscere bene l’uomo da cui si riceve una merce e soprattutto a chi si deve consegnarla, perché entra in gioco la fiducia e il modo di esprimerla nelle relazioni commerciali. Un affare va bene se la fiducia e ben riposta e questo apre la via ad un'altra impresa. Nella nostra attività bisogna imparare a conoscere cosa si nasconde nell’animo dei nostri interlocutori commerciali per poter gratificare le loro aspettative e trarre il maggior vantaggio possibile. Su questo quaderno potete leggere tanti nomi ed ognuno sta ad indicare una cultura diversa: latini, greci, arabi, mori, turchi. Ogni mercante, o venditore a cui vanno le merci, deve essere trattato in un modo adeguato alla sua origine per poter meglio stabilire una comunicazione efficace che possa dar luogo al maggior profitto commerciale, consentito dagli usi e dalle leggi locali”.
“Sei molto chiaro – dice il bailo – e concordo con te nel ritenere cosa importante trarre dalle scritture contabili quei dati necessari a capire chi sono i nostri interlocutori, per avere una migliore conoscenza nell’intraprendere nuove imprese sempre più proficue. Ti sarei grato se tu spiegassi ai nostri giovani la necessità di tenere quel secondo quaderno sull’altro scrittoio”.
“Andiamo subito a vederlo – risponde ser Filippo – per renderci conto che la tenuta delle scritture è sempre la stessa. Qui si tratta di annotare la vendita delle merci esposte nel negozio che si apre sul davanti della mia casa in cui opera un mio agente. Questa contabilità è molto importante per me, perché mi fa conoscere tutti i cittadini residenti che frequentano direttamente il mio negozio. Molti venditori al minuto si riforniscono da me e poi tengono un loro banco di vendita lungo la strada principale della città, vicino all’antica reggia che si apre sulla piazza dell’Augusteum, davanti alla chiesa della Santa Sophia. Su questo libro sono indicati anche i nomi di mercanti dell’Anatolia, dell’Egitto, della Persia, come Othman, Orhan, Ahmed, Mustafa, Selim, Muhammad, Abbas, Safi, Isma’il, Al-Nasir, Al-Aziz, Al-Zahir. Questi nomi indicano che io sono un loro interlocutore nell’arte della mercanzia, cioè un amico che instaura rapporti di fiducia e di amicizia per lo scambio di merci. L’amicizia che si instaura tra i mercanti nasce perché sono capaci di ascoltare e comprendere quelle parole che diventano comunicazione che nasce dal profondo dell’anima. Lo scambio della mercanzia avviene se c’è quello scambio di idee che ha un consenso perché diventa un arricchimento reciproco”.
“Le tue parole – interrompe ser Benedetto – fanno vibrare anche il mio animo. Ritengo che anche Marco e Francesco abbiano capito che qui si tratta di instaurare rapporti di reciproca comprensione con coloro che appartengono a culture diverse. Ti saranno grati se mostri loro il negozio che tieni al piano terra e che si affaccia sulla piazza”.
Attraverso una porta interna della casa, ser Filippo introduce gli ospiti nel negozio in cui lavora un suo agente, coadiuvato da due esperti di panni provenienti dalle regioni orientali e da uno scrivano. L’attenzione degli ospiti si focalizza sui clienti che ammirano le stoffe che vengono presentate loro dai negozianti. Ser Filippo, accolto con un sorriso e un inchino dai frequentatori del suo locale, ricambia con gioia i saluti e con uno sguardo rivolto ai suoi dipendenti permette di continuare la presentazione della merce. L’arredamento del locale è costituito da due banconi rettangolari prospicienti l’ingresso, coperti da variopinti panni di seta pregiata; due cassoni appoggiati alle pareti laterali e grosse scaffalature sulla parete di fondo piene di sete di vari colori, arrotolate l’una sull’altra. I clienti guardano e toccano le sete che vengono loro mostrate sui banconi e mostrano di essere intenditori, perché guardano negli occhi i negozianti e fanno cenno di consenso.
“Sono arrivati ieri da Ormuz – esclama il padrone di casa rivolgendosi al mercante Muhammad, suo cliente abituale – e puoi notare la leggerezza degli ormesini che le fanciulle possono portare con disinvoltura nella stagione che si presenta ancora calda”.
“Ho sentito i banditori lungo le strade – dice il mercante – che hanno annunciato l’arrivo di una galea proveniente da Venezia e vorrei sapere se in questo negozio si vendono anche le merci dell’Occidente”.
“L’assedio mi spinge a riempire i magazzini – risponde ser Filippo - anche con i panni di lana pregiata che provengono da Londra. La specialità di questo negozio, come tu ben sai, è quella di offrire le merci che provengono dall’Oriente. In casi eccezionali acquisto le merci più rinomate che mi spediscono i miei agenti da Venezia. Il costo di queste merci è stato ritoccato al rialzo per la situazione in cui si trova in questo momento la città. Il mio agente ti mostrerà dei panni loesti molto pregiati”.
“So che nascondi delle sete per le danzatrici egiziane – esclama uno dei clienti rivolgendosi al ricco mercante veneziano – e sono venuto anche per vedere i vestiti pregiati giunti con la galea veneziana”.
