martedì 21 dicembre 2010

venerdì 17 dicembre 2010

VIVERE PER GLI ALTRI È VERO AMORE

SCIENZA & VITA: NO ALL’EUTANASIA

DATE SPAZIO A CHI SOSTIENE LA VITA
“Dopo aver visto proporre una palese propaganda dell’eutanasia, che rimane un atto illecito, all’interno di uno spazio della rete pubblica nazionale, sollecitiamo ancora una volta la Rai affinché dia uguale voce a tutti coloro che chiedono garanzia di assistenza e cura per chi, pur in condizione di massima fragilità, si batte per riaffermare il diritto a vivere”. Questa l’istanza dell’Associazione Scienza & Vita dopo la messa in onda dello spot pro eutanasia, promosso dai Radicali stamane su Rai3. “L’opzione eutanasica non è mai scelta di libertà, quanto frutto di disperazione, di sofferenza non lenita e di abbandoni. – ricorda il presidente Lucio Romano – E’ inoltre indubbia la grave pericolosità insita nel diffondere messaggi pubblicitari demagogici e fuorvianti verso un pubblico indifferenziato e potenzialmente suggestionabile. Pensiamo in particolare ai più giovani e a tutti coloro che si trovano in un momento particolarmente difficile della propria vita”. “Ricordare che cosa significa veramente eutanasia, senza banalizzazioni e semplificazioni, è un dovere etico che ci interpella tutti. – conclude Lucio Romano – In tal senso Scienza & Vita condivide con forza quanto affermato dal ministro Ferruccio Fazio, che oggi ha ricordato che togliere i supporti vitali come aria, nutrizione e idratazione vuol dire compiere eutanasia”.

Associazione Scienza&Vita
Lungotevere dei Vallati 10,
00186 Roma
tel.: 06.6819.2554 fax: 06.6819.5205e-mail: segreteria@scienzaevita.org

domenica 5 dicembre 2010

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo dodicesimo
Viaggio a Trebisonda
La galea di ser Filippo, ricco mercante del quartiere delle Blacherne, salpa dal porto di Orion, vicino al quartiere veneziano, il 7 ottobre 1422 per Trebisonda, capitale di un piccolo impero, governato da Alessio IV che tutti chiamano "Grande Comneno".
La famiglia dei Comneni, imparentata con quella dei Paleologi che reggono l'Impero romano d'Oriente, ha fondato un favoloso regno nel XIII secolo sulle sponde meridionali del mare che chiamano "Ponto Eusino".
La città, situata su un pianoro trapezoidale e ben difesa da mura e torri, è diventata un importante centro carovaniero per il commercio della seta che proviene dalla Cina. Il porto, dotato di un grande faro, riceve le navi delle ricche città dell’Occidente ed accoglie tutti i mercanti che portano la loro mercanzia a Costantinopoli.
Venezia vi mantiene un suo funzionario, accreditato presso la corte dei Comneni. Le direttive della Serenissima vengono trasmesse al bailo di Costantinopoli che sovrintende all’operato dei consoli veneti, residenti nei porti dell’Egeo e del Ponto Eusino.
Ser Benedetto Emo, per dirimere le controversie tra il sultano Murad II ed il coimperatore Giovanni VIII Paleologo, si avvale del suo segretario, ser Francesco Filelfo, imbarcato sulla galea per Trebisonda, per consegnare una lettera del basileus Manuele II Paleologo al Gran Comneno. L'ambasciatore straordinario del bailo è accompagnato da Marco e Francesco, inviati dal loro governatore per far esperienza di commercio e per conoscere il mercato della città che accoglie le carovane dei mercanti dell’Oriente.
I due giovani hanno avuto il consenso del mercante ser Pietro, patrono della Capitana, di essere accompagnati dal prodiere Virgilio. Marco e Francesco, hanno costituito una società commerciale con la tessitrice Trixobostrina e con il ricco mercante arabo Muhammad. Sulla galea è anche imbarcato il tintore Nicola, amico di Rodopios, inviato come agente di Muhammad, per acquistare la seta grezza all’emporio di Trebisonda.
Ser Filippo, patrono della nave, è anche agente commissionario del ricco Oikantropos e della famiglia di Ser Pietro. La sua nave trasporta un carico prezioso costituito da centoventicinque sacchetti contenenti 110 mila ducati d'oro, trecento sacchetti pieni di iperperi d’oro con l’effigie del basileus, sessantaquattro borse di grossi d’argento veneziani per un valore di 36 mila ducati d'oro. Il banco di ser Francesco ha emesso a favore di ser Filippo delle carte di credito per riscuotere somme di denaro dai banchieri e per acquistare spezie presso i mercanti della città di Alessio Comneno.
La galea, costruita nei cantieri di Venezia, viene utilizzata dai mercanti di Costantinopoli per il trasporto di carichi speciali o per proteggere le grosse navi commerciali lungo le coste settentrionali dell’Asia Minore. Il suo scafo è lungo più di quaranta metri e largo quasi sei metri. La vela latina triangolare e la forza di centocinquanta rematori permettono al capitano di manovrarla con sicurezza e di tener testa a qualsiasi nave di predoni. L’armeria, posta al centro della nave, è ben fornita di elmi, scudi, corazze e dardi per i cinquantadue balestrieri ben addestrati.
Il capitano, ser Giovanni, si avvale di un gruppo di uomini, forniti dal Primo Ministro dell’imperatore, per proteggere il corriere imperiale e la galea che lo trasporta. Sul ponte di prua è stata collocata un’arma segreta che lancia palle infuocate. Il suo impiego è garantito dai lanciatori di fuoco, uomini esperti e fidati dell'esercito imperiale, saliti a bordo e alloggiati nel vano prodiero. Il viaggio sulla galea è veloce e sicuro. Il suo carico è prezioso per la merce e per gli uomini che hanno l'incarico di consegnare il plico del basileus al signore di Trebisonda. Le rotte del Ponto Eusino richiedono navi equipaggiate per il combattimento.
La potenza degli Ottomani si è estesa anche sui mari e diventa sempre più minacciosa. Il Sultano di Adrianopoli possiede una propria flotta e si avvale anche dei servigi di esperti signori del mare che dispongono di piccole navi veloci per predare i natanti commerciali. Le loro imbarcazioni sono equipaggiate con vogatori cristiani delle città marittime conquistate dagli Ottomani. Il loro impiego è soltanto quello di fornire energia ai remi e non vengono impiegati per il combattimento.
La supremazia marittima, lungo le coste dell’Asia Minore e dell’Egeo, appartiene alla Serenissima Repubblica che impone il rispetto dello stendardo di San Marco. Venezia ha stipulato dei trattati con le potenze marinare ed ottenuto permessi e privilegi marittimi dai sovrani di tutti i regni che si affacciano sulle rive del Mediterraneo. Il rispetto delle convenzioni commerciali è ottenuto anche con l’esborso di ingenti somme dell’erario per la libera circolazione delle navi. I suoi mercanti sono rispettati da tutte le città costiere e le navi che naufragano non possono essere oggetto di bottino né i suoi marinai possono essere fatti schiavi. Il trattato, firmato dalla Serenissima e dall’Amministrazione ottomana per la salvaguardia delle navi che espongono lo stendardo di Venezia, non è rispettato dalle navi isolate dei predoni.
Dopo il grande fiume Halys, il capitano della galea sollecita gli ufficiali e i marinai a scrutare attentamente la riva per non farsi sorprendere dai razziatori del mare. La galea naviga lungo la costa per scorgere la luce del grande faro di Trebisonda che permette di scorgere il porto e di non perdersi nel Mare Eusino. Il vento è favorevole e la grande vela permette di navigare spediti. I rematori sono pronti a qualsiasi sforzo in caso di attacco e anche a difendere la loro nave perché la loro cattura li porterebbe ad essere venduti come schiavi.
"Attenti ai predoni - grida il comito della nave - e mano ai remi".
Un’imbarcazione, nascosta dietro il Capo Giasonio, è sbucata dalla foce di un fiume e si dirige verso la galea. Sulla costa si intravede l’antica città di Cotyora che dista più di mille stadi dalla città di Trebisonda. Mancano pochi giorni per l’approdo.
Il capitano chiama il paron: "Antonio, fai indossare le corazze e gli elmetti ai marinai e ai vogatori. Stai attento alla vela e al sartiame. Controlla che ogni balestriere abbia un numero sufficiente di dardi. Fai disporre gli scudi per proteggere i remigi e i balestrieri. Allerta il presidio imperiale per l'impiego della catapulta".
“Ludovico, stammi vicino - ordina il capitano al suo consigliere – e controlla la rotta. Si sta avvicinando la galea dei pirati e dobbiamo speronarla sul fianco”.
Il suono delle trombe e i il ritmo dei tamburi hanno chiamato tutti gli uomini della nave a difendere le loro vite.
Marco e Francesco si sono uniti ai balestrieri della poppa.“Ser Giovanni – esclama Marco – sono pronto a usare anche la spada e colpire il predone che osa saltare sulla nostra nave”.
“Riparati dietro lo scudo – consiglia il capitano - e non mettere a repentaglio la tua giovane vita. Ser Filippo mi ha ordinato di tenere d’occhio proprio voi che accompagnate il corriere imperiale. I predoni del mare mirano a catturare i giovani che indossano le armature più lucenti per venderli come schiavi o pretendere un grosso riscatto dalle loro famiglie. Sono sicuro che a te e a Francesco non manca il coraggio di affrontare i pirati. I mercanti devono esporsi soltanto se la nave è in pericolo. I balestrieri e gli uomini della ciurma sono per il momento sufficienti a tener a bada questo gruppo di razziatori che vogliono abbordare la nostra galea”.
“I nostri padri – sostiene Francesco – ci hanno insegnato a non nasconderci, ma a essere pronti a difendere lo stendardo di San Marco. La Serenissima ci ha addestrato a stare vicino a chi combatte per la sicurezza della nave che trasporta la nostra mercanzia. La sua salvaguardia è preziosa come le nostre vite perché ci permette di vivere e di garantire la prosperità di Venezia. Il rischio è sempre presente per chi viaggia in mare e bisogna allenarsi a combattere i pirati anche se disponiamo di ripari e di armi adeguate a fronteggiare qualsiasi azione predatoria. Non serve nascondersi dietro coloro che hanno famiglia e figli, ma sostenere con generosità chi combatte per la nostra stessa causa. Il nostro spirito ci sprona a manifestare il coraggio per vincere la paura e a dimostrare la nostra saldezza morale, vicino a chi è pronto a sacrificarsi anche per noi che sembriamo privi di esperienza. L’abitudine al combattimento ci permetterà di essere sempre in guardia e di far affidamento alle esperienze che si acquisiscono in ogni momento della vita”.
“Sono pienamente d’accordo con il mio amico – incalza Marco – e desidero stare sul ponte di comando della nave per imparare l’arte del governo degli uomini che navigano e affrontano qualsiasi pericolo. I pirati non mi spaventano perché so usare bene la balestra che permette di colpirli a distanza e di non farli avvicinare alla nave. Sono veneziano e mi sento pronto a difendere la galea che mi permette di dimostrare il mio amore alla mia gente. Il bailo mi ha chiamato per accompagnare e proteggere ser Filelfo. Il mio dovere è di portare a compimento questo incarico a costo di qualsiasi rischio. Se mi nascondessi sottocoperta non dimostrerei di saper affrontare il pericolo che potrebbe compromettere lo scopo della nostra missione. Mi sento onorato di difendere il corriere imperiale e di essere all’altezza della fiducia che ser Emo ha riposto in me”.
“Il vostro coraggio – esclama ser Giovanni – non mi meraviglia perché anch’io da giovane aspiravo a dimostrare agli altri che non avevo paura di morire. Imparai a difendere la galea che trasportava la mercanzia della mia famiglia da Alessandria a Venezia. I Saraceni e i pirati scorazzavano lungo le rotte del Mediterraneo. Il loro intento era di abbordare le navi che trasportavano l’oro dei mercanti che si recavano in Egitto o nel Levante per comprare le spezie e le pietre preziose che arrivavano dall’Estremo Oriente. L’esperienza acquisita mi permette di comandare una nave e di difenderla dai pirati e dai corsari. Questa galea è equipaggiata ed armata per respingere qualsiasi abbordaggio. Ogni uomo della ciurma è stato scelto per garantire la sicurezza dell’imbarcazione che trasporta merci pregiate e soprattutto l’incolumità dei mercanti. La presenza di un corriere imperiale impone di adottare ogni precauzione per respingere qualsiasi azione piratesca. La conquista delle città costiere dell’Asia Minore da parte dellesercito degli Ottomani ci costringe ad entrare soltanto nei porti dove è presente un governatore veneziano".
"Alcuni pirati - dice il capitano - inalberano lo stendardo del sultano per scorazzare liberamente nel Mar Pontico ed abbordare le navi mercantili. La loro sottomissione ai nuovi conquistatori è un pretesto per ottenere dei privilegi o il governo di una città costiera. Molte famiglie nobili delle isole dell’Egeo devono pagare il tributo agli Ottomani. I loro figli amano coprirsi il capo con turbanti e mettersi al comando di uomini già abituati ai rischi del mare. I rematori delle loro imbarcazioni sono schiavi delle conquiste ottomane e non vengono utilizzati per la difesa degli scafi”.
“Timonieri – ordina il capitano – preparatevi a virare per colpire la galea nemica. Pronti a lanciare il fuoco con la catapulta greca. Se si avvicina colpiamola con il rostro”.
La galea dei pirati cerca di prevenire la manovra del capitano e di affiancarsi sul lato sinistro. Il presidio imperiale sul ponte di prua scaglia ininterrottamente palle di fuoco sui pirati. Il fuoco greco incendia la loro vela e crea scompiglio tra i rematori incatenati. Le palle di pece e di catrame catapultate bruciano le loro tuniche intrise di sudore. Le grida di disperazione e di sofferenza degli schiavi vengono acutizzate dalle staffilate degli aguzzini che cercano di imporre un ritmo di voga sempre più accelerato. Il capo dei pirati fa lanciare un nugolo di dardi sulla galea di ser Giovanni e ordina ai suoi guerrieri di prepararsi per l'abbordaggio della galea veneziana.
Il paron incita i prodieri a vogare con più forza: "Ser Filippo ha promeso un ducato d'oro a tutti i rematori, se riusciamo ad affondare la nave dei pitati".
Il ritmo del tamburo rincuora gli animi e li sprona a muovere con più forza i remi. La galea veneziana è più veloce e sperona la nave pirata sul lato sinistro della poppa. Il suo timone è fuori uso e la nave è ingovernabile.
“Proseguite la rotta – ordina il capitano – e non perdiamo tempo. I predatori del mare non ci daranno più fastidio. Manca soltanto qualche giorno per scorgere il grande faro del porto di Trebisonda. Un ducato d’oro al marinaio che vede per primo la sua luce”.
La ciurma, piena di orgoglio e di riconoscenza per l’uomo che sa governare bene la nave e sa essere generoso, grida: "Viva il capitano".
"Vino per tutti - ordina ser Giovanni - e riposo per i remigi. Il vento del Nord ci porterà spediti alla nostra meta".
Il capitano si rivolge al giovane Marco: “Vai giù ed annuncia a ser Filelfo che i pirati sono stati sconfitti e non c’è più nulla da temere. Il Leone di San Marco protegge con le sue ali coloro che sanno vigilare con coraggio ed essere pronti ad offrire la propria vita per l’onore della Serenissima Repubblica. Mi rallegro che i giovani veneziani sanno emulare i loro padri ed affrontare il pericolo senza temere per la loro incolumità”.
“La sua determinazione – esclama Marco – nell’affrontare con intrepidezza la nave dei pirati è per noi un esempio e un ammaestramento che ci spronano ad essere sempre più coraggiosi e a confermare le speranze dei nostri genitori”.
“Il vostro comportamento, di fronte all’imminente pericolo, supera le loro aspettative. Le mie parole non siano motivo di vana gloria ma certezza per continuare a percorrere più spediti e sicuri le rotte del mare. Chi impara a navigare senza timore può essere chiamato a far parte del Grande Consiglio della Serenissima per rendere sempre più ricca e bella la nostra patria”.
I due giovani si recano nell’alloggio dei mercanti per rincuorare il messo imperiale.
“Le tue preoccupazioni – esclama Marco – sono comprensibili e mi sento onorato della tuo richiamo alla nostra missione. Io sono consapevole dei miei limiti e prendo ogni precauzione per essere pronto a far fronte a qualsiasi ostacolo che si frapponga al buon esito del viaggio. Ho indossato la corazza e ho preso le armi per respingere qualsiasi offesa. Il suono delle trombe, per un pericolo immediato che incombe sulla sicurezza della nostra nave, mi richiama al mio dovere di veneziano che è quello di difendere il vessillo di San Marco. Il ritmo del tamburo mi sprona a vigilare e aiutare coloro che combattono per noi. Sono giovane e mi sento forte”.
“Essere considerati giovani – continua Francesco – non ci consente di tenerci al riparo nel momento del pericolo e di lasciare a chi ha più esperienza di rischiare per la nostra incolumità. Bisogna iniziare a mettersi in gioco per dimostrare a noi stessi di essere in grado di poter mettere in pratica tutti gli ammaestramenti ricevuti. L’addestramento in patria e l’esercitazioni continue durante la navigazione ci bastano per stare al fianco degli ufficiali e dei marinai per la difesa della galea. La maestria nella difesa non si improvvisa ma si acquista ogni volta che ci sentiamo in pericolo. Il fatto di essere stati chiamati ad accompagnare un ambasciatore ci rende orgogliosi e ci spinge a prendere tutte le precauzioni necessarie alla difesa e alla incolumità di chi ci è stato affidato”.
“Non capisco – dice Marco – il comportamento di questi predoni del mare che invocano un uomo di Dio per commettere atti ostili alle navi che trasportano le mercanzie in tutti i porti. Tutti sanno che il Profeta, prima di ricevere la rivelazione, era un grande mercante che conosceva le regole del commercio tra i popoli”.
“Mi congratulo con te – risponde ser Filelfo – e mi domando chi ti ha parlato del Profeta di Allah. Le tue considerazioni nascono da un animo che rispetta ciò che è ritenuto sacro”.
"Durante la sosta in Sicilia della Capitana, un ricco mercante arabo è salito a bordo. Il suo viaggio è terminato a Costantinopoli. Il comportamento dell'uomo mi incuriosiva perchè si prostrava e pregava il suo Dio. Era diventato amico del consigliere del capitano, esperto delle rotte marine, per conoscere, in determinate ore della giornata, la direzione della città in cui era nato il suo Profeta. Aveva una cultura vasta e profonda. Sapeva parlare in latino e conosceva le opere dei filosofi dell'antica Grecia. I viaggiatori mi sussurravano: " È un musulmano. La sua religione è l'Islam ". Il suo fervore era di esempio a tutti noi ".
“Hai avuto modo senz’altro – continua il messaggero - di parlare con lui durante le tempeste, quando tutti i viaggiatori si riuniscono sottocoperta. Sono curioso di conoscere tutto quello che ti ha detto. Gli arabi amano parlare con i giovani dell’Occidente della loro grande civiltà, delle loro grandi costruzioni e dei loro matematici e filosofi. Il mio amico ser Aurispa, mercante di libri antichi, è molto interessato ai filosofi arabi perché traducono gli antichi testi greci”.
“Il mercante – racconta Marco – mi ha detto che la sua famiglia era originaria di Damasco ed aveva sempre scambiato tessuti di seta con i minerali della Sicilia. Un giorno gli ho chiesto: " Perché preghi più volte al giorno? ".
L’arabo così mi ha risposto: “È stato così rivelato al Profeta Maometto di dire: "Compi la preghiera del declinar del sole al primo calar della notte ed esegui la recitazione dell'alba, ché la recitazione dell'alba è fatta innanzi a testimoni... Volgi la tua faccia verso la sacra Moschea ... Gloria a Dio, quando entrate nella sera e quando entrate nel mattino, e lode a Dio nei cieli e sulla terra e nel pomeriggio e quando entrate nell'ora meridiana... Ognuno agisce secondo la sua maniera... La mia preghiera, il mio culto e la mia vita e la mia morte appartengono al Signore dell'Universo...Così mi è stato ordinato, ed io sono il primo dei Musulmani... O credenti ... Entrate tutti nella dedizione completa... La religione presso Dio è l'Islam ... Se amate Dio, seguitemi, ché Iddio vi amerà e vi perdonerà le vostre colpe, poiché egli è perdonatore e misericordioso ... Obbedite a Dio e al Profeta ... Iddio comanda la giustizia, la buona condotta verso i parenti, e proibisce la turpitudine, le cose biasimevoli e la prepotenza ... Achi, credente, sia maschio o femmina, avrà fatto del bene noi concederemo una vita beata e corrisponderemo un premio comutato in base alla migliore delle sue opere ... Iddio è con i timorati e con coloro che fanno il bene".
“Sembra che l’arabo – afferma Filelfo – ti abbia rivelato la sua sottomissione ad Allah e la sua credenza nel Corano che riporta la rivelazione fatta al Profeta dall’angelo Gabriele. Prima delle conquiste delle tribù mongole e di quelle turche, gli Arabi hanno fatto conoscere l’Islam a tutti i popoli ed hanno costituito dei grandi regni. Ora amano soltanto commerciare e vivere nel rispetto della rivelazione ricevuta da Maometto”.
“Non capisco - afferma Francesco - il timore che hanno tutti i popoli dell’Occidente per i musulmani che sono molto religiosi e riconoscono la giustizia di Dio. Il mercante di Damasco mi è sembrato una persona timorata delle cose sacre e rispettoso di tutte le leggi che permettono il libero scambio delle merci”.
"Hai colto nel segno - incalza l'inviato del basileus - e mi congratulo con te perché distingui la giustizia divina da quella degli uomini. Gli Arabi, dopo aver conquistato grandi territori e innalzato favolose costruzioni in nome dell'Islam, hano lasciato ai Turchi il governo delle città. I nuovi guerrieri dell'Oriente, provenienti dagli sterminati territori dell'Asia, hanno abbandonato le credenze dei loro avi ed hanno riconosciuto che c'è un solo Dio".
" Dimmi, Marco, con quali appellativi l'arabo invocava il suo Dio? "
" Il mercante soleva dire: " Lode a Dio, Signore dei Mondi, - il Clemente, il Misericordioso, - Sovrano del Giorno del Giudizio ... Il Clemente - ha insegnato il Corano; - ha creato l'uomo, - gli ha insegnato l'eloquio".
“Mi hai detto che si recava a Costantinopoli e vorrei conoscere il suo pensiero sui governanti della città”.
" Il mio amico dell'Islam - afferma Marco - ha parlato molto bene del basileus: " L'imperatore Manuele II Paleologo si dimostra molto tollerante; ha permesso la costruzione delle moschee nei quartieri musulmani di Costantinopoli. Il sultano, Mehmet I Celebi ha riconosciuto la sua autorità imperiale e lo ha addidato come padre a tuti i credenti in Allah. La città della Santa Sapienza sente la voce di colui che dall'alto della torre chiama alla preghiera tutti i credenti che si radunano Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso. Tutti si sentono sicuri dentro e fuori le mura della città. I conquistatori Ottomani scelgono una città della Tracia, Adrianopoli, come la capitale del loro impero. Le vie commerciali attraverso l'Asia Minore sono ripristinate dopo le distruzioni dei mongoli di Tamerlano".
“L’arabo – sostiene Filelfo – ha detto il vero. Le cose adesso sono cambiate perché il coimperatore Giovanni VIII, avendo appoggiato un pretendente al sultanato contro l’attuale imperatore ottomano, ha suscitato le sue ire. Il prestigio di Manuele II è crollato. Gli Ottomani hanno scatenato una grande offensiva che si ritorce contro i traffici commerciali nel Mediterraneo Orientale e nel Ponto Eusino. I pirati si sentono autorizzati ad abbordare le navi. L’ invocazione del Profeta serve solo a coprire la loro avidità di ricchezza”.
“Anche il musulmano - sostiene il giovane - aveva paura dei predoni del mare e diceva: " Non è lecito a un credente uccidere un credente se non per errore... Iddio non ama gli aggressori".
“Le conversazioni con il viaggiatore arabo – continua Marco – hanno eliminato i miei pregiudizi su Maometto”.
“Soltanto il dialogo sereno – sostiene l’ambasciatore - tra due uomini di diversa cultura può dirimere le incomprensioni che nascono dalla diffidenza e dall’ignoranza. Gli uomini dell’Oriente non sono diversi da noi. La loro completa dedizione al Dio di Abramo appare incomprensibile a chi non ha approfondito il Corano. Il Profeta Maometto ha il merito di aver combattuto l’idolatria e di aver fatto conoscere agli Arabi del deserto che c’è un solo Dio. Nel Libro che parla della sua rivelazione, Gesù di Nazareth è l’Inviato da Dio nato dalla Vergine Maria. L’Onnipotente si è servito e si serve di un mercante a cui è stato rivelato di essere il più grande e l’ultimo dei profeti senza togliere nulla al Verbo di Dio”.
“Il mercante arabo mi diceva che al Profeta è stato rivelato: " Ricorda Colei che custodì la propria verginità...Alitammo in essa del nostro spirito e facemmo di lei e di suo figlio un segno per l'Umanità. - Questa è la vostra Comunità: una comunità unica, ed io sono il vostro Signore...A Gesù figlio di Maria abbiamo dato prove manifeste e lo abbiamo confortato con lo Sirito Santo". Sosteneva che a Maometto è stato ordinato di dire: " O gente della scrittura. Venite ad una parola comune: di non adorare se non Idd...Crediamo in Dio e a ciò che è stato mandato dall'alto ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e Tribù, e a ciò che hanno ricevuto dal loro Signore Mosè, Gesù e i Profeti; non facciamo differenza fra nesuno di essi, e siamo interamente dediti a Lui...Ognuno ha la sua direzione verso cui si rivolge. Voi dirigetevi a gara verso le buone azioni: che dovunque vi troviate Iddio vi riunirà tutti assieme. Egli è onnipotente".
“Questo è sorprendente – esclama ser Filelfo - e non viene capito dagli uomini dell’Occidente e dell’Oriente. Il Corano esorta tutti i credenti alle buone azioni perché Iddio è il Signore di tutta l’Umanità”.
“Se i popoli dell’Est e dell’Ovest - sostiene Francesco - orientano la loro attività su dei libri sapienziali che ammettono una comune origine degli uomini, vi si potranno trovare dei punti condivisi per vivere meglio nel rispetto reciproco”.
“La strada maestra – sostiene Filelfo - è la verginità di Maria, ritenuta l’unica donna che abbia partorito un figlio senza conoscere l’intervento di un uomo. Il Profeta Isaia in nome di Dio rivela il parto dell’Emmanuele da una Vergine. L’apostolo Matteo rivela nel suo Vangelo che Gesù di Nazareth è l’Emmanuele. L’apostolo Luca scrive nel suo Vangelo che alla vergine Maria è annunciato il concepimento di un figlio e lei risponde: "Come è possibile? Non conosco uomo" .
“L’arabo – interviene Marco – mi raccontava che nel Corano è rivelato: " O Maria. Iddio ti dà la lieta novella di un Verbo da Lui. Il suo nome sarà Gesù figlio di Maria... Parola di Verità".
“E cosa ti ha detto ancora?”." Al Profeta Maometto - sosteneva il mercante - è stato rivelato di ricordare Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso ciò che Maria ha risposto all'inviato del Signore: " Come potrò avere un bambino, quando nessun uomo m'ha toccata e non sono donna disonesta? ".
“I dottori delle Sacre Scritture - sostiene ser Filelfo - non approfondiscono il carattere divino dell’evento e non chiariscono il motivo di questa verginità. La procreazione di un uomo al di fuori della normale relazione di maschio e femmina è un evento che trascende l’umanità ed entra nel novero del mistero e del sacro. Questo avvenimento deve avere uno scopo che va ricercato nel frutto del parto di Maria. Il Figlio della Vergine, pur essendo un vero uomo, manifesta una personalità che si riscontra nelle sue opere e nelle sue parole: " Non sono venuto per abolire la Legge e i Profeti... Io sono la Via, la Vita, e la Verità". Nessun uomo ha mai proferito sulla terra queste parole. I sapienti dovrebbero riflettere su ciò che manifesta il Figlio della Vergine. Tutti gli uomini hanno cercato e cercano una via per conoscere la verità della loro vita e non si rendono conto che uno di loro ha manifestato di essere la Verità”.
“Ci sono tante vie nel mondo – afferma Marco – e tanti uomini che sostengono di dire la verità, ma nessuno, al di fuori del figlio di Maria, ha mai detto di essere la Vita. Penso che la confusione nasca proprio dal fatto che gli uomini non sono concordi sul significato della vita, cioè sulla sua origine, sulla sua motivazione e sul suo scopo”.
“Ogni uomo – dice Francesco – è inserito in una società, riceve gli ammaestramenti dai suoi genitori ed è sottoposto alle leggi della sua città. La diversità dei costumi e le contrastanti opinioni non consentono di avere una concezione unica sulle cose più importanti della vita”.
“È vero – afferma l’inviato imperiale – che ci sono tante opinioni. La loro diversità nasconde una essenzialità unica, cioè l’uomo è una persona, dotata di pensiero e di libertà, che si esprime attraverso la parola e gli atti concreti. Questa essenzialità ha un unico fondamento di verità. Ognuno vuole vivere e cercare la strada per affermare la propria umanità che si corrobora nelle relazioni umane senza mai giungere, nel tempo presente, a una sua pienezza”.
“I pirati – afferma Marco - dicono di essere seguaci del Profeta e credono di essere autorizzati all’arrembaggio delle navi dei cristiani”.
“È soltanto un pretesto. Il tuo amico arabo ti ha detto quello che è scritto nel Corano ed ha condannato le loro azioni alla luce della rivelazione. Anche i cristiani praticano la pirateria nel Mediterraneo Occidentale. Questo dimostra che la religione non c’entra con le azioni dei pirati. I loro delitti sono condannati dal Vangelo”.
“L’Occidente - afferma Marco – ha paura dell’Islam”.
“È vero – risponde ser Filelfo – e questo non dipende dalla rivelazione fatta al Profeta. L’Islam è la dedizione completa a Dio, annunziata e richiesta da Maometo al popolo arabo. È parola rivelata a un uomo da Allah attraverso l’angelo Gabriele. Anche noi cristiani crediamo nell’Annunciazione fatta alla Vergine dall’arcangelo Gabriele e non abbiamo alcun dubbio sulla veridicità della Sacra Scrittura rivelata agli apostoli da Gesù. Tutto quello che viene da Dio è santo. Anche il Corano è parola che chiama alla conversione all’unico e vero Dio di tutti gli uomini. L’umiltà e la grandezza di Maometto fino ad oggi non è stata capita dall’Occidente perchè si confonde la fede dei credenti con il potere dei più forti. Anche la popolazione araba, costituita dalle tribù del deserto, pur avendo avuto il dono di un grande Profeta, prediletto da Dio, è stata sottomessa e conquistata dai guerrieri dell’Asia che si erano convertiti all’Islam”.
“Come è possibile – afferma Francesco – che il popolo del Profeta, dopo aver acquisito una grande cultura, diffusa in tutto il Mediterraneo e nelle regioni orientali, sia stato conquistato da guerrieri venuti da lontano? ”.
“Il Profeta - sostiene il dotto ambasciatore - è l’uomo di Allah, scelto per far conoscere agli Arabi che c’è un solo Dio che chiama alla conversione, cioè chiama all’Islam che è dedizione completa al Dio di Abramo. La sua missione è quella di conquistare i politeisti e indurli a distruggere gli idoli e a iniziare una nuova vita fatta di preghiere, elemosine e digiuni. La parola del Profeta è parola rivelata per la conversione dei cuori e non per conquistare territori. I capi delle tribù arabe, dopo la morte di Maometto, hanno deciso di far conoscere anche agli altri popoli la rivelazione fatta al Profeta. Le loro aspirazioni sono comprensibili e lodevoli. La comunità dei credenti in Allah si confronta con le culture degli altri popoli dell’Oriente. Le loro buone ragioni si scontrano con le altre culture e nascono incomprensioni. Il confronto delle opinioni dei regnanti porta alle offese e allo schieramento in armi degli uomini intesi a difendere i costumi tramandati dai loro avi. Il sacro si confonde con le passioni e scaturiscono guerre e conquiste.
“Tu sostieni – afferma Marco – che la religione dell’Islam non è ispiratrice delle conquiste degli Ottomani”.
"Hai detto una cosa giusta - risponde l'ambasciatore del basilus che riporta l'opera del Profeta nella sua giusta condiderazione. Maometto è l'arabo che si è dedicato completamente al suo Dio. È l'uomo che dice di essere il più grande dei profeti perché così gli è stato rivelato dall'angelo Gabriele. Le parole rivelate richiedono rispetto perchè hanno il mistero del sacro. Nessun uomo può comprenderne il significato se non viene illuminato dalla Sapienza di Dio. L'opera del Profeta mira a scuotere le tribù arabe dedite al politeismo e a spingere gli ipocriti ad agire con convinzione secondo la rivelazione. La recitazione della parola rivelata non consente di agire diversamente dalla giustizia. Il comportamento del credente è rispetto di tutto ciò che è stato creato dal Dio di Abramo. Le relazioni umane, improntate alla parola del Corano, trovano un fondamento di verità nell'adesione completa ad Allah e nel riconoscimento di quanto detto dal Profeta.. Maometto riconosce veri tutti i profeti che hanno rivelato l'unicità di Dio. La sua determinatezza e la sua fiducia, nell'accettare la sua missione, lo collocano in una posizione predominante su tutti gli uomini che hanno manifestato la volontà dell'unico Dio di riportare le sue creature a riconoscerLo come Signore degli uomini ".
"Il mercante arabo – racconta Marco – soleva parlarmi del culto esclusivo di Allah e diceva che nel Corano è scritto: " Dì: Egli, Iddio, è Uno. - Iddio l'eterno, - e non ha l'eguale ”.
"Anche noi, cristiani, abbiamo appreso nel catechismo - afferma Francesco - il Decalogo. Il Primo Comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio fuori di me ".
“Tutti noi abbiamo acquisito dalla Sacra Scrittura – afferma ser Filelfo – che c’è un solo Dio. Gesù stesso, secondo il Vangelo di Matteo, così rispose a un dottore della legge: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti ".
“Il Profeta – sostiene Marco – riconosce che Gesù è il Verbo di Dio”.
“Questo riconoscimento gli è stato rivelato – risponde l’ambasciatore – e ci deve indurre a onorare un uomo che dedicò tutto sé stesso ad Allah. La sua completa dedizione non deve essere confusa con l’impeto dei guerrieri o con il desiderio di potere dei Principi”. Le paure nei confronti dell’Islam sono infondate. I timori nascono con gli Ottomani che hanno l’esercito più potente”.
“Perché – chiede Francesco - i capi delle tribù turche e mongole che hanno travolto l’Impero romano d’Oriente hanno adottato la religione degli Arabi?”.
“Anche in Occidente - risponde l'ambasciatore - è successo la stessa cosa con Roma. Le tribù barbare, dopo aver sconfitto le sue legioni, si sono impossessate del suo impero ed hanno abbracciato la religione cristiana. La cultura del mondo romano è stata assorbita dalle popolazioni che provenivano dall’Est. La cultura romana ha amalgamato i vincitori con i vinti ed è servita come base per nuovi regni e domini. La religione cristiana ha eliminato le diversità sociali e sono nati tanti governi. I loro territori hanno ospitato nuovi popoli che si sono affacciati sul Mediterraneo. L’impero romano d’Occidente si è trasformato in tante entità nazionali con tanti re e Principi che fanno sentire il loro potere. La loro sottomissione alla Chiesa conferisce una riconoscimento che permette di estendere la loro autorità sugli altri popoli. L’alternanza delle loro egemonie crea un continuo stato di tensione tra le varie città. I continui conflitti di potere tra i vari Signori hanno permesso agli agglomerati urbani di erigersi ad autonomie con propri governanti. La loro sopravvivenza ha innescato nuove fonti di sussistenza del popolo. Si sono intraprese le attività commerciali che hanno reso grandi e potenti i piccoli villaggi. Anche Venezia è sorta dall’agglomerato di piccole capanne ed è diventata la città più ricca di tutto l’Occidente”.
“L’Impero romano d’Oriente – afferma Marco – esiste ancora e il suo imperatore è Manuele II”.
"Il basileus - risponde ser Filippo - ha perso tutti i suoi possedimenti e rischia di perdere anche Costantinopoli. Il sultano tiene sotto assedio la città e cerca di punire il coimperatore Giovanni VIII che ha osato immischiarsi nelle faccende della casa imperiale ottomana. La situazione si presenta drammatica ed ocorre arginare l'avanzata dei nuovi conquistatori che stanno costruendo un grande impero che minaccia l'Occidente e la sua cultura".