“Per te, mio buon Al-Zahir, conservo sotto il banco del negozio delle sorprese per le feste e per le cerimonie del tuo rione. Ho ricevuto dal mio agente a Bagdad dei tessuti leggerissimi di seta, veli sottili e trasparenti per le chiome delle danzatrici. Nel cassone messo da parte degli ormesini, ornati con fili d’oro e guarniti con perle dai sarti veneziani, che possono essere indossati durante le cerimonie nuziali dalle donne. Da molto tempo non organizzi più quei ricevimenti di una volta a cui partecipavano anche i ricchi funzionari del distretto delle Blacherne”.
“I nobili funzionari della reggia, i mercanti del rione arabo e di quello turco, non hanno più voglia di festeggiare – risponde il cliente - perché la città è sotto assedio e soprattutto perché il coimperatore di questa città si è schierato contro il legittimo erede del trono imperiale di Adrianopoli, Murad II. Quando i principi regnanti non vanno d’accordo e si combattono tra di loro, anche i sudditi si chiudono all’amicizia, per paura di essere costretti ad intraprendere azioni ostili nei confronti di coloro con cui vivono in pace. I mercanti hanno paura di uscire dalle città e temono per le loro imprese che si basano sul movimento libero delle merci. Se gli affari vanno male non si ha voglia di sorridere e di bere insieme agli amici. Le feste si fanno quando c’è motivo di rallegrarsi con gli altri per l’arricchimento del proprio patrimonio o quando la famiglia diventa più grande, per un matrimonio o per la nascita di un figlio. Ma quando gli affari vanno male o quando spuntano guerre che ci tolgono i nostri figli, gli animi si riempiono di tristezza e si ha solo voglia di stare in disparte. Ma tu, ser Filippo, che sei un veneziano a cui gli affari vanno bene e figlio della Serenissima Repubblica che cerca di stare in buoni rapporti con i principi delle due parti, potresti organizzare, nella tua bella casa che si affaccia sulla piazza delle Blacherne, un banchetto e invitare gli amici più influenti che parteggiano per i loro principi”.
“Il tuo suggerimento – risponde il ricco mercante – potrebbe interessare il mio amico qui presente, il nostro bailo ser Benedetto, che è anche tuo amico, per una mediazione tra le famiglie imperiali e un chiarimento che possa rappacificare gli animi”.
“Ho sempre apprezzato – interviene il governatore della colonia veneziana - i tuoi saggi suggerimenti, Al-Aziz, nelle questioni politiche, durante i banchetti di corte, quando entrambi eravamo ospiti del nostro basileus. Sono sempre pronto, quando il Serenissimo Principe, il doge di Venezia, mi chiama per compiere qualsiasi azione in onore di San Marco”.
“La mia casa è sempre aperta - dice ser Filippo- per un’intesa tra i mercanti più ricchi delle varie colonie della città per avvicinare i principi della casa imperiale ottomana che si oppongono al legittimo imperatore Murad II. L’iniziativa non può che partire da coloro che sono più vicini per parentela, o per interessi patrimoniali e finanziari, ai principi della corte di Adrianopoli, responsabili del governo dei loro sudditi. Una volta che l’iniziativa è stata presa, la mediazione può essere intrapresa quando le controparti desiderano comporre la loro vertenza in modo pacifico in modo pacifico e secondo le usanze del loro popolo. Se lo zio o il fratello non riconoscono l’imperatore designato a succedere al defunto Mehmet I, la mediazione non può avere esito positivo, perché il trono imperiale sarebbe continuamente minacciato da un pretendente che si crede legittimo. A noi, mercanti delle varie colonie di questa città, interessa che i governanti assicurino la libertà nei traffici commerciali e questo si può ottenere solo con il rispetto delle leggi e dei costumi dei popoli”.
“Il sole sta tramontando – interrompe ser Benedetto – ed è opportuno, ser Filippo, che accompagni i miei giovani collaboratori, dopo aver salutato gli amici mercanti presenti. Ti ringrazio per i consigli che hai dato ai nostri aspiranti mercanti Marco e Francesco che ti saranno sempre riconoscenti”.
“Spero di riaverli – risponde il mercante - come ospiti nella mia casa delle Blacherne, dove avranno modo di conoscere la mia famiglia, desiderosa di conoscere sempre le novità della patria lontana”.
La piazza del rione è ancora piena di uomini e donne che nell’ora del tramonto amano fermarsi in piccoli gruppi a discutere. Alcuni passanti guardano con stupore i due giovani che dal loro abbigliamento, dal modo di camminare e di guardare, dimostrano di essere forestieri. La vicinanza del governatore riempie di orgoglio i due piccoli mercanti, perché si rendono conto che il loro accompagnatore è stimato e circondato di rispetto dai residenti.
“C’è tanta animazione – dice Marco – e le botteghe sono piene di acquirenti”.
“Domani è domenica – risponde Francesco – e tutti fanno gli ultimi acquisti prima del giorno festivo, come si usa a Venezia”.
Tra le case-magazzino dei mercanti si alternano le case-bottega a due piani degli artigiani e dei venditori al minuto di tutto quello serviva a una colonia di veneziani.“Nel nostro rione – dice il bailo - ci sono due botteghe di sartor di cui una è di proprietà di mastro Zuan che con due aiutanti giovani provvede a confezionare gli abiti di quelli che possono permettersi vesti guarnite con pellicce e velluto. L’altra è gestita dal sartor Andrea che con l’aiuto di sua moglie e di due fanciulle greche provvede a vestire le residenti che vogliono apparire con abiti simili a quelli indossati dalle donne greche che frequentano la chiesa della Vergine Blachernissa. Le botteghe dei drapier, gestite dai greci, fanno affari d’oro lungo la Mesé con i panni importati dai nostri mercanti che comprano e danno in affitto locali, per la vendita delle loro merci vicino alla chiesa della Santa Irene. Vanno di moda i panni occidentali che vengono da Londra e il popolo preferisce quelli tessuti a Firenze, Milano, Brescia, Piacenza, Vicenza. Il laboratorio del pellicciaio mastro Piero, che abita vicino alla chiesa di San Marco del nostro quartiere, è molto frequentata dai residenti che vogliono foderare i loro abiti, per affrontare la stagione invernale.
Il sabato sera i residenti comprano nelle botteghe del rione tutto quello che occorre per preparare il pranzo domenicale che è un’occasione per riunire in alcune case i parenti più stretti per stare in compagnia o per prendere decisioni importanti.
Domani avrete il modo di vedere qui in piazza o nella chiesa parrocchiale gli uomini più importanti del quartiere e le manifestazioni di devozione del nostro popolo alla Vergine.
Questa sera, vi farò accompagnare dal mio maggiordomo per farvi conoscere i locali della città, frequentati dai nostri residenti e da tanti che desiderano trascorrere le serata in allegria”.

sabato 3 aprile 2010

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo primo
Lo sbarco
Il capitano della galea, ser Giovanni, ordina di mostrare il gonfalone e di far suonare i tamburi. Lo stendardo della Serenissima Repubblica, su cui è caricato con filo d’oro il Leone di San Marco, è inalberato sulla nave, ormeggiata alla banchina del porto di Costantinopoli. L’emblema della potenza commerciale di Venezia brilla sotto il sole di mezzogiorno. Tutti i Veneziani della colonia fanno festa con il loro governatore, chiamato bailo, ser Benedetto Emo, ambasciatore presso l’imperatore, il basileus Manuele II Paleologo.
Il comandante della Capitana, così si chiama la galea, scende dalla nave e corre ad abbracciare il suo amico.
“Sono lieto di vederti – esclama ser Giovanni – e orgoglioso di portarti una galea piena di mercanzia pregiata e di tanti amici che vogliono vendere cose preziose”.
“Sono sicuro – risponde il bailo - che tutti faranno buoni affari e desideroso di accogliere coloro che mi parleranno di Venezia”.
L’incontro tra i due patrizi è accompagnato da grida di giubilo dei residenti e dell’equipaggio.
Sulla galea grossa da mercato c’è il giovane Francesco, imbarcato in qualità di balestriere della poppa ed inviato per far pratica di ragioneria nell’impresa commerciale della famiglia di ser Benedetto. Anche il patrizio Marco, ha viaggiato come balestriere della poppa. Suo padre, senatore e appartenente ad un’antica famiglia veneziana, lo ha inviato per fare acquistare al figlio un minimo di pratica negli uffici governativi del bailo.
I due giovani sono diventati amici prima dell’imbarco, durante l’addestramento al tiro della balestra, organizzato dal “Comune” nei campi del Lido. Durante il viaggio, iniziato il 15 luglio 1422 e terminato oggi, dopo due mesi di navigazione, i due tiratori di balestra hanno conosciuto nobili, cittadini e popolani, tutti imbarcati per scambiare o vendere la loro mercanzia nella città d’oro, sogno di tutti gli uomini desiderosi di ricchezze e di onori.
L’equipaggio dell’imbarcazione, costituito da 207 uomini tra ufficiali, maestranze, marinai, vogatori, nobili saliti per addestramento, mercanti viaggiatori, è in fermento e si prepara allo sbarco.
I primi che scendono attraverso la passerella sono tre mercanti viaggiatori con i loro servi e gli oggetti personali: bauli, valigie ed armi. I giovani nobili, assiepati sul ponte di poppa, rivolgono gli sguardi a un viaggiatore, salito a Negroponte, porto veneziano dell’Egeo. Il passeggero è seguito da un’esile figura di donna con il capo e il volto coperto da un velo di seta nero. Un bisbiglio corre tra gli ufficiali e i patrizi: “È il figlio dell’imperatore”.
Il capitanio e il bailo salutano, secondo l’usanza del luogo, il rappresentante della casa regnante che ha scelto una galea veneziana per viaggiare attraverso il mar Egeo, solcato da navi ostili al basileus.
Suoni di trombe, schieramento di cavalieri e carri con stemmi e stendardi imperiali accolgono il principe che lascia il porto, accompagnato da grida festose e frasi augurali.
Il comandante ritorna a bordo per controllare personalmente le operazioni dello sbarco della mercanzia e chiama il suo scrivano di bordo: “Tommaso, controlla insieme a Francesco, aspirante ragioniere al commercio del nostro governatore della colonia, i registri di viaggio e accertati che le quantità, annotate sui libri, corrispondano a quelle stivate. Ogni involucro dei panni deve avere il suo segno distintivo, quello annotato alla partenza. Ad ogni destinatario la sua mercanzia che corrisponde al nolo pagato, come risulta dal Registro dei noli”.
Anche il balestriere ha udito l’ordine e, attraverso il boccaporto centrale, scende sottocoperta. Tommaso lo invita a fare la ricognizione della mercanzia: “Francesco, aiutami a controllare i colli per consegnarli ai mercanti o ai loro agenti commissionari che stanno arrivando con i bastasi della colonia, addetti allo scarico. Iniziamo a vedere quello che c’è nella prima stiva che è la più grande”.
Lo scrivano legge sul registro e conta 252 colli, ognuno con il segno distintivo del destinatario. Si tratta di merce pregiata ed ogni involucro si aggira intorno alle mille libbre.