sabato 27 novembre 2010

LA LIBERTÀ DI VIVERE NELL'AMORE

SCIENZA & VITA AI MEDIA ITALIANI:
DATE VOCE AI PIU’ FRAGILI

L’Associazione Scienza & Vita, a conclusione del suo convegno nazionale, ha approvato una mozione rivolta al sistema informativo nazionale pubblico e privato: “L’Associazione Scienza & Vita chiede all’intero sistema informativo pubblico e privato di farsi carico delle persone in condizione di massima fragilità. Un’esigenza fortemente avvertita dall’opinione pubblica italiana, ma che non ha trovato sino ad oggi adeguata accoglienza. Lo testimonia la dolorosa vicenda della trasmissione Rai ‘Vieni via con me’. L’assenza dei malati, di quanti li seguono amorevolmente e delle associazioni di volontariato che si pongono al loro servizio, lede la dignità umana di queste persone e delle loro famiglie. All’opinione pubblica italiana è stata mostrata come praticabile la sola possibilità di ricorrere all’eutanasia o all’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione. Scelte, queste ultime, che negano alla radice il diritto alla vita nella condizione di massima fragilità e di disabilità. Spiace constatare che alcuni media abbiano manifestato una miopia culturale di così grave entità da non saper vedere una realtà molto diffusa nel nostro Paese, lasciando parlare solo una esigua élite, lontana dalla gente comune e dalla vita quotidiana. Le donne e gli uomini di Scienza & Vita, nel ribadire la prospettiva antropologica che chiude le porte all’eutanasia come all’accanimento terapeutico, chiedono a tutti i media italiani di dare spazio ai più deboli attraverso la voce delle loro famiglie. Grandi responsabilità oggi gravano sulle spalle degli operatori dell’informazione e dell’intrattenimento per la trasmissione dei valori, per il pluralismo e per la democrazia sostanziale. Scienza & Vita, a nome dei più fragili fra noi, sarà sempre disponibile a partecipare a ogni livello, nazionale e locale, alla narrazione pubblica. Ma in condizione di sostanziale parità, sino ad ora non adeguatamente garantita. E ribadisce una richiesta semplice, quanto efficace: fateli parlare”.