Francesco chiede: “Cosa contengono questi involucri?”
“Nella parte sinistra del registro – risponde Tommaso - è indicato che si tratta di merce di ser Domenico: panni bastardi, panni loesti, panni farisee. Inoltre ci sono dei sacchi che contengono stagno per un valore di 2200 ducati d’oro. Si tratta di mercanzia che proviene da Londra”.
Il fiduciario del capitanio controlla che gli involucri non siano stati manomessi o danneggiati e si accerta della loro integrità, per evitare le richieste di risarcimento al Consiglio del bailo.
“Tommaso, cosa contengono i colli con questo segno?”
Lo scrivano risponde: “Sono panni da 60 da Padoa, panni da 65 da Padoa, panni da 40 da Venexia, panni da 40 da Venexia contraffati alla Fiorentina, panni Vexentini, panni da Parma. Tutti di proprietà di ser Giacomo”.
Dalla prima stiva passano alla stiva più vicina alla poppa, dopo il comparto dello scrivano e l’armeria della nave. La seconda stiva è più piccola della prima, ma contiene merce più pregiata.
“Francesco, controlliamo tutto ciò che c’è qui – esclama il fiduciario - e verifichiamo l’esatta corrispondenza con il registro di carico”.
Sul lato destro della stiva ci sono: 60 casse contenenti conterie e chincaglierie, cioè i paternostrani, prodotti a Murano, di proprietà di ser Alvise; 25 sacchetti, chiusi e con il sigillo di San Marco, contenenti ventiduemila ducati d’oro, destinati al bailo, per le esigenze del governo della colonia. Sulla sinistra sono allineate: 32 borse di grossi d’argento destinati al banco di ser Francesco, per un valore di diciottomila ducati d’oro; 4 bauli pieni di vesti di seta pregiata, lavorate con filo d’oro e d’argento nelle botteghe di San Lio, San Salvatore e San Zulian. Il valore dei quattro bauli, pieni di ormesini, zendadi e broccati, è di cinquemila ducati, destinati a ser Antonio, agente commissionario di un ricco mercante residente a Venezia. In fondo alla stiva ci sono 5 casse contenenti lingotti d’argento, per un valore di ventimila ducati d’oro, destinati a un banchiere greco, intermediario della zecca imperiale.
Lo scrivano, dopo la verifica, chiude la stiva con la chiave e fissa negli occhi il balestriere di guardia: “Alvise, non fare avvicinare nessuno”.
“Francesco, saliamo in coperta e riferiamo al capitano che la ricognizione nelle stive ha avuto esito favorevole e che i colli non sono stati danneggiati”.
Il comandante, sul castello di poppa, impartisce ad ogni ufficiale e sottufficiale gli ordini perché lo sbarco della mercanzia e degli uomini avvenga secondo le prescrizioni marinare di San Marco. Ogni uomo dell’equipaggio è addestrato all’esecuzione minuziosa delle procedure per la sicurezza propria e della nave. L’esperienza acquisita da ognuno sulle galee dello Stato, dopo l’apprendistato giovanile, facilita e rende più spedite tutte le operazioni.
“Scrivano, finalmente sei tornato – esclama ser Giovanni - per assicurarmi che il carico non ha subito danni. Gli agenti commissionari e gli inviati dei mercanti sono impazienti di portare la mercanzia al magazzino della colonia”.
“Fate salire a bordo – continua il capitano - i rappresentanti dei mercanti residenti con i loro fiduciari. Tu, Tommaso, annota sul registro ogni consegna ed accertati che i colli abbiano il segno del destinatario corrispondente alle note di carico che abbiamo consegnato alla partenza. Fatti aiutare da Francesco. Attenti alle barche che si sono affiancate alla galea per lo scarico”.
Uomini addetti alla sicurezza della banchina, doganieri, mercanti, agenti commerciali, rappresentanti del Consiglio del bailo, intermediari commerciali e di banco, facchini, carri e bastasi per portare i colli al magazzino della colonia. Tutti sulla banchina per ricevere, controllare e portare a destinazione il prezioso carico della Capitana.
“Domenico, tu sei l’ufficiale di rotta – esclama il comandante - stai attento che i rematori non facciano commercio con i barcaioli che si avvicinano alla galea. Fatti aiutare dal capo dei rematori e dai balestrieri”.
Le stive vengono svuotate. Il sole sta tramontando e l’attenzione del capitanio viene rivolta agli uomini della sua nave, tutti piccoli mercanti, desiderosi di scendere dalla nave per i propri affari. Ognuno ha la sua mercanzia, esente dai noli, portata al seguito, secondo le quantità stabilite dal Serenissimo Governo. La loro merce è custodita dentro appositi contenitori, distinti per ufficiali, sottufficiali, marinai e rematori. La “portata” dei rematori è fissata in dieci ducati d’oro dal Senato. Ognuno custodisce sotto il proprio banco, dove lavora, dorme e mangia, qualcosa che deve fruttare tanto danaro da realizzare il “sogno del mercante”.
È l’ora del rancio. Il capitano riunisce alla “mensa di poppa” gli ufficiali e i nobili dell’equipaggio, tra cui c’è anche il “patrono” della galea, ser Pietro, rimasto a bordo per le ultime decisioni e per presenziare alla consegna di ciò che è ancora custodito nel forziere dell’alloggio del capitanio: uno scrigno d’argento. Nessuno sulla nave, al di fuori del capitanio e del patrono, è a conoscenza del suo contenuto: si tratta di un “segreto di Stato”.