Associazione Scienza&Vita

Lungotevere dei Vallati, 10

00186 Roma

tel.: 06.6819.2554 fax: 06.6819.5205

e-mail: segreteria@scienzaevita.org

martedì 23 novembre 2010

VENEZIANI A COSTANTINOPOLI

Capitolo undicesimo
Le donne del quartiere di Sant'Eufemia
Il rito mattutino nella chiesa di Sant’Eufemia è finito. Le donne attendono il loro turno per accendere i sacri ceri e implorare il ritorno della prosperità nelle famiglie. L’odore dell’incenso concilia l’apertura dello spirito alla speranza di un avvenire migliore per i figli del popolo. Il rappresentante del santo Patriarca ascolta con pazienza le suppliche delle madri che chiedono l’intercessione del Primate per allontanare la miseria dal quartiere. Il prelato promette l’interveto della Grande Madre Chiesa che non abbandona mai i suoi figli.
Il vocio dei venditori ambulanti nella piazza, antistante il sacro luogo, desta l’attenzione delle donne, perché si sentono gli inviti dei marinai stranieri che offrono la loro mercanzia.
L’arrivo della Capitana da alcuni giorni è argomento di ragionamenti e di pettegolezzi tra le popolane interessate alla merce che proviene dalla lontana città di San Marco. Il rullio cadenzato dei tamburi e le grida del banditore sono passati per tutte le strade del quartiere ed hanno annunciato la vendita al dettaglio delle stoffe e degli oggetti necessari agli usi domestici. La vendita avviene sotto il patrocinio del governatore della colonia veneziana e secondo le regole del Prefetto della città.
Le donne si avvicinano ai banchetti dei rematori veneziani perché hanno la possibilità di acquistare tanti oggetti di metallo e di vetro, indispensabili in qualsiasi casa ed introvabili nei negozi del quartiere.
“Tommaso, si stanno avvicinando due belle donne – esclama il prodiere Virgilio – fai in modo che possano interessarsi alle tue collane di Murano. Gli ornamenti femminili attirano le fanciulle e le loro madri. Io faccio vedere le serie di coltelli per trinciare le carni. Marin, metti in mostra tutto il fustagno e fatti notare perché si avvicinano le donne che vogliono parlare con i remigi giovani”.
“Cosa devo dire – sussurra Tommaso – a queste due che guardano la merce? Il cuore mi batte forte”.
“Non è necessario che tu sappia parlare in greco – risponde Virgilio – perché queste popolane conoscono alcune parole della nostra lingua. Chi è interessato alla merce tocca quello che vuole acquistare e mostra in una mano quanto è disponibile a pagare”.
“Guarda, madre, come sono belle queste collane di Murano – dice una fanciulla con la tunica azzurra e il velo bianco sul capo - e come attraggono questi colori dorati”.
“È proprio vero, Laimorosina, le pietre preziose dell’Oriente – esclama la donna con la capigliatura ricciuta sotto un velo trasparente - non emanano, sotto i raggi del sole, tutti questi riflessi. Puoi provare la collana che più ti piace”.
La fanciulla si fa aiutare dalla mamma per cingere il suo collo roseo con le perline luccicanti. L’emozione le fa palpitare il petto e arrossire le gote paffutelle.
“Questa collana ti sta proprio bene, figlia mia, perché si armonizza al colore della tua pelle e anche alla tua veste. Le perline di Murano esaltano la tua bellezza”.
Il remigio si fa coraggio e, dopo aver deglutito il suo stupore, fissa negli occhi la fanciulla ed esclama: “Solo una moneta d’oro con l’effigie dell’imperatore”.
“Non essere precipitoso, Tommaso – interviene Virgilio – e lascia che la mamma esprima un’offerta. La sua valutazione è importante perché determina la possibilità di acquistare la collana. Il desiderio della donna, di rendere la figlia più bella, aumenta il pregio dell’oggetto e fa lievitare l’offerta che ripaga le nostre fatiche per il lungo viaggio”.
“Mi chiamo Trixobostrina. Io e mia figlia siamo popolane del quartiere e non disponiamo di monete d’oro. La collana è molto bella e posso scambiarla con la seta lavorata che conservo a casa”.
“Io sono Virgilio – risponde il venditore – e il mio amico Tommaso è disposto a cedere la collana anche con una pezza di seta lavorata nei laboratori della città. Il tessuto che si ottiene con il filo del baco è molto apprezzato nella nostra patria e siamo disposti a scambiarlo con le collane. Sono curioso di sapere l’origine della pezza per darle un giusto valore”.
“Ogni donna di questa città apprende, fin da bambina, la lavorazione della seta. I bozzoli del baco o la seta grezza vengono venduti al mercato. Ogni famiglia del popolo conosce il segreto per tessere il filo necessario a confezionare un velo prezioso, per adornare il proprio capo nei giorni di festa. Il Prefetto della città permette alle popolane di lavorare la seta a condizione che venga portata ai magazzini imperiali. Mio marito, coltivatore del gelso nei campi del basileus, situati fuori la città, è stato sorpreso dall’esercito del sultano ed ha perso la vita nell’ultimo attacco alle mura della città. Mia figlia ed io viviamo con il lavoro artigianale della tessitura della seta grezza. L’assedio degli Ottomani ha interrotto l’allevamento del baco da seta intorno alla città e il prezzo della seta grezza è salito così tanto che non rende più concorrenziale la nostra manifattura artigianale. Conservo alcune piccole pezze che ho tessuto quando mio marito comprava il filo di seta al mercato”.
“Se ci porti la seta – incalza il remigio - Tommaso è disposto a dare a tua figlia la collana più bella”.
“Le regole del Prefetto – esclama la popolana – vietano di vendere per le strade il tessuto di seta prodotto dagli artigiani. I funzionari imperiali controllano la manifattura della seta degli opifici imperiali e dei laboratori privati. Ogni pezza viene marchiata con il sigillo dell’imperatore e venduta a un prezzo stabilito che dipende dal pregio del tessuto. La mia casa è aperta per voi che volete scambiare le collane con le pezze di seta artigianale. L’abitazione è vicina alla grande dimora del ricco Oikantropos. Mi raccomando di venire prima del tramonto”.
“Io non riesco a fare buoni affari con le belle donne – dice Tommaso – perché il loro sguardo mi fa ribollire il sangue nelle vene e il cuore mi batte più forte. Io sono abituato a remare e non a mercanteggiare con le fanciulle che ti guardano con gli occhi dolci”.
“Sei molto giovane – risponde Virgilio - e non hai ancora assaporato il dolce frutto dell’amore. Un mercante deve essere disinvolto e conoscere l’animo delle donne. La merce che trasportiamo è apprezzata soprattutto da loro che sono interessate a tutto ciò che rende la vita bella e piacevole. Le stoffe, per i vestiti che danno risalto alle forme e al colore del corpo, gli ornamenti, per abbellire il viso e le braccia, riempiono le stive delle nostre navi e sono trasportati in ogni porto. Le donne sono le nostre clienti più affezionate e inducono gli uomini a comprare tutto ciò che serve alle famiglie per vivere e per essere onorati nelle loro città. Qui siamo a Costantinopoli, la città dove lo spirito e la bellezza delle donne eccitano la libertà di ogni uomo ad aprirsi all’amore di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Noi, marinai di San Marco, affrontiamo le fatiche e i rischi del mare per attingere in questa città ogni beneficio che scaturisce dalla libertà di saper donare e ricevere tutto che unisce gli uomini e le donne”.
“La mia giovane età – sostiene Tommaso – non mi impedisce di assaporare lo stupore che in me destano gli occhi e il petto delle giovani donne che vivono in questo quartiere. Il commercio è importante per un mercante ma assecondare lo slancio e le vibrazioni del cuore sono più importanti, perché scaturiscono dall’essere prima uomini e poi addetti a un lavoro specifico per poter vivere.
Il corpo di un giovane ha bisogno di motivazioni per sostentarsi, cioè di seguire le spinte vitali che provengono dal profondo della sua coscienza. Io di fronte ad una bella donna non capisco più niente perché la mia ragione si affievolisce di fronte alle forze della natura che non conoscono nessun ostacolo. La mia città mi impone di non essere rapace e di seguire le tradizioni di convivenza e di rispetto delle donne.
Ogni comunità, che vive in pace e vuole progredire nel benessere di tutti, pone come fondamento della sua esistenza la centralità dell’amore tra un uomo e una donna. L’attrazione sensuale tra il maschio e la femmina è una spinta che non conosce alcun limite perché è generata dalla natura umana che ha bisogno di procreare un’altra natura più perfetta”.
“Mi sorprendi, Tommaso, non sapevo che tu fossi così sagace – esclama Virgilio – e così giudizioso in tutto ciò che riguarda le donne. Non basta pensare e sentire l’amore secondo le consuetudini o le tradizioni ma bisogna relazionarsi in modo concreto con la donna che fa vibrare il nostro cuore. Bisogna stare attenti a non importunare le donne sposate o già promesse”.
“Cosa ne pensi – sussurra il giovane remigio – di queste due donne del quartiere? Il loro invito promette bene e potremmo anche andare oltre il semplice interesse commerciale. Sono stufo di dormire sulla nave in attesa della partenza e potremmo chiedere a loro di essere ospitati in cambio di qualche sconto sulla merce”.
“Non essere precipitoso – esclama Tommaso - e non correre con la tua fantasia. La casa di Trixobostrina non è lontana. Prima sistemiamo la merce nei nostri sacchi e smontiamo i banchetti”.
Virgilio si rivolge al suo amico Marin e dice: “Tu rimani con Pietro e gli altri davanti a questa chiesa. Se non ci vedi tornare al calar del sole, torna pure alla nave. Io e Tommaso dobbiamo portare a buon fine un piccolo affare con le due donne che si sono fermate ad ammirare la nostra merce”.
I due remigi, piccoli mercanti veneziani, con i loro fardelli si avviano verso la dimora della vedova. Vicino alla casa del ricco aristocratico Oikantropos si ergono le abitazioni dei popolani del quartiere con le loro botteghe e i piccoli laboratori. Le indicazioni di un panettiere consentono ai due venditori ambulanti di raggiungere la piccola casa a due piani in cui vivono Laiomorosina e sua madre. La porta di ingresso del loro piccolo laboratorio è chiusa e Virgilio bussa per farsi aprire.
“Il mio amico Tommaso ha con sé le collane – esclama Virgilio nel momento in cui viene aperta la porta – e potete scegliere le più belle”.
“Entrate - esclama la tessitrice di seta – e sedetevi attorno a questo tavolo su cui potete mostrare le collane di Murano. Mia figlia vi versa nei bicchieri il vino prodotto con l’uva del nostro orticello”.
“Sei veramente ospitale – dice Virgilio – e ti sarei grato di sapere qualcosa sulla seta che lavori mentre Tommaso mostra alla tua figliola le perline veneziane”.
“In questo piccolo laboratorio – racconta la donna - mio marito ed io, con l’aiuto di due apprendiste, abbiamo prodotto i tessuti di seta per la confezione delle vesti degli aristocratici. L’assedio dell’esercito del sultano e la morte del mio consorte hanno interrotto la lavorazione della seta. I bozzoli e la seta grezza, venduta al mercato, non provengono più dalle campagne esterne alla città ma vengono importate con le navi dal mercato di Tessalonica o dalla Morea. Il prezzo della materia grezza è lievitato e non posseggo i denari per acquistarla. L’industria della seta, monopolio della casa imperiale, è ferma da alcuni mesi e i governanti preferiscono importare i tessuti confezionati in Occidente o prodotti nel lontano Oriente. Le famiglie del quartiere, che hanno un laboratorio come questo, aspettano la fine dell’assedio e la ripresa del loro lavoro”.
“Il tuo laboratorio – afferma Virgilio – è ancora pieno di pezze di seta depositate sugli scaffali e i telai hanno ancora il filo che attende di essere lavorato”.
“Sei un attento osservatore – risponde la donna – e quello che vedi è tutto ciò che ci rimane per sopravvivere in attesa dei tempi migliori. L’unica mia preoccupazione è Laimorosina per la quale sono disposta ad acquistare qualche ornamento, per abbellire il suo collo e renderla più attraente agli occhi dei giovani. Le collane d’oro costano molto e una bella collanina di vetro è sufficiente ad esaltare la sua pelle giovane”.
“Tua figlia è bella – afferma il remigio – ed è molto giovane. La tua ansia per lei è ingiustificata. Prima o poi metterà in subbuglio il cuore di qualche giovane del quartiere”.
“Qui le fanciulle – dice la donna - si sposano appena i loro seni si arrotondano sotto la tunica. I giovani del quartiere sono impegnati per difendere le mura della città e nessuno di loro pensa di mettere su casa. La città è sempre assediata e i matrimoni vengono rinviati. Io sono rimasta vedova e, pur essendo ancora giovane, non ho avuto nessuna richiesta di matrimonio. La paura dell’avvenire incerto frena gli uomini ad assumere qualsiasi impegno che debba durare per sempre.
Gli opifici governativi sono chiusi e gli artigiani del quartiere non riescono a comprare le materie prime per confezionare i loro prodotti. Tutto viene importato già confezionato. Anche i vestiti di seta, orgoglio di questa città, vengono importati dall’Occidente.
Quando il basileus provvedeva a fare importare dai commercianti tutte le materie prime, necessarie per le lavorazioni, gli artigiani vivevano tranquilli. Il Prefetto cercava di calmierare i prezzi ed ognuno poteva guadagnare secondo le proprie necessità. L’occupazione dei territori imperiali ha interrotto il flusso degli approvvigionamenti necessari a sostenere i laboratori degli artigiani.
Nella città entrano soltanto le merci che vogliono i commercianti dell’Occidente, perché sono le più lucrose per i loro affari. Le madri si preoccupano per i loro figli, quando i propri uomini sono costretti a chiudere il laboratorio o il piccolo esercizio commerciale di quartiere. Io sopravvivo ancora perché ho messo da parte l’eccedenza della lavorazione, quando le tessitrici facevano a gara per produrre le stoffe più pregiate.
La soluzione, per la carenza di materie prime a buon mercato, è quella di infrangere le regole del Prefetto e provvedere in proprio all’acquisto, fuori della città, di tutto quello che occorre per far funzionare i telai.
Se mio marito fosse vivo lo farei imbarcare per la città di Trebisonda, dove i governanti sono amici dei Turcomanni, per comprare la seta grezza. Solo gli uomini possono navigare per commerciare. Noi, donne di città, possiamo soltanto lavorare al riparo dagli occhi indiscreti e per i bisogni della famiglia. Questo laboratorio di tessitura potrebbe rifiorire e garantire ottimi guadagni se avesse un uomo a dirigere tutte le operazioni di tessitura. Se mia figlia sposasse un esperto della lavorazione della seta, potrei ingrandire la manifattura familiare con l’assunzione di lavoranti o di giovani che vogliono imparare l’arte della tessitura”.
“Le buone intenzioni – afferma Virgilio – e i desideri di una madre possono realizzarsi soltanto se c’è la fermezza a perseguire sempre il meglio per sé e per i propri figli. Questa città ospita tanti stranieri capaci e abili nei vari mestieri necessari a una grande comunità urbana. Il commercio li attira per gli investimenti lucrosi, ma sono pronti a seguire le loro indoli e le loro inclinazioni tra la popolazione che li ospita e dà a loro la possibilità di fare ottimi guadagni. Io sono un rematore e so anche lavorare il legno per costruire una nave. Il mio amico Tommaso è un esperto nella tintura delle stoffe e potrebbe anche essere utile al tuo laboratorio perché sa trattare la lana, il lino e anche la seta.
I veneziani vengono qui per lo scambio delle merci ma ognuno conosce un mestiere ed è abile in qualche manifattura. Gli abitanti della città di San Marco affrontano i rischi del mare perché il territorio della loro patria è piccolo e non offre le materie prime necessarie alla loro vita. La tua situazione è simile alla nostra. Si tratta dello stesso problema e la sua soluzione è quella di utilizzare le risorse disponibili in questo contesto urbano.
Tu hai un laboratorio pronto a eseguire la lavorazione della seta grezza e noi abbiamo l’ingegno e l’abilità per provvedere al reperimento della materia prima. Si tratta di unire le nostre risorse ed affrontare l’ostacolo dell’assedio con lungimiranza e con la fiducia reciproca di trarre un beneficio comune per migliorare le nostre condizioni di vita. Noi siamo abituati a rischiare anche la nostra vita per il bene comune degli altri e tu devi aver fiducia in noi che siamo stranieri, perché con la ricerca del nostro benessere noi risolviamo il tuo problema”.
“Tutti parlano bene – risponde la vedova – delle capacità imprenditoriali dei Veneziani ma voi siete soltanto venditori di collane. Il mio problema è quello di andare a comprare la seta grezza che si vende in altre città non assediate. Si tratta di disporre dei denari necessari per il viaggio, per gli intermediari commerciali e per comprare la merce. Io non dispongo di denaro, ma soltanto di un laboratorio e della mia abilità per la lavorazione della seta. Nessuno fa credito a una donna in una città assediata perché il suo futuro non è garantito dai suoi governanti.
Il prestito di denaro viene concesso se è garantito da un ricco o da un mercante che possiede molte sostanze. La sua restituzione, con gli interessi richiesti, deve avvenire a breve termine. Io posso onorare l’impegno, soltanto dopo la produzione di un tessuto pregiato che richiede molto tempo per farlo.
In questo quartiere, i prestiti venivano concessi dall’aristocratico Oikantropos quando la seta grezza era disponibile a buon mercato. L’assedio ha indotto il ricco a negare la concessione di denaro in prestito per le imprese artigiane, perché il basileus non garantisce l’afflusso della materia prima dai territori occupati. C’è tanto malumore tra i popolani e qualcuno vuole la sottomissione al sultano per far aprire le porte della città”.
“Hai ragione – risponde Virgilio – nel dire che siamo dei semplici venditori di perline. Noi, rematori delle galee, apparteniamo ad una città dove i governanti offrono a tutti la possibilità di diventare ricchi.
La Serenissima Repubblica, anche se si avvale del consiglio dei ricchi patrizi per governare il suo popolo, ha disposto degli istituti che offrono denaro per qualsiasi attività imprenditoriale che porti vantaggio alla comunità. La garanzia è data dal patrocinio di San Marco che estende le sue ali sui suoi figli senza distinzione di ceto. Anche i popolani a Venezia possono diventare ricchi e costruire grandi case fondaco in pietra. I forestieri che si sottopongono per un certo periodo alle leggi del Grande Consiglio possono acquisire la cittadinanza e commerciare liberamente sotto la protezione del gonfalone della città.
Noi non disponiamo di grosse somme di denaro, ma conosciamo chi potrebbe investire i suoi denari per l’acquisto del filo di seta a buon mercato. Sulla nostra nave erano imbarcati dei giovani mercanti che rimarranno per molto tempo in questa città per conoscere i segreti dei suoi mercati e l’indole dei suoi abitanti. La loro disponibilità potrebbe risolvere il problema del finanziamento dell’impresa.
Si tratta di costituire un gruppo di persone coeso per la produzione di un tessuto di seta pregiata che possa ripagare gli sforzi e i rischi di ognuno. I nostri amici investono il denaro, io e Tommaso ci impegniamo per andare a reperire la materia prima, mentre tu garantisci la disponibilità del tuo laboratorio e l’impiego della tua maestria nella produzione dei tessuti pregiati. Le regole del Prefetto vengono salvaguardate perché il reperimento della seta grezza fuori città è fatto dai mercanti stranieri. Il loro operato è garantito dallo stendardo del Leone alato e dal patrocinio del bailo.
Il mercato di Trebisonda lo conosco ed è una meta delle galee veneziane nel Mar Pontico. La città è la capitale di un piccolo impero i cui governati di lingua greca, imparentati con i Paleologi, sono amici dei Turchi e degli Arabi che favoriscono l’arrivo delle carovane del Medio e dell’Estremo Oriente. La seta vi giunge in abbondanza ed è scambiata soprattutto con i prodotti e i metalli dell’Occidente. Le monete d’oro di Venezia costituiscono la merce di scambio preferita dai mercanti armeni e persiani”.
“La tua disponibilità – esclama la tessitrice – mi incuriosisce e mi stimola ad approfondire la tua offerta che mi permette di assicurare un avvenire per mia figlia. Il tuo amico Tommaso mi sembra più interessato ad ammirare le cose belle che ad impegnarsi negli affari”.
“I veneziani – risponde Virgilio – hanno imparato fin da piccoli a guardare con stupore e ammirazione tutte le cose che la natura offre nella sua manifestazione di armonia e di colori. La luce del sole che sorge ad Oriente fa brillare le onde del mare ed esalta le bellezze delle loro isole. Le fanciulle, gemme della natura, appaiono ai giovani come icone che attirano gli sguardi e stimolano le loro mani a toccarle per sentire vibrare il loro spirito di un profondo senso d’amore. Questa città esalta la fantasia dei giovani mercanti e rende più importante ed attraente tutto ciò che fa vibrare il loro cuore. I loro sogni si avverano in questo luogo quando vedono apparire le donne per le strade e gli sguardi estasiati le seguono fino al loro disperdersi tra la folla. Tommaso è in questa condizione di stupore alla presenza della tua figliola ed è bene intervenire per riportare la situazione d’attrazione nella giusta considerazione della realtà”.
“Hai fatto vedere – dice il rematore a Tommaso – le collane più belle a Laimorosina? Mi sembra che sia giunto il momento di ritornare alla nostra nave per il rancio”.
“Mi stanno tutte bene – dice la giovane popolana alla madre - e cingerei il mio collo ogni giorno con una collana diversa. Sembra che le perline rinviano i riflessi del sole sul mare. Tommaso dice che gli abitanti dell’isola di Murano hanno la capacità di carpire dal mare i riverberi del sole e di racchiuderli nelle gocce di vetro”.
“Io posso acquistare solo una collana – risponde la madre - e tu hai la facoltà di scegliere la più bella. Se hai qualche dubbio, puoi farti aiutare da Tommaso”.
“Tommaso, non stare a contemplare i miei occhi – esclama la fanciulla – e manifesta il tuo pensiero su ciò che è più bello. Mia madre ritiene che tu possa esprimere un giudizio sulla bellezza delle cose che mi mostri. Anch’io sono d’accordo di sentire un tuo parere perché sei molto interessato alla mia figura. Soltanto un bel giovane può valutare quello che è più conveniente per abbellire il mio collo. I gusti di mia madre sono quelli di una donna che preferisce le cose che hanno più valore rispetto a quelle che hanno più bellezza. La sua esperienza le suggerisce di scegliere ciò che deve valere per sempre mentre a me interessa ciò che è più confacente al mio aspetto in questo momento. La bellezza è ciò che appare in un determinato istante a chi la sa apprezzare perché risponde all’esigenza della anima di aprirsi all’incanto di un’altra persona. La libertà di aprirsi agli altri esige di apparire nella forma più arcana per essere disponibili all’amore”.
“Non badare alle parole di mia figlia – dice la madre al giovane remigio - e mostrale la collana più bella. Laimorosina si diletta a leggere le opere filosofiche degli antichi e non si rende conto che la realtà esige di scegliere ciò che è più opportuno alle popolane di questo quartiere. L’interruzione della tessitura le consente di frequentare la biblioteca di Sant’Eufemia dove sono custoditi antichi manoscritti.
Il Santo Patriarca ha inviato un suo prelato per curare la tenuta delle opere antiche e quelle dei Padri della Chiesa che vi sono custodite. Il Primate della nostra chiesa segue con trepidazione le famiglie più povere ed esorta i ricchi ad elargire delle offerte per far fronte alla povertà causata dall’assedio dell’esercito del sultano. Il popolo non spera più nei suoi governanti ma si rivolge ai prelati che durante i sacri riti parlano di carità e di amore per il prossimo. Gli uomini abituati al elevare il loro spirito alle cose eccelse della vita sono costretti ad interessarsi delle condizioni misere degli abitanti della città.
Quando ero bambina i miei genitori mi portavano ad applaudire il basileus che si recava nella Grande Chiesa. Ora sono costretta ad accompagnare mia figlia nella chiesa della nostra zona per chiedere al prelato di intercedere presso il ricco Oikantropos per ottenere un lavoro nella sua dimora”.
“Non ti affliggere - dice Virgilio alla donna – noi ti possiamo aiutare per una nuova impresa. Chi si rifugia sotto lo stendardo di San Marco trova protezione e solidarietà per qualsiasi iniziativa commerciale. Si tratta di unire gli sforzi e le risorse disponibili per far ripartire il tuo laboratorio. L’aiuto dei mercanti veneziani è indispensabile in questo momento per reperire i fondi e investirli nell’acquisto del filo di seta e nella produzione del tessuto pregiato. La seta di questa città viene utilizzata per confezionare i vestiti dei nobili e dei Principi delle corti più potenti dell’Occidente.
I mercanti che si sono arricchiti con il commercio della seta costruiscono i loro palazzi ai piedi dei grandi castelli e fanno a gara nelle cerimonie religiose e nei tornei per dimostrare la loro ricchezza con vesti sontuose, abbellite con ricami d’oro e d’argento. La Serenissima accoglie tutti coloro che conoscono l’arte di produrre i tessuti per confezionare i vestiti e destina delle zone specifiche per la loro tintura. I mercanti comprano grossi quantitativi di panni a Londra e Bruges e diventano ricchi con il loro commercio. Le città della Lombardia e della Toscana gareggiano per monopolizzare i loro tessuti. Tutti diventano ricchi con il commercio delle stoffe”.
“Se Venezia accoglie gli artigiani che conoscono l’arte della tessitura – esclama la donna - potremmo sistemarci nella tua città e creare una grossa manifattura”.
“La tua arte e il tuo laboratorio – risponde il rematore – hanno già le radici in questa città e le sue possibilità di sviluppo sono state già sperimentate con ottimi risultati. L’inconveniente è nato con l’interruzione dell’afflusso del filo di seta a buon mercato. La sua reperibilità è accessibile fuori città in un territorio conquistato dall’esercito del sultano oppure a Trebisonda. Il tuo basileus non vuole sottomettersi agli Ottomani e preferisce l’importazione dei tessuti di seta dall’Oriente.
Il monopolio imperiale della produzione della seta pregiata è stato sacrificato per consentire alla città di rimanere indipendente dal sultano. Venezia è in pace con il governo turco di Adrianopoli e noi possiamo recarci in un altro mercato per comprare la seta grezza.
La tua proposta di trasferimento della manifattura nella città di San Marco è molto dispendiosa ed occorrono ingenti capitali per il suo spostamento e il reperimento della materia prima. La coltivazione del baco da seta è limitata in alcuni territori dei Siciliani e dei Calabri. La mia proposta è la più conveniente in questo momento”.
“Sento bussare alla porta del laboratorio – esclama la tessitrice – e mi reco ad aprirla per conoscere la persona che desidera vedermi”.“Trixobostrina, sono rimasta senza sale per la cena – sussurra una popolana all’orecchio della tessitrice – e ti chiedo di prestarmelo”.
“Entra pure – invita la tessitrice – e guarda le collane di Murano esposte sul tavolo dai due venditori veneziani”.
La vicina di casa con un inchino e un sorriso si presenta ai due ospiti della tessitrice: “Mi chiamo Ponerina e abito qui vicino con mio marito e due figlie”.
“Se vuoi, anche tu puoi comprare le nostre perline – dice Virgilio – per abbellire il collo e per fare un dono alle tue figliole”.
“Una volta amavo ornare il mio petto con collane d’oro e pietre preziose. Il laboratorio di vesti di lana di mio marito non rende più come una volta. Io e alcune donne del quartiere lavoravamo la lana bulgara e macedone per produrre i tessuti di lana leggeri per le tuniche e quelli pesanti per i mantelli. Tutti gli uomini e le donne del quartiere venivano da mio marito per fasi confezionare una bella tunica per le grandi occasioni ma con l’assedio nessuno pensa più a farsi confezionare un bel vestito per le feste e il prezzo della lana è lievitato. I pastori non portano più la lana grezza al mercato perché viene requisita dagli Ottomani che circondano le mura terrestri. La moda è cambiata e tutti comprano i vestiti già confezionati.
Per vivere, ho già venduto tutti i monili d’oro che mi aveva lasciato in eredità mia madre e non ho potuto regalarli alle mie figlie. Il proprietario dei locali del laboratorio e della casa aumenta continuamente il fitto. Mio marito è costretto a lavorare nella casa del ricco Oikantropos per la sistemazione e l’adattamento delle vesti del suo guardaroba. Il suo lavoro non è più quello di un artigiano ma di un salariato giornaliero alle dipendenze degli eunuchi che conservano i vestiti nei grandi armadi della casa”.
“Tuo marito – afferma Virgilio - è un sarto. Tutti hanno bisogno di coprirsi per mantenere caldo il proprio corpo nei mesi invernali. Il vestito fatto su misura non solo mitiga i rigori invernali ma esalta le forme del corpo e conferisce alle persone il giusto decoro per essere apprezzati. Se la lana grezza scarseggia, può comperare il tessuto di lana che viene portato con le nostre galee e utilizzarlo secondo le richieste dei clienti.
Un sarto non deve cambiare mestiere ma diversificare le fonti di approvvigionamento della materia prima o utilizzare un altro tessuto che si può reperire più facilmente. La filatura della lana non è più una produzione domestica ma costituisce una manifattura industriale in cui operano tanti salariati.
Le città dell’Occidente si stanno specializzando nella confezione di questi tessuti di lana pregiati la cui morbidezza è simile alla seta prodotta dagli opifici imperiali”.
“Non pensavo – afferma Trixobostrina - che un remigio di galea, venditore ambulante di collane, avesse tutte queste idee sull’arte della tessitura dei panni”.
“I Veneziani – risponde Virgilio - non si interessano soltanto di trasportare il sale e le granaglie, ma hanno allargato i loro interessi per le merci più pregiate che sono richieste dai mercati. L’Occidente è in fermento e il tenore di vita è migliorato. Tutti gli abitanti delle città vogliono mangiare bene e coprirsi con vestiti colorati, fatti di tessuti pregiati, per diventare simili ai principi delle corti regali. Le navi trasportano spezie e panni pregiati. Il loro commercio è fonte di ricchezza per i mercanti.
I centri urbani si trasformano e si abbelliscono di palazzi di marmo come l’antica Roma imperiale. Ogni popolo dell’Occidente ha la sua capitale che abbellisce con grandi cattedrali e palazzi comunali. I governanti non sono più i principi dei castelli ma i ricchi mercanti interessati a salvaguardare i loro commerci e a proteggere le città con mura merlate. Costantinopoli rappresenta il simbolo della città perfetta e il suo stile di vita è ritenuto degno di essere emulato dai nuovi Signori dei centri urbani. Il desiderio di vivere in una bella casa e di invitare tanti ospiti per manifestare l’opulenza raggiunta con il commercio dominano i pensieri dei mercanti ricchi. Le loro dimore, a più piani, sono sontuose e degne di ospitare anche un re con il suo seguito. I governanti, per acquisire il benessere dei loro popoli e mantenerli liberi, devono favorire e proteggere le attività commerciali e produttive.
L’imperatore di questa grande città non è in grado di assicurare la sopravvivenza dei suoi sudditi perché non favorisce le attività produttive e commerciali dei suoi abitanti. Il soffocamento delle imprese commerciali e la protezione dei monopoli imperiali non producono più la ricchezza necessaria a mantenere la capitale di un impero ma ottengono soltanto quanto basta per pagare un esercito mercenario”.
“Noto – dice la tessitrice di seta – che conosci anche l’arte del governare una grande città”.
“Le cause del malessere di questa città – incalza il remigio - sono oggetto di discussione tra di noi che veniamo da una città dove gli abitanti hanno scelto di essere liberi dal giogo degli invasori e di esercitare ciascuno la propria libertà di vivere secondo natura, nel rispetto della reciproca libertà di aspirare al massimo bene che è il bene comune di tutti. La costituzione delle sue libere istituzioni, sotto il patrocinio del basileus di Costantinopoli nella fase iniziale, il suo consolidamento nella Serenissima Repubblica, con il governo di tutti i responsabili dei suoi quartieri, nella fase di autonomia da ogni potestà imperiale, hanno reso ogni veneziano pronto a riconoscere qualsiasi ingiustizia sociale.
Non ti meravigliare della nostra cultura civica. I nostri padri ci hanno insegnato ad essere liberi e ad amare la nostra patria. Il suo territorio è difeso da tutti i cittadini che si riconoscono di essere uniti sotto il simbolo del Leone. La sua immagine mostra che i Veneziani sono protetti dalle sue ali perché adempiono quanto è scritto sul sacro testo sapienziale, ben stretto dai suoi potenti artigli. Lo stendardo della città è innalzato su ogni sua nave che percorre le rotte marine. Le sue leggi sono conosciute dai mercanti, dai marinai e da tutti i suoi cittadini.
Venezia prospera ed è potente perchè ognuno ha la libertà di espletare in pieno le proprie capacità individuali senza limitazioni. I suoi governanti sono saggi perchè sanno convogliare e indirizzare le aspirazioni dei singoli per costruire il benessere comune che deve riversarsi su tutti. La Serenissima si avvale dei consigli dei mercanti per promuovere ogni iniziativa commerciale. Ogni cittadino si industria ed escogita mille furbizie per far fruttare al meglio quello che già dispone. Chi ha qualche denaro lo investe in un’attività o in un servizio per farlo fruttare e reinvestire il guadagno in un’altra impresa sempre più lucrosa”.
“Mi hai convinto – esclama la donna – ed anch’io voglio far fruttare il mio capitale disponibile in questo laboratorio, attrezzature e capacità artigianali, con l’aiuto dei mercanti veneziani che conoscono le regole del commercio e della buona impresa”.
“Attendi un attimo – dice la tessitrice a Ponerina – e ti do subito il sale che mi hai chiesto. Nel frattempo dai un consiglio a Laimorosina per la scelta della collana più bella”.
La fanciulla si rivolge alla donna: “Vieni, siediti vicino a me su questo sgabello ed indicami la collana che più si addice al mio vestito e alla mia carnagione. Queste due sembrano fatte a posta per il mio collo. All’interno delle perline si vedono dei granelli d’oro che sembrano luccicare alla luce della lampada che pende dal soffitto. Se ti fa piacere guarda anche le altre che potrebbero andare bene per le tue figlie”.
“Se potessi – dice la donna – sceglierei due collane per le mie ragazze, ma sono ancora piccole e non hanno bisogno di esaltare quello che la natura ha già donato ai loro capelli e ai loro occhi. Appena guadagnerò qualche moneta d’oro con il mio laboratorio, provvederò ad ornare il loro collo con un bella collana di Murano”.
Trixobostrina torna con una ciotola coperta da un piccolo fazzoletto di seta e si rivolge alla sua vicina si casa: “Ecco il sale. Durante la cena puoi dire a Demetrio, tuo marito, tutto quello che hai sentito da questi due remigi veneziani. Sembra che la loro città sia ben governata e possa garantire anche per noi un futuro più prospero per i nostri figli. Potremmo anche pensare di andare ad abitare a Venezia dove gli artigiani si uniscono come fratelli e proteggono il loro lavoro con regole scritte e approvate dal Grande Consiglio dei mercanti”.