Ser Pietro, uno dei quattro caratisti che hanno vinto l’appalto della galea, aggiudicata per 1400 ducati d’oro, non solo è un mercante viaggiatore esperto di gioielli, ma è anche un agente commissionario, per la vendita di stoffe, per l’acquisto di pietre preziose e di spezie, per conto di altri mercanti residenti.
La lanterna, posta sulla poppa, viene accesa; un bagliore si diffonde e illumina i volti degli uomini della galea, intenti a consumare il pasto serale, preparato dal cuciniere di bordo: lo scalco. Nessuno fa “battute” sul cibo distribuito ma i discorsi vertono sul commercio; ognuno racconta al vicino come intende vendere o barattare la sua mercanzia.
Gli ordini del comandante sono ripetuti dagli ufficiali e dai marinai più anziani: “Nessuno può lasciare la galea durante la notte. Il servizio di guardia deve essere accurato in ogni angolo. Nessun forestiero può salire a bordo prima dell’alba. La paga del secondo mese sarà distribuita dal contabile domani, dopo la distribuzione della colazione”.
I capitano e i suoi ufficiali sono riuniti a mensa, al secondo piano del castello di poppa, sopra l’alloggio dove è situato il forziere.
Ser Giovanni esprime il suo pensiero: “Ser Pietro, domani si deve pagare, bisogna dare a tutti la possibilità di investire. Lo scrivano pagherà secondo il contratto, aiutato da Francesco. Se sei d’accordo si possono anticipare, a richiesta solo dei rematori e dei marinai, i ducati che dovrebbero essere pagati al ritorno, previsto con la prossima muta autunnale di novembre”.
La risposta è immediata: “Sono d’accordo con te”.
“Domenico, all’alba ci vediamo qui con ser Pietro – ordina il capitano - per una faccenda importante, prima della distribuzione della paga”.
“Tu, Andrea, comito di questa galea, disponi un servizio di guardia con la partecipazione di tutti i giovani ufficiali imbarcati per l’addestramento, compresi i balestrieri della poppa; i giovani patrizi della Repubblica devono imparare ad essere sempre svegli. Il castello di poppa deve essere costantemente presidiato e nessun marinaio o rematore si deve avvicinare al boccaporto di questi alloggi”.
Le notti di settembre, qui a Costantinopoli, fanno sognare. I marinai, sistemati tra i banchi sopracoperta, guardano il cielo stellato e, pensando alla casa lontana, fantasticano un ritorno prospero e felice.
Sulla nave c’è chi sorveglia e vigila. Il punto di approdo è circondato da una grossa catena. Nessun forestiero può avvicinarsi.
Appare l’alba. La città sta ancora dormendo. Si sente uno scalpitio di cavalli, proveniente da Ovest, lungo le mura marittime che si affacciano sull'estuario del Corno d'Oro, il grande porto di Costantinopoli.
Il comandante è già al suo posto sul castello di poppa, attorniato dai suoi ufficiali. Una leggera brezza gonfia lo stendardo di San Marco.
Dalla porta di Perama, adiacente allo scalo, escono dei cavalieri con le insegne imperiali. Il battito del tamburo della galea risponde al suono delle trombe imperiali. I cavalli si arrestano alla catena che circonda il punto di approdo della nave. Un nobile cavaliere scende dal suo destriero e chiede di salire a bordo. Il capitano fa disporre la passerella e, accompagnato da due giovani patrizi veneti, scende dalla nave per accogliere l’ospite atteso.
“Sono Andronico – esclama il cavaliere - primo ministro del basileus Manuele, ho l’ordine di scortare il capitano di questa galea al palazzo imperiale delle Blacherne”.
“Sono Giovanni, il comandante della nave. Sono pronto a seguirti con il mio ufficiale, ser Domenico, e con il nobile ser Pietro, incaricato dal nostro Serenissimo Principe, il doge Tommaso Mocenigo, di portare uno scrigno all’imperatore”.
I patrizi di San Marco, scortati dalla Guardia Variaga, lasciano il porto e si dirigono al Sacro Palazzo dell’imperatore, situato nel distretto delle Blacherne all’estremità Nord-Ovest della città. I cavalieri percorrono la strada interna alle mura marittime lungo il porto del Corno d’Oro ed entrano nella reggia imperiale, costituita da alcuni edifici. Il corteo si ferma davanti al palazzo, sede degli appartamenti imperiali. Nel piazzale, antistante alla residenza dell’imperatore, è presente il bailo con il suo segretario, ser Francesco, esperto non solo di diritto e di letteratura, ma anche della lingua greca.
I nobili veneziani, scortati dai funzionari del palazzo, vengono portati nella sala del trono, dove i principi della famiglia imperiale e alcune nobildonne sono in attesa di accogliere il basileus.
Tra i presenti ci sono alcuni che portano vistosi copricapi e sono oggetto degli sguardi furtivi delle nobildonne. Si tratta di musulmani accreditati alla corte paleologa ed appartenenti alle famiglie regnanti dell’Oriente: Arabi, Turchi seleucidi e ottomani, Mori dell’Africa, principi del Vicino, del Medio e dell’Estremo Oriente. Ogni credente religioso ha nella città il luogo di preghiera inserito nel suo quartiere. Tutti sono mercanti e rispettano le leggi imperiali: il basileus è per tutti il giudice supremo e il legislatore unico della città.
All’improvviso si interrompe il brusio degli astanti e il silenzio domina nella sala.