venerdì 12 novembre 2010

La campagna per il rispetto dei diritti umani

Vogliamo difendere il diritto di credere
di Antonio Mazzocchi
Sono trascorsi millenovecentosettantasette anni da quando un uomo che si professava figlio di Dio è stato crocifisso a Gerusalemme.
Da quel giorno in poi, milioni di cristiani sono stati perseguitati e massacrati.
Si pensava che l’avanzare della civiltà, l’affermazione dei diritti umani, la globalizzazione e il progresso, potessero tener lontano dalle pagine della cronaca le immagini degli orrori delle crudeltà del ‘900 e delle offese alla dignità umana in nome di una presunta superiorità.
Quegli orrori, quelle intolleranze, quelle violenze non sono poi così lontane perché oggi circa 200 milioni di cristiani nel mondo sono perseguitati e subiscono violenze di una crudeltà inaudita.
Per questo vogliamo che dall’Italia, culla della
cristianità, possa partire un’unica e grande voce che vada a far cessare ogni violenza e intolleranza. Se necessario alzeremo la voce proprio come deve fare un Occidente conscio del suo ruolo e che non è più disposto a ripetere l’errore del passato di restare in silenzio o voltarsi dall’altra parte.

CRISTIANOFOBIA: IL NUOVO STERMINIO
Le vicende degli ultimi anni in particolare in India, hanno portato alla ribalta della cronaca mondiale tanti singoli episodi di intolleranza religiosa che spesso e volentieri si tramutano in veri e propri stermini.
La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite ha coniato il termine ‘cristianofobia’ nel 2003 e lo ha associato ai concetti di islamofobia e di antisemitismo.
Secondo le stime dell’ONU sarebbero circa 200 milioni i cristiani nel mondo che stanno subendo
persecuzioni e violenze.
Dall’agosto del 2008 nell’Orissa, una zona dell’India, sta avvenendo un vero e proprio sterminio nei confronti dei cristiani. In meno di 6 mesi tra il 2007 e il 2008 vi sono state 93 vittime, la fuga di 50 mila profughi, alcuni dei quali una volta tornati a casa sono stati costretti alla conversione forzata all’induismo, la distruzione di 6500 case, 350 chiese e 45 scuole.
La barbarie della cristianofobia si manifesta anche in Nigeria dove a marzo di quest’anno circa 500 cristiani sono stati massacrati a colpi di macete da parte delle tribù nomadi musulmane.
Nel mondo di oggi e in particolare nel Vicino e Medio Oriente le religioni minoritarie rischiano l’estinzione.
In Libano i cristiani di tutte le confessioni stanno fuggendo in massa da un paese martoriato dagli attentati e da una permanente insicurezza.
In Egitto i copti che rappresentano il 10% della popolazione subiscono discriminazioni, minacce, aggressioni collettive e negli ultimi tre anni solo nella diocesi di Hagaza hanno subito tre incendi.
In Iran i seguaci della fede bahà’ì sono perseguitati, imprigionati e assassinati.
In Palestina gli arabi cristiani, che pure costituiscono parte integrante del popolo palestinese, sono oggi vittime dell’ostracismo e delle minacce dei fondamentalisti.
Più vicino a noi in Algeria, i cristiani sono costretti a subire discriminazioni inaccettabili.
La situazione più drammatica è quella dell’Iraq, dove i cristiani sono vittime di estorsioni, rapimenti, torture e omicidi. Le chiese sono incendiate; molti sacerdoti, e recentemente persino il vescovo caldeo di Mossul, Monsignor Paulos Faraj Rahho, sono stati assassinati. La comunità cristiana, che prima della guerra era costituita da oltre un milione di persone, è ridotta a meno della metà.
Queste minoranze religiose non sono delle intruse né nel Vicino né nel Medio Oriente.
La maggior parte di loro è presente in quei luoghi da 2000 anni. Sono a casa propria, eppure viene loro contestato il diritto di rimanerci.
Cristiani, musulmani, ebrei o agnostici, non possiamo restare insensibili alle sofferenze di intere popolazioni perseguitate per le loro credenze religiose.
Non possiamo più accettare l’idea di un’uniformizzazione forzata della regione culla di alcune tra le più grandi religioni dell’umanità. E nemmeno possiamo osservare senza preoccupazione il fossato che si sta creando tra un Occidente in cui il pluralismo religioso è un fatto acquisito e un Oriente dove puntualmente vengono violati i più basilari diritti umani.
Per questo chiediamo al Governo di sensibilizzare attraverso il Ministero degli Esteri le ambasciate estere dei paesi interessati da questi fenomeni drammatici, al fine di una maggiore collaborazione volta alla cessazione di questi stermini di carattere religioso.
Solo il rispetto della libertà di religione e dei diritti umani, possono essere la premessa fondamentale per l’affermazione dei valori della pace e della civile convivenza tra i popoli.


COME ADERIRE ALLA CAMPAGNA
Vogliamo creare una vera mobilitazione nazionale e fare in modo che dagli 8100 comuni d’Italia, passando per le regioni e le province, si possa approvare la stessa identica mozione per sensibilizzare le ambasciate estere dei paesi interessati a far cessare ogni violenza nei confronti delle minoranze religiose.
Solo il rispetto della libertà di religione e dei diritti umani, possono essere la premessa fondamentale per l’affermazione dei valori della pace e della civile convivenza tra i popoli.

COSA SI PUÒ FARE CONCRETAMENTE
Ogni rappresentante politico può entrare nel sito http://www.cristianoriformisti.it/ dove troverà un fac simile della mozione da presentare nel proprio ente locale.
Ogni cittadino italiano, può chiedere al suo consigliere comunale di riferimento di presentare e discutere questa mozione in un consiglio aperto che veda anche il contributo di esperti del settore e la partecipazione attiva di tutta la cittadinanza.
Sottoscrivere e diffondere la raccolta firme presente sul sito http://www.cristianoriformisti.it/ seguendo tutte le iscrizioni presenti.