Il responsabile del cerimoniale di corte, capo degli eunuchi di palazzo, fa sentire la sua voce: “Onore al basileus Manuele II ed al coimperatore Giovanni VIII”.
“Ho interrotto il mio ritiro dalla vita pubblica – dice l’imperatore rivolgendosi agli ospiti – la mia età non mi consente di dedicarmi alla difesa della città, affidata a mio figlio Giovanni che ha respinto nello scorso mese di agosto un sanguinoso attacco dei nemici della città. Alcuni degli assalitori bivaccano fuori le mura terrestri e impediscono l’apertura delle porte.
Sono venuto per accogliere gli inviati del Serenissimo Doge che mi ha sempre accolto con tutti gli onori quando sono stato in Occidente, per chiedere aiuto ai regnanti e al venerabilissimo papa che ci sostiene con la sua opera mediatrice. Invoco sempre la Vergine Blachernissa, che ha sempre salvato la città, affinché continui a tenere le braccia alzate per tutti noi. Nel convento, dedicato alla Santa Maria Peribleptos, trascorro i miei giorni di silenzio e di preghiera. Venezia ha custodito da anni un pegno in gioielli che appartenevano alla basilissa Anna, di Casa Savoia e consorte di mio nonno, Andronico III. Il mio ringraziamento al Serenissimo Governo Veneto per la restituzione di questo scrigno.
La famiglia imperiale sarà sempre riconoscente a chi difende l’imperatore dei Romani e la città consacrata alla Vergine, Madre della Santa Sapienza. Io, che rappresento sulla Terra l’Onnipotente, dichiaro che Venezia ha il diritto di custodire e difendere per sempre il Sacro Palazzo”.
Alle parole dell’imperatore segue di nuovo un silenzio, interrotto da suo figlio: “Viva l’imperatore Manuele”.
Tutti gridono: “Viva”.
Il coimperatore, Giovanni VIII Paleologo, accomiata gli ospiti e lascia la sala del trono, accompagnato dai megaduchi imperiali e dalle principesse. Tra le nobildonne spiccano la bella Cleofe Malatesta, moglie del Despota della Morea Teodoro II e la graziosa Sophia di Monferrato, moglie del reggente.
Il bailo e i nobili della “Capitana”, scortati dai cavalieri imperiali, attraverso la piazza del distretto delle Blacherne, la via della chiesa dei Santi Apostoli, l’asse stradale della Mesè e il Decumano coi portici di Domnino, ritornano al quartiere veneziano di Perama, vicino al molo di ormeggio della galea di ser Giovanni.
Il territorio della città, formato da una piccola penisola di forma triangolare, è protetto a Nord dalle mura marittime lungo l’estuario del Corno d’Oro, a Sud dalle mura marittime, lungo il Mar di Marmara e ad Occidente è difeso dalle mura terrestri del V secolo, fatte costruire dall’imperatore Teodosio II. Il sistema viario principale, che ha la forma di una “Y”, inizia ad Oriente, dalla Piazza dell’Augusteum, antistante al Palazzo imperiale di Costantino il Grande, si biforca dopo circa un miglio. I due rami viari conducono rispettivamente alle mura terrestri, dove si trova il distretto delle Blacherne e alla Porta d’Oro, che si apre sulla via Ignazia che attraversa i Balcani e porta all’Adriatico. Le mura terrestri non sono state mai abbattute dai nemici e quelle marittime sono protette dalle navi da guerra delle repubbliche marinare dell’Occidente che hanno stipulato trattati commerciali e di difesa della città.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Costantinopoli ha ereditato la civiltà del Diritto romano che costituisce il fondamento di tutti coloro che vogliono essere liberi. Tutti i popoli sono abbagliati dalla sua grandezza e dalla ricchezza dei suoi abitanti. Il sogno dei mercanti dell’Occidente e dell’Oriente è di vivere qui. La sua magnificenza raggiunge la fantasia di coloro che aspirano alle vette più eccelse dello spirito umano: qui la Sapienza dell’Eterno porta l’anima dell’uomo a identificarsi in ciò che scuote il cuore e lo fa vibrare di amore per tutte le cose belle. In questa città uomini e donne possono darsi la mano, abbagliati dall’Eterno Amore e dimenticare la fragilità dell’umanità. Tutti abbiamo gli stessi desideri perché figli dell’unico Padre che ha donato il Figlio della Vergine, Madre di tutti gli uomini che cercano la vera via della vita.
Tutti i veneziani sognano di diventare ricchi commerciando nell’unico e vero emporio dove ciò che si scambia, si compra o si vende porta a grandi guadagni che soddisfano e rendono contenti. Tutti si guardano negli occhi e si stringono la mano, perché la fiducia tra i mercanti è al di sopra di ogni credenza o tradizione locale. Lo sguardo reciproco nel commercio mette in fuga ogni timore di perdita e tutti si sentono appagati e baciati dalla fortuna.
Il ritorno del capitano, è salutato da tutto l’equipaggio con manifestazioni di giubilo; si attende il suo permesso per poter scendere a terra e fare commercio con tutto ciò che si possiede. Ogni uomo della galea sente di essere un mercante che si trova nel luogo giusto per diventare ricco.
Il comandante della Capitana si mostra a tutti i suoi uomini e impartisce gli ordini: “Si parte fra quaranta giorni e a Natale tutti a Venezia. Il bailo mi ha pregato di essere prudenti perché la città è ancora sotto assedio e le vie pullulano di uomini desiderosi di creare discordie. Tutti siamo sotto la protezione di San Marco, ma occorre avere giudizio e muoversi con cautela”.
“Ser Pietro, tu conosci bene la città – prosegue il capitano - e potrai accompagnare domani Francesco e Marco al palazzo del bailo, vicino alla piazza del quartiere veneziano di San Marco. Ser Benedetto li attende per l’ora del pranzo”.
“Sono lieto dell’incarico – esclama il nobile mercante – finalmente potrò vedere la nuova bottega fatta aprire dalla famiglia Emo e conoscere i mercanti che la frequentano”.
“Domenico, tu sei l’ufficiale di rotta, ti affido la sicurezza della nave e il controllo del trattamento di bordo della ciurma. Tutti hanno il diritto di commerciare, ma la galea viene prima di ogni affare, perché ci è stata affidata da San Marco. Fatti aiutare dal comito Andrea e dal capo dei balestrieri Simone. I nobili balestrieri e i rematori, che non partiranno con la prossima muta d’autunno, devono essere rimpiazzati con uomini fidati e conosciuti dai Consiglieri del bailo”.
“Continuerò a fare il mio dovere – risponde il funzionario – la vigilanza su questo legno della Serenissima sarà costante. Ogni veneziano è al sicuro sotto le ali del Leone d’oro e può dormire tranquillo durante la notte. Nessuna mano straniera toccherà il sacro stendardo”.
“Andrea, accertati che l’armeria sia a posto e fai tenere sempre chiusa la porta. Le armi del Governo devono sempre essere pronte all’uso, ma ben custodite. Fatti aiutare dal capo dei balestrieri Simone e dai marinai più anziani”.
“Il controllo dell’armeria – risponde l’ufficiale – mi fa sentire sicuro di avere tutti i mezzi per difendere le nostre vite e di ritornare incolumi dalle nostre famiglie. Il Senato ci affida le navi e ci dà anche i mezzi per difenderle dai predoni che infestano le acque del nostro mare. L’incolumità e la sicurezza delle rotte commerciali permettono alla nostra città lagunare di vivere bene e di essere rispettata non solo da tutti i regnanti dell’Occidente, ma anche dalle nuove potenze che vogliono impadronirsi delle nostre rotte marittime ed imporre dazi che soffocano ogni giusto commercio”.
Sulla galea c’è grande fermento per la sistemazione e la conservazione di quelle parti della nave che non saranno adoperate fino alla prossima partenza. Ogni ufficiale, sottufficiale, balestriere, carpentiere, calafato, marinaio, rematore, cuciniere, addetto alla cambusa, addetto alla mensa, nobile e non nobile è attento alla cura della galea.
“Simone – urla il comito – scendi con me in armeria e portati anche Francesco e Marco, sono giovani che hanno ancora tanto da imparare. Chiama il balestriere Nicolò dal castello di prua e il balestriere Biaxio dal castello di poppa”.
L’armeria, situata vicino allo scomparto dello scrivano, viene aperta alla presenza di Tommaso che porta il suo registro per il controllo numerico delle armi.
“Francesco – dice lo scrivano – aiutami a contare le balestre, devono essere 22 e sono riposte nella prima cassa di destra”.
Il loro numero è perfettamente rispondente al registro.
“Niccolò e Biaxio – ordina Simone - coprite con gli oli le parti di legno e le parti metalliche delle balestre e fate attenzione alle corde, vanno sostituite quelle che presentano lacerazioni. Controllate e tenete separati e ben sistemati i dardi da balestra”.
Anche Marco è chiamato a controllare la rispondenza delle armi dal comito: “Marco, insieme a Francesco, verifica la rispondenza delle corazze, dei collari e dei caschetti per la protezione dei rematori”.
Il conteggio richiede un certo tempo. Dopo alcune ore. Tutte le armi vengono controllate nelle loro casse. L’armeria viene chiusa. Il comito e lo scrivano riferiscono in merito all’esito della ispezione alle armi.
Il comandante chiama il secondo ufficiale di coperta, il paron: “Giacomo, controlla le vele, il sartiame e fai deporre tutto con cura nel gavone di prua dai tuoi otto prodieri. Fai un giro tra i banchi dei rematori per le riparazioni necessarie. Chiama il maestro d’ascia Zuane e i nocchieri Battista, Aluvixe, Agnolo e Antonio”.
Il gavone sotto il ponte di prua non solo è adibito al riparo delle vele e delle attrezzature ma è l’alloggio per i nocchieri, considerati marinai esperti e rispettati da tutta la ciurma per la loro esperienza e il loro sapere sulla navigazione. Con loro sono alloggiati i due pennesi Agostino e Piero, marinai anziani in cui è riposta la massima fiducia da parte del paron; il loro compito è di custodire la dotazione di riserva della galea, cioè i materiali di consumo e i finimenti vari per la vita a bordo della galea. Tra di loro c’è anche il barbiere Bonifazio, uomo amabile e sempre disponibile a curare i disturbi e le malattie degli uomini di mare. Tutti lo rispettano per la sua opera e per i consigli che sa dare all’ufficiale di rotta Domenico. Ogni marinaio ha il diritto alla propria cassetta in cui è tenuto ciò che intende commerciare, senza alcun pagamento di tassa.Marco ed io, Francesco, approfittiamo del controllo dei banchi e ci uniamo al paron.
“Ser Giacomo – dice Marco all’ufficiale – io e Francesco vogliamo dare una mano per il controllo dei banchi dei rematori. La verifica dei banchi ci dà l’occasione per salutare i rematori che conosciamo da tanto tempo”.