martedì 26 ottobre 2010

MERCANTI VENEZIANI A COSTANTINOPOLI Cap. XXII

La disputa
Un canto liturgico, sostenuto dal suono del grande organo, invoglia i fedeli del Cristo Pantocratore ad elevare la loro preghiera durante il sacro rito.
Basilio, ieromonaco che presiede la cerimonia religiosa, innalza gli occhi e, fiducioso, fissa lo sguardo su Colui che perdona e conduce il popolo dei redenti al raggiungimento del premio, promesso con l’amore ai poveri e ai bisognosi.
La basilissa madre, Elena Dragas, attorniata dalle donne della corte, implora il perdono per i suoi peccati e la guarigione del basileus. La consorte dell’imperatore guarda dalla galleria superiore del matroneo tutti i suoi sudditi radunati in preghiera nella chiesa. La malattia del marito e le sorti dell’impero destano preoccupazione nell’animo della fedele sposa che intende trovare una soluzione alla vendetta del sultano, provocata dall’arroganza di Manuele II e di suo figlio che ostacolano il consolidamento del suo dominio nei Balcani.
I giovani Paleologi sono pronti a difendere l’Impero romano d’Oriente e a combattere l’invadenza degli Ottomani. I consigli del vecchio imperatore sono scolpiti nell’animo della basilissa che non vuole l’ingerenza del papa per evitare ulteriori pene alla città. Il Grande Emiro di Adrianopoli teme i pericoli che possono derivare al suo dominio dalla costituzione di un esercito di crociati.
Gli aristocratici e il popolo dei credenti ricevono, contriti e fiduciosi, la benedizione dell’officiante per la prosperità delle loro famiglie, in un’atmosfera odorosa di incenso. La fede nel perdono del Pantokratore e la sicurezza del sostegno divino alla città, assediata dai Turchi, destano una speranza di salvezza nei cuori e nelle menti di coloro che vogliono una città prospera e accogliente, per tutti i mercanti e i fedeli che venerano le sacre reliquie, racchiuse negli altari delle chiese.
Tra gli arconti, sotto la grande cupola del tempio, si distingue, per le vesti sontuose e per il fiero portamento, il ricco Oikantropos, sostenitore delle opere caritatevoli dei monaci e finanziatore da molti anni della manutenzione ordinaria del sacro luogo. L’aristocratico è anche promotore degli arricchimenti architettonici di tutto il complesso monastico che comprende anche l’attigua chiesa della Vergine Misericordiosa.
La presenza del ricco mecenate è frequente nel tempio del Pantocratore e richiama gli uomini più eminenti della città che non condividono le azioni radicali del coimperatore. Giovanni VIII Paleologo irrita il sultano con il suo sostegno agli intrighi delle fazioni ottomane che mirano a detronizzare il legittimo erede del defunto Mehmet I.
I chiostri e i giardini del monastero rendono possibile ai nobili moderati, responsabili delle magistrature e delle attività produttive della città, di scambiare le proprie opinioni, lontano dai luoghi affollati e controllati dagli agenti del Prefetto. I monaci più illustri, per sapienza o per l’appartenenza alle famiglie aristocratiche, partecipano alle discussioni degli arconti e dei loro amici, banchieri e notai preposti alle contrattazioni dei monopoli imperiali.
La condivisione della fede e il desiderio di una nuova prosperità portano gli spiriti più generosi degli antiunionisti a incontrarsi, sotto la protezione della stessa basilissa, per influenzare le decisioni dei logoteti dell’amministrazione imperiale delle Blacherne.
L’avversione alle premure del papa Martino V, per l’unione di tutte le chiese sotto il primato spirituale del successore dell’apostolo Pietro, è alimentata dalle aspirazioni dei grandi prelati di conservare la loro indipendenza dal Vescovo dell’antica Roma e di mantenere l’autonomia del Patriarca di Costantinopoli su tutto l’Oriente.
I nobili cortigiani della reggia, detentori di monopoli e incarchi amministrativi, consigliano al giovane basileus di mantenere un continuo stato di guerra nei confronti degli Ottomani e di rivolgersi ai principi dell’Occidente, fedeli all’autorità del papa. I fautori dell’unione con i Latini nutrono sospetti nei confronti degli emiri turchi che non mantengono i patti e desiderano impossessarsi della città. I Paleologi hanno rischiato più volte di perdere il loro impero di fronte alle bramosie dei sultani che, manifestando la loro subdola accoglienza ai vassalli cristiani, hanno spesso teso tranelli insidiosi allo stesso Manuele II.
Bisanzio è la sede millenaria della potestà di Roma imperiale, dominatrice di tutti i popoli del Mediterraneo. Il suo governatore è il basileus per volontà divina e detiene l' imperium su tutti i popoli dell’Oriente e dell’Occidente.
Il Grande Emiro degli Ottomani è diventato il signore di tutte le regioni dell’Impero romano d’Oriente e vuole diventare anche padrone di Costantinopoli, per essere riconosciuto imperatore non solo per forza delle armi ma anche per un diritto la cui sacralità è accettata da tutti i credenti.
I monaci condividono le ansie della basilissa e i desideri dei nobili spiriti degli uomini moderati che cercano di trovare un rimedio per eliminare il grave inconveniente dell’assedio dei Turchi. Religiosi pacifici e laici, desiderosi di vivere una condizione di tranquillità pubblica, si riuniscono fiduciosi negli ambienti del complesso del Pantocratore.
I discendenti delle famiglie di lingua greca, che hanno sempre beneficiato delle elargizioni e concessioni del basileus, vogliono ripristinare la prosperità dei loro padri. La loro città, dilaniata da guerre civili e asservita alla volontà dei mercanti stranieri, è ancora considerata la sede terrena della potestà divina che concede all’autocrate il potere di governare il popolo dei credenti.
I Turchi hanno occupato con la forza le terre dell’impero e il loro sultano vuole asservire l’imperatore per ottenere le sue prerogative imperiali. Il capo di tutte le tribù ottomane si fa già chiamare sultano dei Romei perché si è impadronito dell’Anatolia e di gran parte dei Balcani. Il suo sogno è quello di governare Bisanzio, agognata da tutti i seguaci del Profeta. La città eterna è considerata il luogo che racchiude tute le meraviglie della Terra, per l’abbondanza delle sue ricchezze e per il godimento di ogni delizia del corpo e dello spirito, come un anticipo del Paradiso, promesso a tutti i credenti.
Oikantropos, seguito dagli arconti Teodoro e Demetrio, dopo il sacro rito, celebrato dal responsabile del complesso monastico, si reca nel grande giardino del chiostro centrale per incontrare la basilissa che ama intrattenersi con i monaci coltivatori di fiori e piante ornamentali. I grandi ulivi, colpiti dai tenui raggi del sole, accolgono Elena Dragas e le sue donne di corte. Il luogo consente di conversare con tranquillità camminando per i vialetti di piante odorose e ascoltando l’armonioso suono del grande organo della chiesa.
L’incontro discreto tra la madre del coimperatore e i nobili antiunionisti è patrocinato dal dotto ieromonaco Basilio che agevola la conversazione tra le donne e i rappresentanti del senato. La grande fontana, posta al centro del chiostro, distribuisce l'acqua che scorre gorgogliando nei rivoli del giardino.
Il responsabile del monastero elogia le premure dell’imperatore Manuele II per l’arricchimento delle cappelle imperiali, incluse nel complesso del Pantokratore, e gli ori che esaltano la bellezza e la sacralità delle due chiese del monastero.
La basilissa esprime il suo dispiacere per l’assenza del consorte che da alcuni mesi è ammalato nel monastero della Vergine Ammirabile e non può più accompagnarla per le sue devozioni settimanali.
Basilio ricorda all’imperatrice che il basileus è sempre ricordato in tutte le Messe che si celebrano nel sacro luogo e una preghiera per la sua guarigione si eleva ogni giorno tra il profumo dell’incenso e i canti liturgici dei religiosi.
“Tutto il popolo – esclama Oikantropos con gli occhi pieni di lacrime – prega per la salute dell’imperatore che ha speso tutta la sua vita per la salvezza dell’Impero romano d’Oriente. La sua prudenza nei confronti degli Ottomani è d’esempio per tutti noi e sempre ricordiamo la sua amicizia con Mehmet I, padre dell’attuale sultano che ha scatenato i suoi guerrieri all’assalto delle mura della città per le simpatie dei Paleologi nei confronti dei suoi rivali nel sultanato di Adrianopoli”.
“Occorre essere prudenti - sostiene la basilissa – per frenare le ire di Murad II e nel contempo indurlo a riconoscere il ruolo di mio figlio quale basileus designato alla successione di Manuele II. Il mio consorte è infermo e non è più in grado di difendere con la la spada le mura della città. Giovanni ha dimostrato in più occasioni le sue capacità di comando, nel consolidamento dell’Impero nel Peloponneso, e di sagace scelta di amici tra coloro che possono frenare le mire egemoniche del sultano”.
“Il sultano possiede un esercito – afferma il capo dei senatori moderati – che ha conquistato gran parte dell’Anatolia e le regioni dei Serbi. I suoi guerrieri sono motivati e ben pagati. I pascià turchi lottano per ottenere dal loro signore la giusta ricompensa che spetta ai servitori fedeli e capaci. Il Grande Emiro punisce con la morte i generali che non portano a compimento la loro missione. Il nostro coimperatore non possiede il denaro necessario a pagare un esercito in grado di opporsi agli Ottomani. Gli emiri turchi, pretendenti al trono imperiale di Adrianopoli, coinvolgono i principi Paleologi, provocando ulteriori danni alla città”.
“L’assedio della città – sostiene Basilio – è scaturito da una provocazione al legittimo erede di Mehmet I. Il kadì mi ha riferito che una sottomissione spontanea del nostro coimperatore al potere del sultano potrebbe mitigare la sua ira. Occorrerebbe innanzitutto allontanare dalla città il giovane principe turco che vuole detronizzarlo. I suoi seguaci sono una minaccia per Murad II che rivendica il suo diritto di successione, già approvato da tutti i capi tribù ottomani”.
“Giovanni – sostiene la madre – non oltraggia il sultano con l’invito a corte di un guerriero turco che è entrato in città con grande sfarzo e desideroso di spendere il suo ingente patrimonio. Tutti i grandi mercanti sono soliti farsi invitare ai ricevimenti imperiali per avvicinare gli arconti detentori dei monopoli imperiali. Gli acquisti e l’uscita dei grossi quantitativi di mercanzie dai nostri porti sono soggetti al controllo e al pagamento delle imposte”.
“L’ultimo assedio turco – sostiene Oikantropos – è stato causato dalla scelta del basileus di sostenere, per la successione ottomana, il fratello del defunto sultano e non il legittimo erede”.
“Il comportamento dei Paleologi – afferma Elena - è stato determinato da accordi che prevedevano la restituzione dei territori occidentali che si affacciano sugli stretti che collegano il Ponto Eusino al Mar Egeo, compreso il porto di Gallipoli. Il pretendente Mustafà aveva un grande seguito di guerrieri e ingenti risorse in Tracia e nei Balcani. La sua ascesa al trono sembrava certa e vantaggiosa per la città.
Costantino aveva scelto Bisanzio per governare i territori che si estendono ad Est e ad Ovest della Propontide. I Turchi hanno occupato l’Asia Minore e ora tendono a consolidare il loro dominio anche in Grecia e nei territori degli Slavi. La sottomissione di tutte le terre conquistate al sultano di Adrianopoli soffoca la nostra città e impedisce al basileus di imporre il suo imperium su tutti i popoli dell’Ecumene cristiano.
Il comportamento di mio figlio ha lo scopo di contrastare con ogni mezzo la realizzazione di un impero degli Ottomani sotto un unico sultano, padrone di tutto e di tutti, in grado di asservire ogni uomo o donna, cancellando ogni moralità e qualsiasi aspirazione di libertà”.
“Il nostro imperatore Manuele – sostiene Basilio – ha sempre accolto nella sua città i Turchi che volevano commerciare e consente a tutti i residenti della loro colonia di usufruire delle stesse leggi che governano il popolo della Santa Sapienza.
I credenti del Profeta Maometto hanno la possibilità di vivere in pace e di frequentare la loro moschea, sicuri di essere governati da un vero padre che provvede con saggezza e lungimiranza al buon vivere di tutti i residenti secondo le loro usanze.
Il kadì del sultano nutre sentimenti di amicizia fraterna nei confronti di tutti noi e dimostra di esercitare con viva ammirazione la sua virtù di carità nei confronti degli ammalati. I monaci rimangono meravigliati nel constatare una somiglianza sorprendente tra i comportamenti dei musulmani, che donano le loro sostanze ai poveri in obbedienza alla sacra scrittura del Corano, e l’operato di quelli che seguono La Parola del Figlio della Vergine”.
“Il diritto romano – afferma Elena - è sempre applicato con imparzialità secondo norme consolidate e corroborate dai pricìpi delle sacre scritture che ci sono stati tramandati dai Padri della Chiesa. L’applicazione della giustizia da parte del basileus per tutti coloro che riconoscono la sua potestà imperiale si tramanda nei secoli ed è conosciuta da tutti i mercanti che solcano le acque del Mediterraneo.
I Turchi residenti rispettano le leggi e pagano le tasse. Le norme del Prefetto tutelano i loro interessi anche nei confronti dei logoteti e dei lori ufficiali che amministrano la città. Il comportamento degli uomini con il turbante è esemplare e suscita curiosità, perché investono grandi somme di denaro negli acquisti e nelle esportazioni delle materie prime, indispensabili per le costruzioni dei palazzi che si stanno costruendo nei territori conquistati dall’esercito del sultano.
Il porto del Corno d’Oro è pieno di imbarcazioni turche che caricano ed esportano in Asia Minore argento e stoffe dell’Occidente importate dai mercanti veneziani e genovesi. Gli Ottomani della colonia del Kadì vengono accolti con rispetto dagli artigiani della Mesè perché ordinano indumenti, calzari e monili per le loro donne. Il lusso degli abiti e degli ornamenti dei turchi supera quello dei nostri cortigiani.
Gli edifici pubblici delle piazze vengono riparati con il denaro dei nuovi mecenati che usano coprirsi il capo con vistosi turbanti colorati. La loro riconoscenza ingenera nel popolo pensieri e discorsi pubblici che riconoscono la munificenza dei musulmani. I beneficiati si sentono obbligati a riconoscere le buone intenzioni del kadì e dei suoi amministrati. Il sultano trova nei loro animi un giustificazione che scardina l’autorità del coimperatore".
“Sono d’accordo – dice Oikantropos – e sono onorato di elogiare le giuste leggi di Manuele II per la colonia turca. Gli Ottomani, insediatasi per volontà del loro sultano, hanno imparato l’arte del commercio e si sostituiscono agli arabi nelle intermediazioni locali. La loro amicizia ci è indispensabile per mantenere i contatti con tutte le città conquistate.
La città di Gallipoli sull’Ellesponto, utilizza i nostri maestri d’ascia per la costruzione di navi turche, utilizzate per il combattimento e per il piccolo commercio. I capitani delle imbarcazioni, convertiti alla Parola del Corano, sono abitanti delle città costiere dell’Asia Minore che un tempo pagavano il tributo ai nostri arconti. Il Ponto Eusino e il mare Egeo vede solcare navi con gli stendardi degli emiri che sostengono il sultano.
La nostra città non gode più dell’antica prosperità perché il commercio è nelle mani dei mercanti stranieri: Veneziani, Genovesi, Catalani e Turchi. Le famiglie ricche della colonia del kadì affidano il loro denaro ai banchieri delle Blacherne per ottenere lettere di cambio e crediti nei porti del Mediterraneo e nelle città dell’Asia e dell’Africa.
I banchieri veneziani e genovesi dispongono di ingenti fortune per arricchire le città dell’Occidente. I loro investimenti sono sempre finalizzati a crescere il loro profitto. Soltanto una minima parte dei guadagni si riversa sulle famiglie che custodiscono le tradizioni e la lingua antica dei greci.
I Turchi del kadì considerano Costantinopoli come la loro città ed elargiscono con generosità le proprie ricchezze per mantenere il decoro delle vie del loro quartiere. I popolani danno ascolto a coloro che elogiano il Grande Emiro e fanno cadere le colpe dell’indigenza sui logoteti delle Blacherne e sui figli del basileus che hanno scelto le spose occidentali per compiacere al Vescovo di Roma che vuole l’unione di tutte le chiese”.
“Costantinopoli – dice la basilissa - è diventata un’isola, circondata da guerrieri turchi assetati di bottino. Gli approvvigionamenti per la sopravvivenza del popolo giungono soltanto con galee in grado di sconfiggere i predoni del mare. I pascià di Murad II desiderano solo dimostrare di essere in grado di distruggere gli edifici pubblici e le abitazioni della Tracia per essere gratificati dal sultano.
Nei territori conquistati, le grandi chiese vengono trasformate in luoghi di culto per i seguaci del Profeta e i convertiti sono premiati con detassazioni e incarichi governativi. I conventi e la Grande Chiesa del nostro Patriarca non ricevono più i redditi fondiari delle tenute imperiali, assegnate alla Chiese dal basileus, indispensabili per il mantenimento degli uomini e donne che hanno consacrato la loro vita al servizio delle chiese e alle opere di pietà.
I maschi delle nobili famiglie, plagiati con promesse e prospettive di ricchezze e onori, sono invogliati a servire il capo degli Ottomani nelle sue milizie scelte, per difendere da vicino la sua persona. La loro educazione viene trasfigurata per il conseguimento di un nuovo Paradiso, come premio alla loro completa dedizione al combattimento e alla morte eroica sui campi di battaglia.
Ho consigliato al coimperatore di chiedere aiuto ai regnanti dell’Occidente interessati ad allontanare i Turchi dai confini delle loro terre. Si tratta di sconfiggere l’esercito di Murad II, intento a consolidare il suo dominio sulla sponda occidentale del Ponto Eusino, e costringerlo a ritornare nell’Asia Minore.
I principi tedeschi e ungheresi dispongono di eserciti ben armati e addestrati alla guerra in grado di tener testa al Gran Turco, invasore dei territori serbi.
I popoli della Germania, della Polonia e della Lituania hanno la nostra stessa fede e sono ben lieti di respingere i guerrieri ottomani che, dopo aver sconfitto i cavalieri serbi, hanno distrutto chiese e conventi che adottavano il rito della Grande Chiesa del nostro Patriarca.
Le regioni danubiane meridionali sono costantemente devastate dalle scorribande dei predoni che utilizzano gli stendardi del nuovo sultano per compiacere ai suoi pascià.
Il papa Martino V sollecita i principi cristiani dei Balcani a unirsi per una grande crociata contro il sultano”.
“I ricchi mercanti della colonia del Kadì sono invitati nelle case degli aristocratici – sostiene il senatore – ed elogiano le imprese del loro sultano. I commensali ascoltano ed esprimono le loro preoccupazioni per l’invadenza degli stranieri dell’Occidente che si arricchiscono sfruttando la loro città e impedendo aigli abitanti di lingua greca di ottenere i benefici che ottengono i veneziani e i genovesi.
Gli ospiti col turbante dicono di essere diventati sudditi del basileus, residenti stabili del quartiere musulmano e che Costantinopoli è ormai al secondo posto nel loro cuore e nella loro mente, dopo la fedeltà alla Parola del Corano. Gli stranieri per loro sono tutti coloro che trasferiscono i loro guadagni nelle città dell’Occidente”.