“L’aiuto di nobili balestrieri è sempre gradito – risponde l’ufficiale di coperta – soprattutto se serve a rinsaldare i vincoli di amicizia tra coloro che vogliono commerciare lontano dalla patria. I veneziani che si trovano nelle contrade di altri paesi devono sentirsi fratelli sotto la protezione di San Marco”.
Il controllo inizia dai banchi di coloro che remano a prua, i prodieri che sono sotto la stretta sorveglianza di ser Andrea, responsabile della manovra delle ancore, della voga alla prua, dei sartiami e dell’albero della galea. Sulla Capitana i rematori sono tre per ogni banco ed ognuno ha un singolo remo che deve muovere senza interferire con la voga del vicino. I banchi, inclinati a spina di pesce inversa, sono disposti in fila a destra e a sinistra della corsia centrale che divide il ponte in due parti. La corsia si eleva di circa due piedi e mezzo dal ponte della Capitana che dal diritto di prua al diritto di poppa ha una lunghezza di circa ventisette passi. La passerella è piena di cassoni, allineati e ben fermi, in cui gli ufficiali custodiscono i loro oggetti e la mercanzia minuta, esente da qualsiasi nolo.
“Ser Giacomo – chiama Virgilio, prodiere del primo banco di destra – la mia pedana ha bisogno di una sistemata, occorre l’intervento di mastro Zuane. Come rematore più anziano, ho il diritto di essere servito prima degli altri e di correre subito a mettere il mio banchetto sul molo per vendere le collane dei miei amici di Murano”.
“Sarai subito accontentato – risponde l’ufficiale dall’alto della corsia – e potrai correre a mostrare la tua merce alle donne della città. Stai attento a non farti abbindolare dalle guance paffute e colorate, qui le donne ci sanno fare con i piccoli mercanti che guardano troppo il viso delle popolane”.
“Voglio vedere tutti i banchi – sostiene il maestro d’ascia – altrimenti non posso rendermi conto dei singoli lavori e delle loro priorità. Bisogna vedere se il materiale di riserva è sufficiente per le riparazioni, altrimenti bisogna provvedere all’acquisto in città. Il viaggio di ritorno nel prossimo autunno richiederà maggiori interventi e una buona scorta di materiale da far conservare ai pennesi. Il remaio Antonio mi ha già comunicato che la scorta di legname si sta esaurendo e molti remi devono essere sostituiti perché non reggono alle intemperie della stagione. Il calafato Carlo sostiene che bisogna sostituire alcune tavole, prima di procedere alla protezione del legno”.
Molti rematori provengono dalle coste della Dalmazia e non sono interessati al commercio. La loro paga è più di due ducati al mese ed è ritenuta congrua. I rematori veneziani sono in maggioranza popolani, uomini liberi, chiamati spesso buonavoglia, affrontano le fatiche del mare per mantenere le proprie famiglie con la speranza di integrare i ducati, guadagnati con la voga, con piccoli commerci.
La compravendita o il baratto di oggetti, per ottenere un giusto guadagno, è l’unica modo per gli uomini onesti di poter elevare il proprio tenore di vita o per far fronte alle esigenze della famiglia. Una città che ostenta ricchezza spinge gli abitanti ad acquisire quegli oggetti ritenuti necessari per mostrare agli altri di essere uomini o donne che ci sanno fare e sanno vivere con dignità. Il mare è per Venezia la via che permette di raggiungere quei luoghi dove gli uomini possono incontrarsi. Lo scopo dell’incontro è quello di scambiare ciò che la propria terra produce in abbondanza o che gli abitanti di quel singolo territorio hanno prodotto con le proprie mani, utilizzando le materie prime che la natura offre spontaneamente a tutti. Il commercio appaga i desideri e realizza i sogni di chi ha speranza e fiducia negli altri. Il mercante cerca il luogo dove poter incontrare un altro che ha la sua stessa volontà di appagare ogni desiderio e al di là di qualsiasi condizione o di qualsiasi sacrificio.
Questo luogo è su un esile lembo di terra che la Natura ha circondato con le acque di mari dove confluiscono fiumi e dove portano le strade dei popoli che abitano tutti i continenti della Terra. Dalle regioni fredde del Nord e dalle calde terre dell’Africa e dell’Arabia, come da quelle dell’Occidente e da quelle dell’Oriente, uomini, desiderosi di incontrarsi, si scambiano ciò che il loro spirito e la loro ragione hanno prodotto, spinti da quel sentimento nascosto di conoscenza e di meraviglia. Una perla meravigliosa e inestimabile è scaturita dalla generosità della Terra e dalla buona volontà degli uomini.
I continenti si toccano con acque in cui si specchia la città di Costantino, un uomo, che ha avuto fede in ciò che l’Eterno gli ha mostrato nella sua Sapienza, ha protetto con mura il suolo dove il divino tocca la terra e attira lo spirito umano a trascendere in un mondo di meraviglia e di sogno. Su questo suolo i mercanti si incontrano e creano la meravigliosa città che gli uomini chiamano “Nuova Roma”.
Costantinopoli è la città che è sempre nuova perché è di tutti coloro che aspirano a rinnovarsi e a credere nel reciproco miglioramento, anche se vincolati dalla propria umanità.
Alla città millenaria giungono coloro che desiderano commerciare o abitarvi. Tutti si sentono responsabili di custodire o abbellire questo luogo. Coloro che detengono il potere cercano di proteggere, ingrandire e migliorare con opere sempre più belle quello che il fondatore ha iniziato.