“I mercanti veneziani – sostiene Elena - hanno già una patria d’origine e legami molto forti con i familiari e i parenti che manifestano la loro ricchezza nella costruzione di sontuosi palazzi e nell’edificazione di chiese monumentali in marmi pregiati e pietre della Dalmazia. Le loro preferenze sono giustificate per un amore che ha radici profonde e usanze che noi abbiamo sempre rispettato perché consoni al nostro modo di vivere secondo principi e virtù ispirati dal diritto dell’antica Roma e dalla Parola della Santa Sapienza.
La Serenissima Repubblica di San Marco ha scelto la nostra città per l'importanza del mercato in cui confluiscono le merci più preziose. Il basileus garantisce giuste leggi ed offre privilegi ai Veneziani che danno sicurezza alla città con le loro galee armate. I traffici commerciali nel Mediterraneo sono garantiti dalla loro supremazia sui mari. I loro banchieri sostengono le finanze dell’amministrazione delle Blacherne, per il mantenimento dei mercenari necessari a custodire i bastioni e a sorvegliere le mura, per impedire il tracollo del più grande emporio della Terra, regolamentato da norme certe e riconosciute da tutti i popoli.
L’investimento veneziano è indispensabile per questa città, perché i ducati aurei e d’argento con l’effigie di San Marco sono riconosciuti e apprezzati da tutti i mercanti dell’Oriente. Costantinopoli vive grazie agli interessi dei senatori veneziani che sanno reinvestire con profitto i guadagni del commercio. Le loro galee, ben armate ed equipaggiate, garantiscono la navigazione attraverso gli stretti dell’Ellesponto e del Bosforo.
Venezia ci sostiene con il denaro e con il dominio dei mari".
"Il sultano ha un esercito ben armato - dice Oikantropos - e i suoi pascià vincono in tutti i territori dei Balcani".
"Murad II è gonfio di superbia - sostiene la basilissa - e bisogna sconfigge il suo esercito. I regnanti dell'Occidente hanno la possibilità di resistere al Turco invasore. Giovanni è pronto per un viaggio nei loro regni e spingerli a lottare per la nostra città”.
“I sovrani latini e i principi tedeschi – sostiene l’arconte – sono già venuti in soccorso di Costantinopoli. Venezia è diventata ricca e potente per aver aiutato il figlio del basileus a rimettere sul trono il proprio genitore Isacco, detronizzato dal fratello. La crociata dei Franchi si è trasformata in una orrenda tragedia per i fedeli della Santa Sapienza che hanno visto i propri fratelli cristiani lordare di sangue i sacri altari e con mani sacrileghe portare via i calici del sacrificio divino. Gli ornamenti preziosi dei templi sono stati portati via e spartiti tra i crociati.
Un risentimento profondo e insanabile si tramanda tra le nostre generazioni e un’incomprensione perenne si è stabilita tra le chiese dell’Occidente e dell’Oriente. C’è disunione perché c’è diffidenza tra noi e coloro che seguono i riti dei Latini. I Grandi Prelati dell’Occidente, appartenenti a nobili casati, si sono serviti dell’opera sacrilega dei crociati e hanno occupato le cattedre dei nostri vescovi. Il rito della Grande Chiesa di Costantinopoli, sede del Patriarca del basileus, è passato in secondo ordine nelle chiese delle città dell’Impero romano d’Oriente, perché i nuovi titolari hanno imposto le usanze dei loro segni sacramentali. Le rendite fondiarie delle sedi episcopali sono state acquisite dai nuovi beneficiari latini. La nostra gente non ha ricevuto più i sussidi ecclesiastici, necessari per le case di degenza e per gli orfanatrofi.
Come si può credere a coloro che dicono di credere nel segno della pace se non rispettano i sacri riti dei nostri altari?
Come possiamo appartenere ad una sola Chiesa se i Latini non riconoscono che c’è un solo Pane Divino che deve essere condiviso e distribuito per essere mangiato? Si tratta dell’unico pane offerto in memoria del sacrificio del Figlio della Vergine”.
“La disputa dei vescovi – dice Elena Dragas – per divergenza di opinioni sulle diverse terminogie che esprimono l’unico amore che tiene unito tutto il genere umano finirà, quando i Padri Conciliari saranno illuminati dallo Spirito che ci è stato rivelato dalla Santa Sapienza. Quel giorno verrà, quando tutti gli uomini deporranno le armi e riconosceranno che c’è un solo basileus per l’Ecumene, come c’è un unico Spirito del Pantokratore.
La famiglia dei Porfirogeniti ha ormai ripristinato il rito del nostro Patriarca in tutte le chiese che riconoscono la sua autorità. Il basileus dei Paleologhi è garante del rito di Santa Sofia e patrocina le opere caritatevoli affidate ai vescovi e ai loro prelati.
La famiglia dei Paleologhi detiene i titoli divini per mantenere l’Impero romano d’Oriente, dopo l’occupazione latina. Il suo riconoscimento è stato rispettato da Tamerlano che ha imposto una dura sconfitta agli Ottomani. Lo stesso sultano Solimano ha riconosciuto l’amicizia di mio marito per il sostegno dato alla sua supremazia sugli Ottomani.
Il viaggio di Manuele II in Occidente sta ancora dando i suoi frutti per l’affermazione della potestà del basileus e la sua capacità di mediare l’intervento dei principi latini, senza la compromissione dell’autorità del nostro Patriarca.
Il papa Martino V ha voluto consolidare l’imperium dei Paleologhi tramite i contratti matrimoniali tra i miei figli e le nobildonne delle casate italiane, sostenitrici dell’alto patrocinio del Vescovo di Roma. Il Patriarca dei Latini è consapevole dell’importanza della potestà imperiale dell’Ecumene cristiano e ritiene che la questione delle cattedre episcopali debba essere risolta con un grande concilio in cui possano essere eliminati i dubbi sulle terminologie attinenti alla fede di tutta la cristianità”.
“Il nocciolo della questione – sostiene Oikantropos - è quello di ridare slancio al mercato di Costantinopoli e salvare la nostra città dalla bramosia del sultano. Il nostro popolo teme le ingerenze dei principi dell’Occidente e la ripetizione di una nuova catastrofe ad opera dei crociati.
Le finalità di Martino V di salvare l’imperium dei paleologhi con il coinvolgimento delle nobili famiglie italiane sono condivisibili e apprezzate dal nostro Patriarca Giuseppe che non teme il ritorno dei vescovi latini sulle cattedre dei suoi vescovi. La sua giurisdizione è ben solida e patrocinata dallo stesso Manuele II.
Il basileus ha più volte rimandato la convocazione di un grande concilio, voluto dal papa, per la chiarificazione delle parole espresse dai Padri della Chiesa. Manuele è preoccupato perché teme che la presenza dei vescovi latini possa scatenare l’avversione dei suoi sudditi di lingua greca ai loro riti, imposti ai credenti dagli ecclesiatici dell’Occidente.
I monaci raccontano e tramandano il saccheggio dei Veneziani durante la IV Crociata: gli arredi sacri dei Santi Apostoli e del Pantokratore asportati e svenduti al miglior offerente. Le stanze conventuali occupate per amministrare l’immenso tesoro accumulato con le razzie nelle chiese e nelle case dei fratelli cristiani. I confratelli impauriti e costretti ad abbandonare l’edificio che li ospitava.
Il coimperatore Giovanni è stato messo in guardia da suo padre del pericolo che incombe sui possedimenti dei conventi e sulle rendite fondiarie dei vescovi. Le assicurazioni e la determinatezza dell’attuale Patriarca, favorevole a un concilio da tenersi a Costantinopoli, non convincono gli arconti che non sono dispoti a sostenere le spese per il mantenimento degli inviati occidentali in un momento di crisi e di assedio della città”.
“Le nefandezze compiute dagli Occidendali a danno di Costantinopoli - sostiene Elena - non potranno più essere ripetute perché i Paleologhi hanno sposato nobildonne latine. I contatti matrimoniali prevedono il reciproco soccorso in caso di guerra o di minacce alla città. Il papa e i regnanti garantiscono i trattati e il dominium dei Paleologhi.
Le paure dei religiosi e dei fedeli hanno radici profonde e si basano su tradizioni propagandate dai monaci che vogliono mantenere la loro autonomia. L’avversione al Patriarca di Roma non ha alcun senso. Gli ambasciatori di Martino V dicono che il papa si preocupa della fede cristiana che, avvalendosi del diritto romano, indica ai popoli la vera via della pace e della convivenza pacifica sotto la potestà imperiale del basileus.
Il Patriarca di Roma intende eliminare le separazioni religiose tra Occidente e Oriente per costituire un vero baluardo all’invadenza dei Turchi che riducono in schiavitù i fedeli e cancellano le antiche tradizioni della fede dei nostri Padri. Il nostro credo religioso sostiene le virtù dei popoli, esalta i loro valori nazionali ed evidenzia le caratteristiche peculiari delle famiglie sostenendo la libertà dei loro componenti.
Il sultano brama il potere e vuole asservire gli animi per costituire un grande impero turco con un nuovo diritto non rispondente alla libera volontà di uomini e donne che condividono gli stessi principi di vita.
L’Impero romano d’Oriente vive da più di mille anni perché tutte le nazioni si sentono partecipi di un’unica fede e di un solo diritto garantito dal basileus.
Costantinoli si erge sicura sulle sue fondamenta millenarie consolidate dalla potestà imperiale e dall’autorità della Chiesa che proclama la gloria della Santa Sapienza”.
“Io professo la tua stessa fede – dice l’arconte – e tante famiglie nobili condividono le tue preoccupazioni. Gli accordi di Martino V e di Manuele favoriscono l’unione dei principi occidentali per sostenere la difesa di Costantinopoli dalle mire dei Turchi. Tutte le azioni, intraprese fino ad oggi dai principi cristiani contro gli Ottomani, non hanno sortito alcun effetto sugli abitanti di questa città.
Il mercato continua ad essere gestito dai Veneziani e chi vuole accingersi a qualche impresa commerciale deve rivolgersi ai loro banchieri per ottenere lettere di credito e imbarcarsi sulle loro galee.
Le famiglie in grado di sostenere lo sfarzo dei mercanti stranieri e mantenere con decoro le proprie abitazioni sono soltanto quelle che gestiscono i monopoli imperiali.
I Paleologi concedono il monopolio delle tasse e delle gabelle soltanto agli aristocratici appartenenti alle discendenze di Porfirogeniti o a nobili arconti che hanno sposato cugine dell’imperatore. La vecchia nobiltà delle provincie dell’Impero romano d’Oriente sopravvive con i lasciti fondiari degli avi che avevano acquistato case e magazzini a ridosso dei porti della città e vicino alla Grande Chiesa.
La nostra città ha resistito agli assalti dei barbari, degli Arabi, dei Latini e dei Turchi ma non riesce più a gestire in modo autonomo il proprio mercato. Gli stranieri si son impadroniti della vera ricchezza della nostra città, gestiscono ogni attività commerciale e bloccano le nostre manifatture, imponendoci prodotti artigianali già confezionati.
Anche la seta e la porpora viene importata dalle città dell’Occidente che utilizzano la loro manodopera. I mercanti lombardi e toscani finanziano gli opifici dei centri urbani e attirano i contadini per confezionare pezze di tessuti pregiati. La coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta non sono più un nostro segreto ma si sono diffusi in tutto il territorio degli Italiani.
L’industria della seta, patrocinata dalla famiglia imperiale e sottoposta alle rigide regole del Prefetto, non consente più alla corte di ricavare i fondi necessari al suo sostentamento. Gli artigiani sono stati inviati alle loro dimore con vaghe promesse. Le tessitrici autonome non riescono a muovere i loro telai domestici perché non hanno più la materia prima per ordire le stoffe pregiate.
Il rifornimento delle materie necessarie agli opifici è gestito dai mercanti veneziani che preferiscono importare capi di vestiario già confezionato. Il mercato della seta grezza, del lino e della lana è controllato dai banchieri che concedono le loro lettere di cambio per il trasferimento della materia prima in altre città per ottenere ulteriori guadagni con il trasporto e lo smercio in paesi dove la mano d’opera è più a buon mercato.
La nostra città è luogo di arricchimento per gli stranieri che ottengono privilegi imperiali e non riesce ad elevare il tenore di vita delle famiglie di lingua greca.
Tra gli aristocratici del senato imperiale si parla dei buoni rapporti che si instaurano tra i turchi residenti e i nostri intermediari commerciali che facilitano le compravendite sulle rive del Corno d’Oro. Tutti vorrebbero il ripristino degli antichi traffici tra la nostra città e le regioni dell’Asia con imbarcazioni costruite nei nostri porti con il genio dei nostri costruttori.
Costantinopoli potrebbe essere legata al potere del sultano con una dichiarazione di vassallaggio del nostro basileus e una intermediazione veneziana che garantirebbe il libero traffico commerciale attraverso l’Ellesponto e il Bosforo. L’offerta di un contributo annuo alla corte di Adianopoli e la resa di onori alla gloria del Grande Emiro degli Ottomani potrebbero mantenere l’autonomia della città che è ormai un’isola all’interno dell’impero turco. La nostra fede potrebbe essere salvaguardata con la vigilanza del Patriarca, sotto l’alto patrocinio della potestà dei Paleologi.
Manuele II e suo padre hanno già sperimentato il riconoscimento della forza ottomana con il versamento di un tributo. Il sultano Murad I, figlio di Elena Cantacuzena e del Grande Emiro ottomano, dopo aver conquistato i Balcani, consentì al basileus Giovanni V e suo figlio di governare con il pagamento di un tributo”.
“Murad II – dice la basilissa – non è figlio di una principessa di Bisanzio. Il suo cuore è pieno di odio nei confronti di mio figlio Giovanni che sostiene un altro pretendente al trono ottomano di Adrianopoli. Il Turco vuole perseguire le mire egemoniche di suo padre e di suo nonno con l’annessione dei Balcani. Costantinopoli è ormai diventata come Filadelfia. La città dell’Anatolia era rimasta l’unico baluardo di Bisanzio e il sultano costrinse mio marito Manuele ad affiancarsi alle sue schiere contro i suoi stessi sudditi per consegnarli come schiavi. Lo stesso accadrà per questa città, rimasta ormai ultimo baluardo imprendibile. Il capo degli Ottomani vuole la consegna della città per perseguire la sua avanzata inarrestabile verso i regni degli Ungheresi e dei Tedeschi.
I Serbi hanno già dimostrato il loro valore e continueranno a combattere per difendere i valori comuni a tutta la cristianità dell’Occidente. L’autonomia delle nazionalità dei Balcani è in pericolo e con essa il nostro stesso credo nella Santa Sapienza. Il segno di Costantino e le sacre icone sono pronte per essere innalzate sui bastioni della nostra città.
Il compito di mio figlio è quello di continuare a perseguire l’intento di distogliere il sultano dal suo grande progetto di costituire un grande impero ottomano dall’Est all’Ovest.
La ricerca di regnanti cristiani, minacciati dalle schiere ben armate dei pascià ottomani, è al primo posto nei pensieri del coimperatore, come fu per suo nonno e come è stato per il basileus. L'ascesa al trono di un nuovo sultano è sempre ostacolata dai capi tribù più influenti, gelosi di un rivale prescelto in base agli intrighi della corte ottomana di Adrianopoli. Le lotte fratricide nella stessa tribù del legittimo erede alla successione consentono ai Paleologi di governare e sreingere nuove alleanze contro gli Ottomani.
Murad II, per raggiungere il suo scopo egemone, ha bisogno di consolidare il suo prestigio e di rendere indiscussa la sua supremazia su tutte le tribù ottomane. Le tradizioni dei guerrieri delle tribù turche sono quelle di riconoscere un unico capo che guidi l’esercito verso un obiettivo preciso di conquista. Il Grande Emiro è il condottiero in grado di motivare i pascià alla vittoria sui campi di battaglia.
Le lotte tra il sultano Mehemet I e i suoi fratelli ha permesso alla nostra città di godere di un periodo di tranquillità e di affermazione della potestà di Manuele II. Durante tale periodo si sono allargati i possedimenti del despotato della Morea e costruito il grande muro di contenimento sull’istmo di Corinto a spese dellle baronie locali".
“Murad II – sostiene Oikantropos – dopo aver eliminato Mustafà che ostacolava il suo esclusivo titolo di sultano degli Ottomani, ha dimostrato di essere fermo nelle sue decisioni e implacabile contro i nemici.
La permanenza a Costantinopoli di un altro giovane pretendente è un’altra occasione per punire la famiglia dei Paleologi. Il Gran Turco si sente sicuro ed è padrone di immense ricchezze che gli consentono di seguire tutte le mosse ostili del piccolo guerriero”.
“Le ostilità in seno alla stessa corte ottomana – dice la balsilissa – servono a guadagnare tempo per la ricerca di nuove alleanze in grado di schierare sul campo un esercito per sconfiggere le milizie del sultano.
Mio figlio ha imparato a muoversi con più cautela e a non appoggiare apertamente il giovane principe che vuole occupare il trono di Adrianopoli. La sua benevolenza è rivolta indistintamente a tutti i principi turchi che visitano la città per affari o per semplica curiosità.
Il bailo veneziano ha consigliato a Giovanni di non esporsi come suo padre e di non intromettersi nelle beghe dei fratelli turchi che si scontrano per salire sul trono imperiale degli Ottomani. La Repubblica di San Marco ha stipulato un trattato di pace con l’amministrazione di Adrianopoli e in caso di conflitto con il sultano non potrebbe schierarsi apertamente contro il suo l’esercito e mettere in pericolo i traffici commerciali lungo le rotte del Ponto Eusino e sulle coste dell’Asia Minore.
I mercanti veneziani non vogliono l’apertura di nuove ostilità con Murad per evitare l’aumento delle spese per il trasporto delle merci. I corsari turchi infestano le coste dell’Anatolia e aspettano l’occasione per dimostrare al Gran Turco le loro capacità. Occorre essere prudenti e non compromettere il commercio con l’Oriente”.
“Il nostro futuro – dice il senatore – dipende dalle giuste alleanze che garantiscono gli investimenti per nuovi rifornimenti indispensabili alla vita di tutti gli abitanti della città. I popolani aspettano di poter uscire dall’attuale situazione di assedio e poter contare su un domani sicuro per le loro famiglie. Gli artigiani chiedono di poter disporre di commesse e di materie prime per le loro manifatture. La pace con il sultano è al momento l’unica condizione per poter far rinascere Costantinopoli”.
“Manuele II - sostiene Elena - ha già inviato glia arconti per mitigare le ire di Murad. Il sultano non ha voluto ricevere gli ambasciatori perchè vuole soltanto abbattere le porte della città per umiliare il basileus e asservirlo ai suoi voleri. Ser Emo ha offerto la sua mediazione e ha suggerito di servirsi di ser Francesco Filelfo per la conciliazione. Il Grande Emiro si ostina a perseguire il suo unico scopo che è quello di impadronirsi della città”.
“Il capo di tutte le tribù turche – dice Oikantropos – accetterà di firmare un nuovo trattato di pace quando ci sarà un condottiero in grado di abbattere il suo esercito. Soltanto con la discesa in campo di un altro Gran Kan dei Mongoli, i Turchi potrebbero dimenticare le ingerenze dei Paleologi nell’ascesa al trono ottomano del legittimo erede”.
“Il coimperatore si sta preparando – afferma la basilissa - per un viaggio in Occidente. Il re Sigismondo ha un grande esercito costituito da nobili principi polacchi, ungheresi e tedeschi. Tutti sono pronti a combattere al suo fianco e difendere le nazioni che condividono la sua stessa fede. La minaccia turca è ormai alle porte delle città del Sacro romano Impero e i grandi banchieri tedeschi mettono a disposizione i loro denari per sconfiggere l’esercito invincibile del Gran Turco”.